In un caso recente, l’Università di Bologna ha negato l’attivazione di un corso ad hoc destinato a un gruppo di quindici militari, ufficiali dell’Esercito italiano. La decisione, assunta nel novembre 2025 dal Dipartimento di Filosofia e Comunicazione, è stata motivata con la volontà di non “militarizzare” l’ambiente accademico e di tutelare la vocazione civile dell’Alma Mater. Ebbene, no, non ci siamo, mia cara Alma Mater Studiorum. Te lo chiedo da studente (matr. 0001196049): “Ripensaci!”. I nostri militari hanno già una vita difficile sotto le armi, aiutiamoli con insegnamenti di filosofia anche presso la loro accademia, non è una richiesta folle!
C’è una scelta che un Paese civile non può più rimandare: continuare a investire in ferraglia sempre più sofisticata piena zeppa di intelligenza artificiale, oppure investire in Uomini dello Stato di valore, sempre più addestrati, consapevoli e responsabili. Tradotto in cifre: spendere milioni per un carro armato oppure una frazione di quella cifra per finanziare un corso ad hoc di filosofia per 15 (nostri) militari. Mi si perdoni la retorica, ma il paradosso è evidente e, a questo punto, valgono le parole del Ministro della Difesa Guido Crosetto:
Noi abbiamo bisogno di forze armate il più preparate possibili e il più colte possibili: più sono preparate e intelligenti e più sono in grado di capire i fenomeni che accadono e accadranno nel mondo
L’idea di fondo è semplice: quando aumenti la conoscenza, aumenti la responsabilità e quindi la capacità di controllo sulle situazioni. Tale legge è stata formulata da L. Ron Hubbard, già Ufficiale della Marina (US Navy) durante la Seconda guerra mondiale. Dove invece manca la conoscenza, il controllo diventa cieco, puramente meccanico, e la responsabilità si dissolve nella formula “ho solo eseguito gli ordini”.
L’articolo 11 della Costituzione italiana proclama che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. Ma la guerra, oggi, non si presenta più con gli stivali e le bandiere: è fatta di algoritmi, droni, intelligenza artificiale. Eppure, mentre la tecnologia entra nel campo di battaglia, l’università esce, o si fa silente, forse per non avallare delle ipotetiche posizioni ideologiche di sostegno al riarmo. E chi lo vuole il riarmo?
Qui oggi quell’ambiente è complesso, digitale, incerto. Se non formiamo persone in grado di comprendere la tecnologia e di comunicare efficacemente valori ed etica dentro quelle strutture, la tecnologia diventa un moltiplicatore di disumanità. Non a caso, il rifiuto dell’università di Bologna di consegnare un corso ai militari non è stato ben digerito dal Governo Meloni. “Hanno chiuso la porta a chi li difende”, ha affermato Crosetto. Non è un atto di purismo accademico innocuo: è rinunciare al dialogo dove è più necessario.
Nel diritto internazionale, il diritto alla vita non è un principio astratto: è un obbligo concreto dello Stato di prevenire morti evitabili. Ma uno Stato non agisce come entità mistica: agisce tramite persone in carne e ossa – ufficiali, comandanti, soldati – che hanno abbracciato un progetto di vita volto alla difesa della loro nazione, del loro paese, della progenie.
Puoi scrivere il miglior manuale di regole d’ingaggio del mondo, ma se chi lo applica non ha strumenti per capire, valutare, comunicare, il diritto alla vita resta sulla carta. Un militare che ha studiato filosofia del diritto, semiotica della comunicazione, etica, diritto internazionale umanitario, informatica giuridica, è più in grado di:
È questo il tipo di garante del diritto alla vita di cui abbiamo bisogno!
Nel modello hubbardiano, Conoscenza–Responsabilità–Controllo formano un triangolo: se aumenta un vertice, devono aumentare anche gli altri due. Non puoi pretendere controllo etico da chi non ha conoscenza; non puoi chiedere responsabilità autentica a chi non ha strumenti concettuali. Da questo punto di vista, negare ai militari la possibilità di una formazione universitaria strutturata equivale a chiedere loro l’impossibile: “Siate perfetti moralmente, ma accontentatevi di un addestramento minimo sui grandi temi”. È come pretendere un pilota perfetto senza dargli ore di volo.
La storia ci mostra che pensiero e armi non sono sempre stati mondi separati: Socrate combatté da oplita; Cartesio servì come ufficiale; Wittgenstein scrisse in trincea; Simone Weil si arruolò in Spagna. Non erano adoratori della violenza: erano persone che volevano capire l’uomo anche dove l’uomo si mostra al limite. Dal mio punto di vista, questo è esattamente il luogo in cui la conoscenza è più necessaria: là dove gli individui si trovano sotto la massima pressione, è lì che deve arrivare l’addestramento migliore. Un esercito di uomini che non pensano non è “più sicuro”: è solo più manipolabile.
Ecco la proposta: destinare fondi pubblici per finanziare 15 diplomi universitari per militari selezionati ogni anno, in filosofia, diritto, etica, sociologia, informatica giuridica e scienze della comunicazione. Un carro armato moderno costa decine di milioni di euro. Con una frazione di quella cifra, lo Stato può finanziare ogni anno quindici percorsi, che producono un capitale umano infinitamente più prezioso. E quanto risparmiato dall’acquisto di un carro armato – letteralmente milioni di euro – lo si investa in altre borse di studio per i meritevoli (suggerisco dottorati di ricerca in Peace Studies).
Un carro armato aumenta la potenza di fuoco. Quindici uomini istruiti aumentano la capacità di comprendere, decidere e assumersi la responsabilità. È una scelta quasi ovvia: se vuoi migliorare una civiltà, non lo fai aumentando il volume di fuoco, ma aumentando il livello di consapevolezza delle persone che tengono in mano le leve del potere – anche militare.
Nel documento pubblicato il 21 maggio 2024 sul sito ufficiale dall’univeristà di Bologna, intitolato «Il Senato Accademico vota una mozione sulla guerra a Gaza», il Senato Accademico ha approvato una mozione che, tra i vari punti, impegna l’Università «a rafforzare ulteriormente la propria regolamentazione […] al fine di prevenire, eliminare o comunque ridurre al minimo i rischi di dual use eventualmente connessi alle proprie attività scientifiche e didattiche».
Parallelamente, il 5 ottobre 2023, un dossier dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università riferiva che UniBo «dichiara di non effettuare attività tese a sviluppi militari […] ma nella realtà […] basta che il partner apporti lievi modifiche e renda il prodotto suo per destinarlo ad uso non civile».
Insieme questi atti delineano un orientamento ufficiale dell’Ateneo volto a escludere o limitare fortemente collaborazioni di ricerca o accordi potenzialmente riconducibili a scopi militari o dual use, pur senza che sia citata una delibera con divieto assoluto di ricerca militare. Forse ci vorrebbe più coraggio in questo senso, e magari rinunciare anche ai finanziamenti (privati o pubblici) dell’industria bellica, senza se e senza ma.
L’Alma Mater ha l’occasione di essere protagonista in questo cambio di paradigma: diventare il luogo in cui l’accademia non si ritrae dal mondo reale, ma lo affronta, lo migliora, lo addestra. Lo ripeto, meglio quindici Uomini di Stato istruiti che un carro armato. Una società non è veramente sicura quando ha più armi, ma quando ha più esseri umani capaci, consapevoli e responsabili.
Sciopero per Gaze e per la Global Sumud Flotilla
… Democrazia a responsabilità limitata
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