Si è spenta oggi, all’età di 80 anni, la regina della musica country Dolly Parton, dopo una breve battaglia contro il cancro. A dare la notizia della scomparsa è stata la famiglia, attraverso un video diffuso sui suoi canali social ufficiali. L’annuncio arriva dopo alcune settimane in cui le sue condizioni di salute avevano fatto saltare diversi appuntamenti pubblici. A metà agosto, infatti, aveva dovuto rinunciare ad un impegno a Dollywood per problemi legati a disidratazione e capogiri, ma pochi giorni fa ci aveva tenuto a rassicurare i fan dichiarando di essere ancora in fase di recupero: “I’m still healin’, I’m still workin’” (“Sto ancora guarendo, sto ancora lavorando“).
Insomma, non esattamente un messaggio di commiato, ma una frase che, in maniera piuttosto semplice, era molto alla Dolly e incarnava alla perfezione lo spirito di una cantante, autrice, attrice, produttrice, imprenditrice e filantropa che ha saputo ritagliarsi uno spazio in diversi settori dello show business internazionale senza mai perdere il controllo di quel personaggio che, anno dopo anno, si era cucita addosso.
Dalle montagne del Tennessee al palcoscenico internazionale: la carriera di Dolly Parton fuori dagli schemi
Prima dei capelli, delle paillettes, del seno maggiorato, del cinema e della stessa Dollywood, c’era soltanto una ragazza del Tennessee che sapeva scrivere canzoni e che, a mio avviso, lo faceva anche piuttosto bene. Poco fa vi ho parlato di “personaggio” e forse ho commesso un errore, perché Dolly non è diventata un’icona per merito di una maschera, bensì grazie a quella capacità, ormai particolarmente rara, di riuscire a comporre pezzi che nel tempo hanno continuato a vivere persino molto lontano dal genere per il quale vennero scritti, ossia il country.
Jolene, I will always love you e 9 to 5: un repertorio lungo più di mezzo secolo
E Jolene, diciamolo, è probabilmente l’esempio più evidente. Una storia di gelosia e paura raccontata con una semplicità quasi disarmante, tanto da divenire uno dei brani più reinterpretati del suo repertorio. Per non parlare di 9 to 5, arrivata dall’omonimo film del 1980 e diventata un inno ironico alle frustrazioni del lavoro femminile. E infine, come non citare I Will Always Love You, scritta da lei nel 1973, cosa che molti non sanno ancora oggi, e portata al successo mondiale solo vent’anni dopo da Whitney Houston, che decise di inciderne una sua versione per la colonna sonora di The Bodyguard. Dolly si disse emozionata a riguardo e rivelò che le sarebbe piaciuto se, come fatto per la Houston, qualcuno avesse suonato queste note al momento della sua dipartita.
Parton avrà scritto all’incirca 3.000 canzoni e venduto oltre 100 milioni di dischi, ma la cosa più sorprendente è stata la capacità di aver scritto per sé e per gli altri rimanendo entro i confini della tradizione country e aprendosi contemporaneamente al pop, al cinema e alla cultura commerciale. Sapeva raccontare le persone comuni, benché a vederla in pochi lo avrebbero dovuto, soprattutto coloro che hanno conosciuto solo l’ultima parte del suo percorso artistico. Parlava di famiglie povere, amori finiti, donne tradite, lavori faticosi, ambizioni, vergogna e orgoglio. Insomma, un chiaro riflesso di quella che era stata la sua umiltà, sia prima della fama che in seguito. D’altronde, fu lei stessa a rammentarcelo:
Find out who you are and do it on purpose [“Scopri chi sei e scegli di esserlo fino in fondo”]
L’incontro con la nuova generazioni di artiste
Miley Cyrus, una Dolly per madrina

Dolly non è mai rimasta del tutto ancorata alla generazione che l’ha consacrata. Non a caso, nel corso degli anni ha saputo diventare un punto di riferimento anche per artiste molto più giovani, entrando nelle loro storie, condividendo il palco e lasciando che fossero loro a rileggere le sue canzoni. Basti pensare al rapporto con Miley Cyrus, iniziato letteralmente in famiglia. Parton era la sua madrina e nel 2006 era comparsa proprio in Hannah Montana, interpretando la zia Dolly nella serie Disney. Il legame tra le due, poi, non rimase confinato alla vita privata o alla televisione, avendo condiviso il palcoscenico in più di un’occasione, a cominciare dall’esibizione del 2010 a Dollywood, quando una Miley all’epoca diciassettenne cantò Jolene insieme alla sua madrina.
Beyoncé e il passaggio del testimone
Allo stesso modo, non si può ignorare l’avvicinamento a Beyoncé nel 2024, quando quest’ultima decise di esplorare il territorio della country music con il suo album Cowboy Carter, inserendo al suo interno nientemeno che Jolene. Dolly aveva già espresso in passato il desiderio di vedere Queen Bey confrontarsi con quel pezzo e accolse con entusiasmo la sua re-interpretazione. Per di più, nel disco la voce di Parton introduce la traccia con un piccolo intervento che collega la Jolene di Miss Carter alla “Becky with the good hair” di Sorry, creando un ponte tra due immaginari musicali decisamente differenti.
La cosa più interessante, però, è il cambio di prospettiva. Nella versione originale c’è una donna che implora un’altra donna di non portarle via l’uomo. Beyoncé, invece, cambia il tono e trasforma quella supplica in una sorta di avvertimento. La storia è la stessa, ma la protagonista non è più soltanto quella che teme di perdere qualcuno, ma è una donna che mette un limite. E Dolly, anziché difendere gelosamente la propria Jolene, aveva lasciato che qualcun altro potesse leggerla a modo proprio. Un po’ ciò che è accaduto nei mesi scorsi quando ha collaborato con Belles a Son of Jolene, una sorta di continuazione della vicenda originale, questa volta incentrata sul figlio di questa misteriosa figura femminile. Che dire, una canzone scritta negli anni ’70 continua a produrre musica più di mezzo secolo dopo!


Cinema, Dollywood, filantropia e quella capacità di reinventarsi senza mai cambiare pelle
Ad ogni modo, la musica non fu l’unico terreno sul quale seppe distinguersi. Ad un certo punto arrivò anche il cinema e Hollywood scoprì che dietro quella voce e quell’estetica esagerata c’era una presenza scenica tutt’altro che improvvisata. Nel 1980 approdò sul grande schermo la celebre pellicola 9 to 5, con Jane Fonda e Lily Tomlin, trasformando Dolly in un volto cinematografico di primo piano. Non aveva una formazione da attrice classica, eppure davanti alla macchina da presa funzionava. In seguito, fu la volta di The Best Little Whorehouse in Texas, Rhinestone, Steel Magnolias, Straight Talk e altri ancora. Naturalmente, non tutti i film possono essere considerati memorabili allo stesso modo, ma sono pur sempre sufficienti a dimostrare la versatilità di una vera e propria star che decise di non cambiare per niente e per nessuno.
Ciò nonostante, il cinema non era ancora abbastanza. Non contenta, in effetti, decise di fondare Dollywood, il parco divertimenti del Tennessee che porta il suo nome. In tanti avranno pensato ad un mero omaggio alla propria immagine, ma in realtà era ben altro. Si potrebbe dire che divenne un autentico marchio, uno di quelli che seppe sfruttare la notorietà lontano dai riflettori, aprendo le porte a chiunque. Difatti, nel 1995 fondò la Imagination Library, attraverso cui vengono tuttora distribuiti gratuitamente libri ai bambini e che sostiene numerose iniziative a favore delle comunità della sua terra d’origine.
Insomma, Dolly sapeva perfettamente come trasformare la fama in un’impresa e come sfruttarla per restituire qualcosa, e anche un po’ di sé, a tutti. Una grande donna ancor prima di essere una grande artista, con quella sua figura all’apparenza grottesca (nel senso buono del termine), fatta di capelli iper-cotonati, unghie chilometriche e trucco eccessivo.
Cos’altro aggiungere? Il mondo ha perso la voce più gentile, buona e generosa di tutte. Cara Dolly, we will always love you!
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