Ci sono storie che appartengono all’infanzia e altre che, proprio quando torniamo ad incontrarle da adulti, sembrano improvvisamente parlare di noi. Alice nel Paese delle Meraviglie, ad esempio, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Perché? Ve lo starete senza ombra di dubbio chiedendo. Ebbene, perché quella che a prima vista può sembrare soltanto una bizzarra avventura per bambini è in realtà un viaggio dentro l’identità, la conoscenza, la fantasia e il rapporto, spesso conflittuale, tra l’individuo e le regole che la società gli impone.
Quando Walt Disney portò Alice sul grande schermo in questo stesso giorno del 1951, il pubblico conosceva già la forza di un personaggio nato quasi un secolo prima dalla fantasia di Lewis Carroll. Alice’s Adventures in Wonderland era stato pubblicato nel 1865 e aveva come protagonista una bambina che, inseguendo un Coniglio Bianco, precipitava in un mondo nel quale le regole della realtà sembravano improvvisamente non avere più alcun valore. Carroll, pseudonimo del reverendo e matematico Charles Lutwidge Dodgson, aveva costruito quel mondo attraverso giochi logici, paradossi, filastrocche, equivoci linguistici e continui rovesciamenti della logica ordinaria.
Ed è proprio qui che il viaggio di quella bambina ha inizio.
Alice, infatti, non decide consapevolmente di partire. È la curiosità a trascinarla. Vede il Coniglio Bianco, lo segue e finisce dentro una tana che sembra non avere fine. Da quel momento perde progressivamente tutti i suoi punti di riferimento. Le dimensioni cambiano, il tempo sembra essersi fermato, le parole non significano più necessariamente ciò che dovrebbero significare e le persone che Alice incontra sembrano conoscere regole che lei non riesce a comprendere. Chissà, forse è proprio questo il senso del viaggio, perché non sta soltanto attraversando un luogo fantastico, ma se stessa.
Nel saggio Alice e il viaggio nella coscienza, ad esempio, scritto da me insieme alla Dott.ssa Letizia Leo (Sapienza, Università di Roma), avevamo individuato nel viaggio della protagonista una metafora della conoscenza e dell’educazione infantile. Conoscere significa entrare in relazione con gli altri e con la realtà, ma può significare anche fuggire temporaneamente da una realtà percepita come soffocante. Del resto, il viaggio di Alice nasce da una fuga dalla noia e dalle rigide convenzioni del mondo adulto, rappresentate dalla sorella che legge un libro di storia mentre lei si abbandona al sonno sotto un albero. Non è un dettaglio secondario. Lei si addormenta perché il mondo reale non riesce più a soddisfare la sua curiosità e il sogno diventa allora una porta, una porta verso l’assurdo, certo, ma anche verso una forma diversa di conoscenza.
Il Paese delle Meraviglie è il luogo nel quale tutto ciò che nella realtà dovrebbe essere ordinato diventa instabile ed è proprio questa instabilità a costringere la nostra protagonista a crescere. A tal proposito, una domanda fondamentale arriva dal Bruco:
E tu chi sei?
Così le chiede, ma lei non sa più rispondere!
Sembra semplice, ma al tempo stesso è particolarmente profonda, forse una delle più profonde dell’intera storia. La bambina ammette di non sapere più chi sia perché da quando si è svegliata quella mattina è cambiata più volte. Il corpo che cresce e si rimpicciolisce diventa dunque la rappresentazione visibile di un cambiamento molto più profondo. Sta crescendo intellettualmente, sta imparando a guardare il mondo da prospettive diverse, a confrontarsi con personaggi che rappresentano modi differenti di pensare e di vivere. Il Paese delle Meraviglie, insomma, è una gigantesca scuola senza maestri. Ogni incontro lascia una lezione.
Il Bruco rappresenta la parte più riflessiva e consapevole di Alice. Il Cappellaio Matto incarna invece quella parte folle e libera che rifiuta le convenzioni e cerca una forma di pienezza del vivere. Lo Stregatto diventa una presenza ambigua, capace di offrire consigli ma anche di ricordare alla giovane che in quel mondo «son tutti matti». La Regina di Cuori, infine, è l’incarnazione dell’autorità arbitraria, delle convenzioni sociali e di un mondo adulto che pretende obbedienza senza necessariamente offrire ragioni.
Alice attraversa tutto questo senza avere una vera guida, il che rende la sua storia particolarmente moderna. In fondo, siamo abituati a pensare che crescere significhi ricevere risposte, eppure Alice scopre che crescere vuol dire soprattutto imparare a convivere con quelle domande che ci siamo sempre posti e alle quali, il più delle volte, non siamo in grado di trovare delle risposte.
E che dire di quel “nonsense” che permea quella realtà in cui la piccola si ritrova? Dopotutto, è impossibile parlare di Alice nel Paese delle Meraviglie senza soffermarsi su questo aspetto. Definirlo semplicemente come qualcosa “senza senso” sarebbe piuttosto riduttivo. Carroll era un matematico e un creatore di giochi logici. Il suo universo fantastico nasce proprio dall’incontro paradossale tra logica e irrazionalità, tra rigore e gioco, tra linguaggio e sua deformazione. Nel libro convivono realismo e fantasia, logicità e paradosso, giochi verbali e satira delle rigide regole imposte dalla società.
Il nonsense, quindi, non distrugge necessariamente il senso di ogni cosa, ma può comunque metterlo alla prova: quando il Cappellaio Matto parla, quando il tempo smette di scorrere normalmente, quando una conversazione apparentemente normale si trasforma in un gioco di parole, ciò che viene messo in crisi è la nostra pretesa di avere sempre una spiegazione. Perciò Alice continua a parlarci.
Viviamo in un mondo nel quale cerchiamo continuamente coordinate, definizioni, risposte, spiegazioni. Desideriamo sapere dove stiamo andando e perché. Vogliamo che le cose abbiano un ordine, ma cosa accade quando quell’ordine improvvisamente scompare? Alice si trova esattamente in quella condizione. Non sa dove andare e non sa di chi fidarsi, non riesce a comprendere le regole del luogo in cui si trova. Ciò nonostante, continua a camminare e ad andare avanti. Perdersi diventa, di conseguenza, una condizione necessaria per conoscere.
C’è poi un elemento piuttosto interessante nell’opera di Carroll: il mondo degli adulti non viene presentato come necessariamente più razionale di quello fantastico. Anzi.
Nel Paese delle Meraviglie tutti sembrano folli, ma anche il mondo reale nel quale Alice vive è costruito su regole che spesso non vengono messe in discussione semplicemente perché sono state tramandate dagli adulti. La bambina diventa, in questa logica, una piccola sovversiva. Non accetta automaticamente ciò che le viene detto. Fa domande. Contesta. Si stupisce. Cerca di capire. Pertanto, la fantasia non è una fuga definitiva dalla realtà, ma uno spazio nel quale si può sperimentare un diverso modo di rapportarsi con essa.
Nel saggio avevamo definito questo passaggio come un momento di presa di coscienza e di crescita intellettiva: Alice può tornare nel mondo reale soltanto dopo aver attraversato quello fantastico, perché è esattamente quell’esperienza apparentemente assurda ad averle fornito una maggiore consapevolezza di sé. È una delle grandi intuizioni di Carroll: per tornare davvero alla realtà bisogna, qualche volta, avere il coraggio di allontanarsene.
E la Disney come ha reso visivamente tutto ciò? Qui arriviamo al film del 1951.
È impossibile negare quanto l’immaginario visivo della Disney abbia contribuito a rendere Alice una figura universale. Generazioni di spettatori hanno conosciuto i suoi “compagni di viaggio” e il tè più folle della storia del cinema proprio attraverso la celebre trasposizione cinematografica. Mi spiace dirvelo, però, il film in quanto a fedeltà allo spirito dell’autore originario presenta alcune contraddizioni. Disney costruisce una sorta di mash-up dei due libri, mescolando elementi di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Il risultato è visivamente straordinario, ma narrativamente discontinuo. Nel nostro saggio avevamo sottolineato come questa scelta abbia finito per sacrificare alcuni aspetti fondamentali del messaggio di Carroll e, soprattutto, parte della complessità dei suoi nonsense.
La Alice disneyana è più ingenua, più buffa, talvolta persino irritante. Il film privilegia l’episodio, l’incontro, la gag, la canzone e l’immagine rispetto alla dimensione più profonda del viaggio interiore. Paradossalmente, però, proprio questa imperfezione ha contribuito alla sua fortuna, essendo la storia difficile da “addomesticare”. La trama di Carroll resiste alla linearità, alla morale troppo semplice e persino alla necessità di spiegare tutto. Il lungometraggio che ognuno di noi conosce può attenuare alcune delle sue implicazioni, ma non può cancellare completamente quella sensazione di spaesamento che rappresenta l’anima stessa del racconto. Alice continua a perdersi, e noi continuiamo a seguirla!
Il fatto che Alice abbia continuato a tornare al cinema e in televisione dimostra quanto il personaggio sia difficile da esaurire e da sviscerare. Dalla prima trasposizione cinematografica del 1903 fino alle versioni successive, registi molto diversi hanno cercato di interpretare nuovamente il viaggio della bambina, trasformandolo, deformandolo o addirittura rendendolo più oscuro. Tra le riletture più radicali c’è quella di Jan Švankmajer, che nel 1988 realizza Alice: Něco z Alenky. Il surrealismo del regista ceco porta il mondo di Carroll verso una dimensione inquietante e quasi perturbante. Gli oggetti prendono vita, gli archetipi del racconto vengono trasformati e Alice diventa una creatura sospesa tra sogno e incubo. Qui il nonsense non è più semplicemente giocoso, ma diventa una forma di libertà e di ribellione, un modo per forzare i limiti della realtà.
Poi arriva Tim Burton, nel 2010, e decide di raccontare una Alice adulta. È una scelta interessante perché permette al regista di trasformare il viaggio fantastico in un percorso di memoria e di emancipazione. La protagonista torna nel Paese delle Meraviglie e scopre che quel mondo non è più quello che ricordava. È cambiato, ma è cambiata anche lei. Il luogo della memoria è diventato un luogo di crisi, e affrontarlo significa affrontare ciò che Alice è diventata. La rilettura di burtoniana introduce una dimensione femminista molto più esplicita: Alice rifiuta il matrimonio che dovrebbe garantirle sicurezza e accettazione sociale e decide di prendere in mano la propria vita. Il viaggio diventa quindi anche una lotta contro le convenzioni di una società aristocratica e maschilista.
È una Alice diversa da quella Disney, ma il nucleo del viaggio rimane lo stesso. Prima di poter scegliere chi essere, Alice deve attraversare un luogo nel quale non sa più chi è. Magari la cosa più affascinante è che il viaggio termina proprio quando dovrebbe cominciare. Alice si sveglia. Il mondo fantastico scompare. Il Coniglio Bianco, il Cappellaio, il Bruco, lo Stregatto e la Regina di Cuori non ci sono più. Rimane soltanto il mondo reale, benché lei non sia esattamente più la stessa. Ed è questo è il vero passaggio di formazione. Il sogno non vale perché è realmente accaduto, ma perché ha prodotto una trasformazione. Alice torna alla realtà con una consapevolezza diversa, dopo aver incontrato parti di sé che non conosceva.
E allora forse il Paese delle Meraviglie non è semplicemente un luogo, bensì uno stato della coscienza dettato da quello spazio nel quale possiamo permetterci di mettere in discussione ciò che siamo, ciò che sappiamo e ciò che gli altri hanno deciso che dovremmo essere. È il luogo della fantasia, ma anche della crisi, del dubbio e dello smarrimento. E proprio per questo può diventare il luogo della crescita.
Sarà questo il motivo per cui, a distanza di oltre un secolo e mezzo dalla nascita del personaggio, continuiamo a tornare da lei. D’altronde tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo inseguito un nostro Coniglio Bianco, un’occasione, una persona, un desiderio, una curiosità o semplicemente qualcosa che non sapevamo ancora nominare. E qualche volta, seguendolo, ci siamo ritrovati in un luogo nel quale le vecchie regole non funzionavano più.
Abbiamo cambiato dimensione, metaforicamente o realmente. Le persone ci hanno mostrato parti di noi che non conoscevamo. E al tempo stesso, abbiamo avuto bisogno di uno Stregatto per ricordarci che forse non eravamo gli unici a essere “matti”. Abbiamo incontrato il nostro Cappellaio, la nostra Regina di Cuori, il nostro Bruco. E magari, proprio come Alice, ad un certo punto ci siamo chiesti: «Io chi sono?». La risposta non arriva necessariamente subito e può darsi che non debba arrivare, dal momento che crescere non significa smettere di perdersi, ma imparare a non avere paura dello smarrimento.
Il mondo di Alice ci ricorda che la fantasia non è il contrario della realtà. Può essere il modo attraverso il quale impariamo a guardarla con occhi nuovi. E il nonsense, apparentemente privo di senso, può diventare una delle forme più efficaci per mettere in discussione le certezze che consideriamo intoccabili. Carroll aveva affidato ai suoi lettori una bambina capace di meravigliarsi, di interrogare il mondo e di non accettarne passivamente le regole. È quella che, nel nostro saggio, abbiamo accostato alla “poetica del fanciullino” di Pascoli: conservare, pure da adulti, qualcosa della libertà, del sogno e persino della follia proprie dell’infanzia. Il vero “paese delle meraviglie” è quello che si apre dentro di noi quando smettiamo, fosse anche solo per un attimo, di pretendere che tutto debba avere una spiegazione.
Perdersi non significa sempre aver smarrito la strada. Anzi, a volte significa aver finalmente trovato il coraggio di cercarne una nuova!
Ma non ci fu risposta o ostrichetta, e non c’è da stupir, perché… le avea mangiate tutte, ahimè!
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