Attualità

Voci dall’Iran: il grido di rivoluzione di un popolo che chiede libertà!

Tempo fa, più precisamente nella notte tra il 12 e il 13 giugno 2025, quando Israele colpì con una serie di attacchi impianti nucleari, siti militari e zone residenziali dell’Iran, condannai immediatamente l’offensiva di quello che era, e rimane tutt’ora, uno Stato colpevole di aver perpetrato, come stabilito anche dall’ONU, un genocidio all’interno della Striscia di Gaza. In quei giorni, un mio carissimo amico e vecchio compagno di studi di origine iraniana, con cui ho ancora la fortuna di scambiare alcune parole di tanto in tanto, mi scrisse dicendomi che ciò che stava accadendo poteva essere un bene, poiché avrebbe spianato la strada ad un indebolimento del regime della Guida Suprema Ali Hosseini Khamenei e, auspicabilmente, alla conseguente liberazione del popolo iraniano.

Lì per lì, pur condividendone il fine ultimo, non riuscivo a comprendere perché lui e tanti altri come lui riponessero così tanta fiducia nientemeno che in Benjamin Netanyahu, su cui attualmente pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale (CPI), per ottenere la caduta dell’atroce dittatura dell’ayatollah. Tuttavia, dopo un confronto più approfondito e considerando ciò che le ultime settimane ci stanno ampiamente dimostrando, mi è parso piuttosto evidente che la stanchezza di chi, troppo a lungo, si è visto oppresso, sfiancato, umiliato e disumanizzato da un potere ingiusto, rende disposti a fare qualunque cosa, perfino a sperare nell’intervento del più improbabile degli alleati, pur di (ri-)ottenere la propria libertà.

Ebbene sì, perché la cosiddetta “Repubblica Islamica” non è sempre stata come l’abbiamo conosciuta. O meglio, c’è stato un momento in cui le cose andavano in maniera ben diversa!

Da un passato glorioso ad una contemporaneità di oppressione: storia di Iran che vuole tornare a vivere

Dall’instabilità di inizio ‘900 all’ascesa dello Shah

Senza volgere eccessivamente all’indietro lo sguardo, all’inizio del Novecento l’Iran, allora conosciuto come Persia, era uno Stato formalmente monarchico ma fragile dal punto di vista politico, imperniato tra influenze straniere (soprattutto britanniche e russe) e un potere centrale debole. La Rivoluzione costituzionale del 1905-1911 costituì il primo grande tentativo di limitare l’assolutismo monarchico (il potere dello Shah) e di introdurre elementi di rappresentanza politica moderna, come un Parlamento e una Costituzione. Sebbene questi strumenti fossero spesso svuotati di potere reale, la rivoluzione segnò un passaggio fondamentale poiché portò alla nascita di una coscienza politica nazionale, laica e riformista, che avrebbe continuato ad influenzare il Paese per tutto il secolo.

Con l’ascesa di Reza Shah Pahlavi nel 1925, l’Iran entrò in una fase di modernizzazione autoritaria in cui le libertà civili, seppur moderatamente, erano garantite. Reza Shah cercò di costruire uno Stato centrale forte, secolarizzato e nazionalista, riducendo drasticamente il potere del clero sciita, riformando l’istruzione, l’esercito e il sistema giudiziario, e imponendo cambiamenti culturali anche forzati. Questo processo avvicinò l’Iran ai modelli europei, ma al prezzo di una forte repressione politica.

Pahlavi Iranian Flag (1925-1979)/Credit: web

Dopo la sua abdicazione nel 1941, il figlio Mohammad Reza Shah ereditò una nazione attraversata da tensioni sociali e politiche che culminarono nella crisi dei primi anni Cinquanta, quando il primo ministro Mohammad Mossadegh tentò di affermare la sovranità nazionale nazionalizzando il petrolio. Sfortunatamente, però, un colpo di Stato nel 1953, sostenuto da Stati Uniti e Regno Unito, riportò il potere assoluto allo Shah e compromise definitivamente la legittimità democratica della monarchia.

La Rivoluzione Bianca e l’autoritarismo teocratico

Tra il 1953 e il 1979, il regime dello Shah si presentò come un alleato chiave dell’Occidente e promosse modelli di sviluppo economico e modernizzazione sociale, soprattutto attraverso la Rivoluzione Bianca degli anni Sessanta. L’economia cresceva a ritmi molto alti, il reddito pro-capite salì fortemente e il Paese si avvicinò agli standard delle nazioni più sviluppate grazie alle entrate petrolifere e all’industrializzazione sostenuta dallo stato. Tuttavia, il progresso accelerato attivò, ad un certo punto, una crescente disuguaglianza che, insieme all’esclusione politica, alimentò un’opposizione trasversale che univa studenti, intellettuali, sinistra laica e clero religioso. In questo contesto emerse la figura di Ruhollah Khomeini, che sfruttò il malcontento sociale per una mobilitazione rivoluzionaria culminata nella Rivoluzione del 1979, ponendo fine alla monarchia e instaurando la Repubblica Islamica.

Quest’ultima segnò una rottura radicale con il passato monarchico, non tanto per la fine dell’autoritarismo quanto per la sua trasformazione in una forma di autoritarismo teocratico. La Costituzione del 1979, inoltre, introdusse il principio della velayat-e faqih, che attribuisce la suprema autorità politica e religiosa a un giurista islamico sciita. Sotto Khomeini, il nuovo regime eliminò rapidamente le forze laiche e pluraliste che avevano partecipato alla rivoluzione, instaurando un sistema fondato sulla legge religiosa, sulla repressione del dissenso e sulla subordinazione delle istituzioni elettive al clero. La guerra Iran-Iraq (1980-1988) contribuì a militarizzare ulteriormente la società, a rafforzare gli apparati repressivi dello Stato e ad arrestare gravemente l’economia con un conseguente calo del reddito pro capite.

La dittatura di Khamenei

Dopo la morte di Khomeini nel 1989, l’ascesa di Ali Khamenei alla carica di Guida Suprema segnò l’inizio di una fase di consolidamento strutturale della dittatura teocratica. A differenza del periodo rivoluzionario, il potere di Khamenei ha vissuto una crescente centralizzazione e ha goduto di un controllo sempre più stringente sulla società civile. Sebbene esistano elezioni e istituzioni repubblicane, esse operano entro limiti rigidamente imposti da organi non eletti, come il Consiglio dei Guardiani, subordinati alla Guida Suprema. In più, con la guida di Khamenei, la crescita si è dimostrata piuttosto bassa e volatile, ostacolata da instabilità politica, sanzioni internazionali e controllo di settori chiave da parte di élite militari e religiose, risultando in uno standard di vita medio molto inferiore rispetto al picco pre-rivoluzionario

Insomma, in confronto alla monarchia Pahlavi, il regime di Khamenei è più ideologicamente rigido e più pervasivo nel controllo della vita privata, soprattutto in materia di religione, diritti delle donne e libertà di espressione. Perciò, non è un caso che la popolazione odierna auspichi proprio ad un ritorno del Principe Reza Pahlavi, figlio e legittimo erede dell’ultimo scià di Persia, che da settimane incoraggia i cittadini a scendere nelle piazze e a rivendicare il controllo del loro Paese. Si potrebbe definire una figura chiave nel processo in atto, dal momento che per molti incarna l’unità nazionale, il rispetto della volontà popolare, lo stato di diritto, la garanzia di libertà e giustizia, e l’uomo ideale per una transizione democratica adeguata.

Principe ereditario Reza Pahlavi/Credit: web

Una rivoluzione le cui radici hanno attecchito al suolo decenni fa

Difatti, mentre il mondo continua a credere che ciò che sta accadendo in Iran sia solamente il frutto di una rivolta animata da problemi di natura economica, la verità è che quella in atto è un’autentica rivoluzione che si fa portavoce di una sola richiesta, esplicita e non negoziabile: il crollo totale della Repubblica Islamica. Peccato che nei principali media nazionali della maggior parte dei Paesi dell’Occidente il desidero di un futuro più luminoso e all’insegna di una transizione democratica del popolo iraniano sembri non trovare spazio (o quasi).

I rivoluzionari prendono possesso di un complesso appartenente al regime/Credit: Brickell News

Non sarà, forse, che l’Iran rappresenta una vittima “sconveniente” con la quale schierarsi o di cui, più banalmente, parlare? Oppure la paura di un’eventuale accusa di “islamofobia” o di “politicamente scomodo” vince sulla solidarietà e sul dovere di fare informazione a 360°? Eppure, dinanzi alle sofferenze di un’intera popolazione, ridotta ormai allo stremo e disposta a reagire a qualunque costo, non ci si dovrebbe soffermare unicamente all’analisi ideologica e/o religiosa, soprattutto se pensiamo che la Persia non nasce neppure come stato islamico né è formato da una popolazione di terroristi!

I tumulti in atto, il blackout di internet e la posizione ufficiale del governo

I rivoluzionari prendono possesso della città di Abdanan/Credit: courtesy of a foreign Press Agency

Comunque, tornando a noi, da settimane gli iraniani riempiono le strade delle città in ogni angolo del Paese. Il primo gennaio ci sono stati i primi morti in piazza e ad oggi, benché si continui a ridurre il numero di coloro che hanno perso la vita (il Corriere della Sera riporta che l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, si dice inorridito per le oltre 600 morti), numerose fonti (tra cui Iran International) e tanti cittadini iraniani all’estero, sulla base degli scarsi contatti che riescono ad avere e delle poche notizie che valicano i confini nazionali, sostenevano due giorni fa che le vittime ammontassero a ben 2000 in solo 48 ore, per un totale, ad oggi, di circa 12 000.

Per di più, nonostante Khamenei abbia comunicato di essere disposto a parlare con i “rivoltosi”, referenti dell’esecutivo hanno fatto sapere che “chi protesta verrà considerato nemico di Dio” e rischia la pena di morte. Una pena che, di fatto, si è concretizzata nell’esercito che spara apertamente sulla folla e nella bolla dei manifestanti, anche e soprattutto quelli pacifici, come “terroristi”.

Nei giorni scorsi, inoltre, il governo dell’ayatollah ha imposto un blackout completo di internet e delle reti telefoniche, intaccando anche i servizi offerti da Starlink, un metodo di repressione e isolazionismo che non si presenta come un episodio isolato, essendoci già dei precedenti nel 2019 (proteste ufficialmente nate per i prezzi del carburante, che causarono tra le 300 e le 3 000 vittime) e nel 2022 (proteste per l’uccisione di Mahsa Amini, che portarono a 550 morti), e che mira ad esasperare il controllo sui cittadini, azzerando ogni forma di contatto e impedendo che quanto sta accadendo possa raggiungere il mondo esterno.

Le testimonianze trapelate e le voci degli iraniani all’estero

Fortunatamente, però, la comunicazione conosce molte vie per farsi strada e, in effetti, sono diverse le testimonianze audiovisive che in tanti sono riusciti a far trapelare. Video di strade in subbuglio, moschee prese di mira, incendi, civili martoriati, cadaveri sparsi in sacchi neri, e poi caricati dai camion, per le vie dei centri urbani, donne che danzano e bruciano i loro rusari e chador contravvenendo all’hijab obbligatorio, gruppi di rivoluzionari che sfondano i cancelli delle sedi del potere, folle pacifiche che marciano sulle strade e bloccano l’intero traffico, per citare alcuni esempi. Che dire, segnali inequivocabili di una protesta che va ben oltre le fantomatiche questioni economiche di cui si continua a parlare da giorni!

Ragazze bruciano i loro veli/Credit: web

Ad ogni modo, per quanto tutto ciò alimenti la speranza del trionfo dei fatti sulla propaganda, l’amara verità è che da giorni nessuno ha più un contatto diretto con coloro che si trovano in Iran. Familiari sparsi in ogni angolo del mondo vivono nell’angoscia provocata dal non sapere se i propri cari sono ancora in vita e nello sconforto generato da una narrazione che ci ha abituati, spesso e volentieri, a negare ciò che dovrebbe essere sotto gli occhi di chiunque.

Doran

Tra questi c’è Doran (per ragioni di sicurezza, legate ad eventuali e possibili ripercussioni sulla sua famiglia, eviterò di divulgare il suo cognome e la sua città di origine), ragazzo iraniano che da 10 anni vive e lavora in Italia, il quale ha deciso di condividere con me un pezzo della sua storia, la sua conoscenza dei fatti sulla base dei legami che ha ancora con la sua terra natia e il suo stato d’animo di fronte ad una situazione che si augura fortemente possa cambiare:

Una nazione “ricca e libera” divenuta simbolo di “repressione”

Ciao Diego, grazie per la tua disponibilità. Sono Doran, sono in Italia da 10 anni. Tutti i miei cari, genitori e amici, sono in Iran. Non so quanto tu abbia sentito dai media sul mio Paese d’origine in questi giorni. Purtroppo, vediamo che la maggior parte dei giornalisti e politici italiani ha scelto il silenzio! Alcuni hanno iniziato a parlare della rivoluzione in corso, ma io e tutti quelli come me, che fino a pochi giorni fa potevamo vedere i video a testimonianza della situazione mentre ora riusciamo solo a vedere alcune clip che ci vengono inviate grazie ad un accesso limitato a Starlink, vediamo che sta accadendo un disastro: un genocidio senza precedenti.

Il popolo iraniano sta combattendo per i propri diritti, nessuno di noi vuole questo regime islamico. Se fossi in Iran, forse non sarei vivo perché se sapessero che sono gay, mi ucciderebbero all’istante! Per noi è sufficiente che il mondo ascolti la nostra voce. Da diversi giorni non sento i miei familiari. Nessuna chiamata, nessun messaggio, nessuna email. Il regime non deve continuare a mettere a tacere il popolo!

La speranza non muore mai!

Ho lasciato il mio Paese a 28 anni. Se dovessi dire che cosa significava per me vivere lì, dire che era senza ombra di dubbio qualcosa di bello. Eravamo, e mi auguro che possiamo esserlo ancora, una nazione ricca e splendida, con persone straordinarie, una cultura antica e millenaria. Ma il regime attuale e gli ayatollah l’hanno trasformata in luogo devoto unicamente alla repressione! Gli ayatollah rubano il nostro denaro e le nostre risorse del Paese, facendo in modo che la gente viva sotto costante oppressione e in povertà. Ogni voce dissidente viene rapidamente e brutalmente zittita, come del resto sta accadendo. Le carceri iraniane sono piene di artisti, scrittori, docenti universitari, musicisti e sportivi imprigionati solo per aver voluto vivere con dignità e libertà, appoggiando i cittadini e non il regime.

Mio padre è molto malato e vive lì. Sarei dovuto partire per andarlo a visitare, ma alla fine mi sono visto costretto a cancellare il biglietto. Spero di svegliarmi una mattina e poter finalmente osservare la fine di quest’incubo. La strada, però, pare essere ancora lunga e la dittatura continua a mietere vittime. In tanti miei connazionali invocano l’aiuto di Donald Trump, ma se devo essere sincero, mi sento male al pensiero che siamo arrivati al punto di rivolgerci a lui. Preferirei che riuscissimo a riprenderci l’Iran da soli, pur dovendo ammettere che, non avendo altra scelta, di un aiuto esterno abbiamo bisogno!

Mobin

Stessa cosa vale per Mobin (per ragioni di sicurezza, legate ad eventuali e possibili ripercussioni sulla sua famiglia, eviterò di divulgare il suo cognome e la sua città di origine), anche lui residente in Italia, più precisamente a Roma, dove da settimane assiste alle atrocità commesse contro la sua gente e che da ben 6 giorni non è in grado di avere alcun tipo di comunicazione con i suoi parenti:

Caro amico mio, la situazione è davvero molto difficile. Per chi, come me, vive fuori dall’Iran, la preoccupazione più grande e costante riguarda le proprie famiglie rimaste nel Paese. Il regime che attualmente governa l’Iran non mostra alcuna pietà: è un regime repressivo e assassino, disposto a usare qualsiasi forma di violenza pur di mantenere il potere. Allo stesso tempo, dai contatti che abbiamo con l’interno, sappiamo che il popolo iraniano sta resistendo con tutto il cuore. Posso dire con convinzione che la maggioranza delle persone in Iran desidera la fine di questo regime.

La richiesta principale è un cambiamento radicale. Per molti, il sistema monarchico rappresenta un’opzione concreta e la loro scelta ricade sul figlio dello Shah. Uno degli slogan che si sente più spesso è “Javid Shah”.Tuttavia, prima ancora di discutere quale forma dovrebbe avere il futuro sistema politico, il punto fondamentale è che questo regime deve andarsene. La dura realtà è che le persone in Iran sono disarmate, senza mezzi e sottoposte a una repressione brutale. A mio avviso, senza un reale sostegno dall’estero, un cambiamento diventa estremamente difficile, se non impossibile“.

Ashkan Masti

Pareri condivisi pure dal regista e fotografo iraniano, ma stabilitosi in Francia, Ashkan Masti. Da diverso tempo fa ricorso alle proprie piattaforme e i suoi canali sui social media per cercare di sensibilizzare quanto più possibile l’opinione pubblica e coloro che lo seguono, con l’obiettivo di divulgare ciò che, purtroppo, nella quasi totalità dell’Occidente le fonti ufficiali e più autorevoli, che soltanto ieri o nelle ultime ore pare abbiano prestato maggior attenzione all’accaduto, sembrano voler lasciar passare inosservato:

Ashkani Masti/Credit: courtesy of Ashkani Masti

Mi chiamo Ashkan Masti, sono un regista iraniano in esilio che vive in Francia. Ciò che sta accadendo oggi in Iran non è semplicemente una protesta; è la chiara richiesta di una nazione di porre fine alla Repubblica Islamica e andare oltre essa. Il popolo non chiede più riforme: chiede un cambiamento completo della struttura del potere e lo grida apertamente nelle strade. Nelle manifestazioni a livello nazionale, il popolo iraniano invoca il nome di Reza Pahlavi come figura chiamata a tornare in Iran e guidare il periodo di transizione dopo la Repubblica Islamica. Questa voce non è limitata a un gruppo particolare; riflette la volontà di una larga parte della società che cerca unità, stabilità e una transizione pacifica.

“La soppressione totale della verità”

La risposta del governo è stata di una violenza senza precedenti, accompagnata dalla soppressione totale della verità. Secondo stime sul campo che abbiamo raccolto con grande fatica, il numero delle persone uccise finora è compreso tra 7.000 e 11.000. I blackout prolungati di Internet equivalgono ad uccidere nel buio; ogni giorno in più in cui l’Iran rimane isolato dal mondo, migliaia di persone in più potrebbero essere aggiunte a questo numero senza che i loro nomi o le loro immagini vengano registrati. Per noi iraniani che viviamo all’estero, questo blackout è una forma di tortura psicologica, che ci lascia nell’oscurità più totale riguardo al destino dei nostri cari. Non sento la mia famiglia da 6 giorni ormai e l’altro giorno sono venuto a conoscenza della morte di due dei miei più cari amici, uno dei quali era il regista Javad Ganji.

Oggi non parlo solo come iraniano; parlo come essere umano. Esorto i media, i giornalisti e la comunità internazionale a non permettere che l’Iran scompaia dietro un muro di censura. Scrivete dell’Iran! Parlate dell’Iran! Tenete gli occhi aperti!“.

“From the Persian Gulf to the Caspian Sea, Iran will be free”

Questo è, tra gli altri, uno degli slogan che numerosi giovani stanno diffondendo ed io spero vivamente che gli iraniani riescano a riconquistare finalmente la propria casa. Il mio augurio più sincero, però, tenendo in considerazione i più recenti avvertimenti di Trump, è che riescano a farlo da soli e con le proprie forze, prima di qualsiasi intervento da parte di una superpotenza straniera perché temo che il conto che quest’ultima possa presentare alla fine, per quanto non paragonabile alle atrocità degli ayatollah, potrebbe mantenersi piuttosto alto!

Continuerò e continueremo tutti a seguire gli aggiornamenti, a scrivere, a pubblicare, ad accogliere nuove testimonianze e, nel nostro piccolo, a dar voce a coloro che momentaneamente non possono far sentire la propria.

Grazie Doran, Mobin e Ashkan per aver scelto di condividere le vostre storie con me!

Credit: Alireza Shojaian

*AGGIORNAMENTO:

Come fa sapere l’artista iraniano stanziato a Parigi Alireza Shojaian attraverso i suoi canali social ufficiali, nella giornata di ieri alcuni sono riusciti a ricevere angoscianti chiamate dai loro familiari, i quali hanno fatto sapere che la situazione è ormai fuori controllo. Uccisioni di massa e leggi marziali in alcune città del Nord stanno sconvolgendo il Paese.

Zan, Zendegī, Āzādī
Donna Vita Libertà

Folle oceaniche si riversano per le strade delle città con le torce dei cellulari accese dopo l’interruzione dell’energia elettrica da parte del regime/Credit: web

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Diego Lanuto

Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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