Oltre il Profitto

Valerio Vacca: «Mio padre mi ha insegnato che restare in piedi è la più grande forma di vittoria»

Da che mondo è mondo, si sa, dietro ogni imprenditore c’è una storia che nessun bilancio è in grado di raccontare. Per Valerio Vacca, quella storia inizia osservando due uomini molto diversi: uno che ha perso tutto all’improvviso e un altro che ha imparato a resistere adattandosi al cambiamento. Da lì nasce la sua idea di successo, molto distante dagli stereotipi della ricchezza e del potere. Una visione che potremmo definire un po’ sui generis, visto ciò a cui la contemporaneità ci ha abituati, e che il diretto interessato ha scelto di raccontarci in prima persona.

La lezione più importante di Valerio Vacca: resistere al cambiamento senza perdere sé stessi

Buon pomeriggio Valerio e benvenuto fra le pagine de LOpinione.com. Nel suo percorso personale quanto è stata importante la figura di suo padre?

Fondamentale. Se da altre persone della mia famiglia ho imparato quanto velocemente si possa perdere tutto, da mio padre ho imparato qualcosa di diverso: quanto a lungo si possa resistere quando si è disposti a cambiare. Non è mai stato un miliardario o un imprenditore da copertina. Era un commerciante vero, uno di quelli che ogni mattina alzano la serranda e devono meritarsi la giornata.

Che ricordi ha dell’infanzia?

Ricordo una famiglia che non si faceva mancare nulla. Mio padre aveva un negozio di abbigliamento a Milano e negli anni migliori il lavoro andava molto bene. Da figli vivevamo tutto con naturalezza: le vacanze, i regali, il motorino a quattordici anni, la macchina a diciotto. Sembrava la normalità. Solo crescendo ho capito che spesso vivevamo sopra quella che era la nostra reale sostenibilità economica.

Quando ha iniziato a rendersene conto?

Da adulto. Da bambino non vedi il conto corrente, vedi solo il risultato. Col tempo ho capito che mio padre stava facendo quello che fanno molti genitori: proteggerci dalla realtà. Non per irresponsabilità, ma per amore. Voleva che crescessimo senza il peso delle sue preoccupazioni. Oggi riconosco il valore di quel sacrificio molto più di quanto potessi fare allora.

Poi sono arrivati gli anni più difficili.

Sì. Non c’è stato un crollo improvviso. È stato un lento ridimensionamento. Il mercato cambiava, le abitudini dei consumatori cambiavano, il commercio cambiava. E lì ho visto qualcosa che mi ha segnato profondamente: un uomo abituato a dare che doveva imparare ad accontentarsi.

Come ha reagito?

Con una dignità straordinaria. Meno sfizi, meno comodità, meno margine di manovra. Ma mai vittimismo. Mai rabbia verso il mondo. Mai la ricerca di un colpevole. Ha semplicemente accettato una nuova fase della sua vita senza perdere sé stesso. E questa, oggi, la considero una delle più grandi lezioni imprenditoriali che abbia ricevuto.

Cosa le ha insegnato osservandolo?

Che esistono due modi di perdere terreno. Il primo è crollare. Il secondo è scendere lentamente ma restare in piedi. E restare in piedi è una forma di vittoria di cui si parla troppo poco. Viviamo in una società che celebra chi conquista il mondo, ma raramente chi riesce a preservare la propria dignità quando il mondo cambia.

Lei parla spesso della pressione che grava sugli uomini che si sentono responsabili della propria famiglia.

Perché l’ho vista da vicino. Molti uomini non spendono per sé. Spendono per evitare che chi amano percepisca che qualcosa non va. Cercano di proteggere la serenità della famiglia, anche quando dentro stanno combattendo battaglie enormi. È una pressione silenziosa, che nessuno insegna a gestire.

È una riflessione che riguarda anche il successo?

Assolutamente sì. Da giovane pensavo che il successo significasse crescere sempre, espandersi, fare di più. Oggi penso che esistano forme di successo molto più profonde. Mio padre avrebbe potuto inseguire una crescita diversa, aprire altri negozi, assumersi rischi maggiori. Forse avrebbe guadagnato molto di più. Ma forse avrebbe perso altro.

Cosa intende?

Tempo. Presenza. Relazioni. Famiglia. Ci sono cose che non compaiono nei bilanci aziendali ma che determinano la qualità di una vita. Guardandolo oggi mi rendo conto che, consapevolmente o meno, ha protetto proprio quelle cose.

Quindi la sua definizione di successo è cambiata?

Radicalmente. Oggi credo che il successo possa significare costruire un’impresa, ma anche mantenere una famiglia unita. Può significare accumulare ricchezza, ma anche restare una persona dignitosa quando le circostanze peggiorano. Può significare crescere, ma anche sapere quando fermarsi per non sacrificare tutto il resto.

C’è una frase che sintetizza questa visione?

Sì. Molti indicatori di successo sono rumorosi. Quelli più importanti sono silenziosi. Nessuno ti applaude perché sei stato un buon padre. Nessuno ti premia perché hai salvato un matrimonio o perché sei rimasto presente nella vita dei tuoi figli. Eppure sono proprio queste le vittorie che resistono nel tempo.

Quanto pesa la responsabilità nelle scelte di un imprenditore?

Più dell’ambizione. Quando sei solo puoi permetterti di rischiare tutto. Quando hai una famiglia ogni decisione ha conseguenze che vanno oltre te stesso. Non sali da solo e non cadi da solo. È per questo che la responsabilità, molto più dell’ambizione, è ciò che spesso tiene svegli la notte.

In fondo, questo è il cuore della sua storia?

Credo di sì. Questo percorso nasce dall’osservazione di uomini che hanno fatto del loro meglio per tenere in piedi un mondo intero senza avere la certezza di riuscirci. Uomini che non si sentono eroi e nemmeno vittime. Si sentono semplicemente responsabili. E continuano ad andare avanti.

Se dovesse lasciare un messaggio a chi oggi vive questa stessa pressione?

Direi una cosa che ho capito molto tardi: è normale. È normale sentire il peso delle responsabilità. È normale avere paura del futuro. È normale dubitare. La differenza non la fa la pressione che senti. La differenza la fa il modo in cui scegli di viverla.

Insomma, una riflessione che va oltre il mondo dell’impresa. Difatti, in una società che premia la visibilità dei risultati, esiste ancora un valore che è sicuramente meno appariscente ma spesso decisivo: la capacità di assumersi responsabilità senza cercare scorciatoie. È una qualità che non genera titoli, ma che continua a fare la differenza nella vita delle famiglie e delle persone!

Sei una persona integra quando la vita che conduci nel mondo esterno corrisponde a chi sei interiormente – Alan Cohen

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La Redazione

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