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Sperduti a Manhattan (1999), una commedia anni ’90 riscoperta dalle nuove generazioni

Sperduti a Manhattan. Henry (Steve Martin) e Nancy (Goldie Hawn) Clark sono una coppia sposata da ventisette anni. Vivono in Ohio e Henry lavora come pubblicista presso un importante studio pubblicitario. Nel momento in cui il figlio della coppia, Alan (Oliver Hudson) parte per il college, i due risentono della tranquilla quiete coniugale che in qualche modo ha affievolito la passione della coppia.

Locandina ufficiale della pellicola/Credit: Filippo Kulberg Taub

Quando Henry viene improvvisamente licenziato, lo nasconde alla moglie e riesce ad ottenere un colloquio di lavoro a New York sperando così di poter ricominciare. Decisa a recuperare il rapporto con il marito e, con l’occasione, rivedere la secondogenita Susan (Jessica Cauffiel), che ha abbandonato gli studi di medicina per fare l’attrice teatrale, Nancy si imbarca a sorpresa sullo stesso aereo del marito e inizia il suo viaggio verso New York.

Una serie di bizzarri e alquanto paradossali eventi metterà a dura prova la coppia e li spingerà a rivalutare scelte del passato per affrontare nuove sfide.

Quella di “Sperduti a Manhattan” fu una buona promessa che fece storcere il naso

Il regista americano Sam Weisman recupera l’opera scritta da Neil Simon che uscì al cinema nel 1970 con il titolo “Un provinciale a New York”, diretto da Arthur Hiller con la splendida interpretazione di Jack Lemmon e Sandy Dennis e tenta di bissare il successo con la coppia Martin/Hawn cercando di rifarne un remake di buona fattura.

Il risultato, però, sebbene le premesse fossero buone, fece storcere il naso alla maggior parte dei critici quando “Sperduti a Manhattan” uscì nelle sale cinematografiche nel 1999. Nonostante la bravura degli attori che avevano già lavorato insieme nel 1992 nel film “Moglie a sorpresa” (HouseSitter, Frank Oz), la pellicola di Weisman non regge, purtroppo, il confronto con il film originale. La New York degli anni ’90 rispetto a quella descritta vent’anni prima da Hiller, è una città molto cambiata: la frenesia urticante dei personaggi, nel cercare di risolvere gli innumerevoli problemi ed incidenti di percorso che sono costretti ad affrontare, è oltremodo sdolcinata ma decisamente divertente.

Un flop al botteghino riscoperto dopo più di vent’anni

Flop al botteghino, “Sperduti a Manhattan” ha raccolto nel corso di questi ultimi 26 anni il consenso delle nuove generazioni forse proprio per la semplicità con la quale gli attori principali vivono come provinciali la Grande Mela. Alcune scene memorabili e, soprattutto, l’incontro con l’eccentrico e severo quanto basta direttore d’albergo, il signor Mersault (John Cleese) storico membro dei Monty Python, permetterà allo spettatore di passare un’ora e mezza riscoprendo la semplicità la capacità di sorridere e, forse, di ritrovare quella sorta di autoironia che manca spesso nei film odierni.

Frame della pellicola/Credit: Filippo Kulberg Taub

Fotografato in modo molto curato dal direttore della fotografia americano John Bailey, il quale viene ricordato anche per aver curato il film d’esordio registico di Robert Redford, “Gente comune” (Ordinary People, 1980), il film di Weisman, oggi disponibile su piattaforma Prime Video e su supporto DVD, deve essere, a mio giudizio, rispolverato e riscoperto per dare la possibilità di rivalutare un film che non vuole per forza essere una brutta copia dell’originale ma, qualcosa di più.

Goldie Hawn, veterana del cinema e vincitrice di un premio Oscar nel 1970 come migliore attrice non protagonista per il film “Fiore di cactus” (Cactus Flower, Gene Saks), qui recita accanto a suo figlio Oliver Hudson e al suo compagno di viaggio, Steve Martin (Oscar onorario alla carriera 2014). Martin riesce a non essere messo in secondo piano dalla bravura e dall’istrionismo della Hawn ma, anzi, dimostra, tanto quanto lei, di essere un mattatore della commedia brillante. E allora cosa aspettate? Buona visione e non vi perdete a Manhattan.

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Filippo Kulberg Taub

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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