Luci soffuse, profumo di vino, discussioni accese. A un certo punto un robot versa da bere. No, non siamo in ristorante giapponese ultra-tech, ma nella Grecia di più di duemila anni fa. E forse è proprio questo il dettaglio più sorprendente: ciò che oggi ci sembra avanguardia, per gli antichi era già immaginazione concreta, ingegno applicato alla vita quotidiana: era la therapaenis automata.
Un automa al servizio del banchetto
Nel III secolo a.C. l’ingegnere e inventore Filone di Bisanzio, nel suo Trattato di meccanica, descrive una meraviglia tecnologica. Si tratta della therapaenis automata, una sorta di “cameriera robot” capace di camminare e versare vino agli ospiti di un banchetto, di cui si può ammirare una riproduzione nel Museo Kotsanas della Tecnologia Greca Antica di Atene. Il dispositivo, celato in una statua a grandezza naturale, raffigurata come una giovane ancella, funzionava attraverso un sistema ingegnoso di pesi, molle e liquidi. Montata su una base lignea con ruote, l’automa umanoide si muoveva grazie a un sistema interno che prevedeva l’attivazione di un meccanismo (attraverso lo spostamento di fagioli secchi) che faceva avanzare le gambe. Il servizio del vino, invece, funzionava a pressione: nella mano destra l’ancella teneva un oinochoe (brocca di vino), mentre nella sinistra si appoggiava la coppa. Il peso del recipiente attivava le valvole interne, facendo fluire vino e acqua in giusta proporzione. Un’artificio piuttosto notevole per versare una coppa di vino, non trovate?
Il simposio: vino, cultura e misura
Per comprenderlo, bisogna entrare nello spirito del simposio, uno dei rituali sociali più iconici della Grecia antica. Esso non era semplicemente una bevuta tra amici: era un vero e proprio momento culturale. Gli invitati, rigorosamente uomini dell’élite aristocratica, si sdraiavano su comodi letti mentre schiavi e intrattenitori allietavano la serata. Si discuteva di filosofia, si recitava poesia, si ascoltava musica, si giocava. E sì, si beveva. Ma con stile.
…il figlio di Semele […] trovò il liquido / tratto dall’uva e lo insegnò ai mortali, / la bevanda che agli esseri infelici / che son gli uomini, e muoiono, / acquieta ogni dolore, / quando dentro il flutto della vite li inonda, / e dà il sonno, / e col sonno l’oblio di tutti i mali / della giornata: non v’é medicina / altra che questa per chi soffre e pena. (Euripide, Baccanti)
Insieme al dialogo, vino era il protagonista assoluto. Arricchito di miele e spezie, era sempre mescolato con acqua in grandi crateri (recipienti di metallo prezioso attorno ai quali si svolgeva il banchetto), perché bere vino puro era considerato pratica da barbari. Infatti la misura, il controllo e l’equilibrio erano valori centrali della morale aristocratica greca, che prescriveva il ricorso al bere non come effetto funesto della frustrazione, ma come sollievo momentaneo dalla fatica del vivere, strumento per predisporre l’animo alla bellezza della comunione emotiva e spirituale con gli altri. Non a caso, il simposio era anche uno spazio educativo, dove si mettevano in scena le virtù del buon cittadino. A ciò si accompagnava la necessità di mantenere il più a lungo possibile la lucidità mentale necessaria per discorrere di letteratura, affrontare le questioni cruciali dell’esistenza, stringere alleanze politiche o riflettere sull’amore.
In questo contesto, la therapaenis automata non era solo un ritrovato curioso: era un oggetto carico di significato. Da un lato, rappresentava il lusso e il prestigio del padrone di casa, capace di stupire gli ospiti con una tecnologia sofisticata e un effetto speciale inaspettato. Dall’altro, incarnava una certa idea di armonia tra uomo e tecnica: la macchina che serve, che obbedisce, che si integra perfettamente nel rituale sociale; ma soprattutto, in una dimensione più filosofica, le meraviglie prodotte dall’umano intelletto.
Tecnica, meraviglia e continuità
In fondo, la lezione è meno sorprendente di quanto sembri: la tecnica ha sempre abitato gli spazi della vita umana. Cambiano solo le forme, non il principio. E quella figura che versa vino, più che un’anticipazione del futuro, è la prova di una continuità: l’essere umano non ha mai smesso di costruire strumenti per organizzare, regolare e dare forma alla propria esperienza del mondo. L’uomo greco l’aveva già immaginato, l’uomo moderno l’ha messo a punto.
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