Una giovane poliziotta è inginocchiata sull’asfalto dell’autostrada. Davanti a lei, oltre il guardrail, c’è un uomo che minaccia di gettarsi nel vuoto. Lei gli parla, lo prega di tornare indietro, gli chiede di fare un passo verso di lei. Quell’uomo è Federico Vella, 36 anni. Poco prima aveva sequestrato la sua ex compagna, Lorena Isceri, 45 anni, l’aveva rinchiusa nel bagagliaio di un’automobile e poi l’aveva gettata dal viadotto Lora dell’A1, nel territorio di Barberino del Mugello.
Ho guardato il video della poliziotta inginocchiata davanti a quell’uomo e sono andata in cortocircuito.
Perché pregarlo? Perché supplicare un uomo che aveva appena tolto la vita a una donna, di non uccidersi? Perché inginocchiarsi davanti a chi non aveva avuto alcuna pietà per Lorena?
Sono sempre dalla parte della vita ma questa volta ho fatto fatica. Una parte di me avrebbe voluto gridare a quella ragazza in divisa: “Non pregarlo! Non inginocchiarti davanti a lui!”.
Poi ho provato a guardare oltre la mia reazione istintiva e ho capito che quella scena racchiudeva molto più di quanto apparisse.
Sappiamo razionalmente che ogni vita deve essere protetta. Eppure, davanti a un uomo che ha appena ucciso la donna che diceva di amare, quel principio diventa difficilissimo da sostenere e non perché siamo persone cattive, ma perché sentiamo che qualsiasi gesto di attenzione rivolto all’assassino sottragga qualcosa alla vittima. Come se cercare di salvare lui significasse dimenticare lei, Lorena.
Da una parte c’è il valore assoluto della vita. Dall’altra c’è il bisogno profondamente umano di giustizia. Non necessariamente di vendetta, ma almeno di una conseguenza, di una responsabilità assunta, di una risposta data davanti alla legge e ai familiari della vittima.
Il suicidio del femminicida lascia invece una sensazione terribile: quella di un’ultima fuga. Non solo ha deciso come dovesse concludersi la storia ma si è anche sottratto alla possibilità di raccontare, rispondere, essere giudicato e condannato.
Quando si è inginocchiata sull’asfalto, Ilaria non sapeva ancora che Lorena fosse già morta.
La giovane agente sperava che, riuscendo a convincere Federico Vella a tornare indietro e a lasciarsi prendere, avrebbe potuto scoprire dove si trovasse la donna e salvarla. Il suo pensiero era semplice e disperato: “Se salvo lui, salvo anche lei”.
L’agente stava lavorando e lo stava facendo in una situazione estrema, affidandosi all’unico strumento che le restava: la parola. Doveva apparire rassicurante, controllare le emozioni, abbassare la tensione, convincere quell’uomo a fidarsi e a compiere un passo verso di lei. Ilaria, in quel momento, stava pensando a Lorena.
E anche quando ha compreso che Lorena non poteva più essere salvata, il suo dovere non è cambiato. Un poliziotto non può decidere che una persona debba morire perché ha commesso un delitto.
La civiltà si misura proprio nei momenti in cui sarebbe più facile rinunciarvi.
Lorena voleva vivere. Federico, invece, ha deciso che la fine della relazione fosse una decisione che Lorena non aveva il diritto di prendere. Ha deciso che, se non poteva più averla accanto, lei non avrebbe più avuto una vita. E poi ha deciso di sottrarsi alle conseguenze del proprio gesto.
Federico Vella non era incapace di vivere senza Lorena. Era incapace di accettare che Lorena potesse vivere senza di lui e questa è la differenza tra amore e possesso.
L’amore dice: “Soffrirò, ma rispetto la tua scelta”
Il possesso dice: “Se non sei più mia, non sarai più di nessuno. Nemmeno di te stessa”.
Lorena aveva paura del suo ex eppure non aveva voluto denunciarlo perché non voleva danneggiarlo, non voleva rovinargli la vita. È questo il punto più doloroso e forse il più profondo di tutta la vicenda. Una donna aveva paura di un uomo, ma continuava a preoccuparsi delle conseguenze che avrebbe potuto subire lui. “Perché non lo ha denunciato?” si legge sui social.
C’è un inganno emotivo che porta tante donne a proteggere chi le spaventa. A volte si teme di esagerare. Si pensa che una denuncia possa compromettere il futuro dell’altro. Si continua a sentirsi responsabili della sua fragilità, delle sue reazioni e persino delle conseguenze delle sue azioni.
Entriamo dentro i meandri delle forme più pericolose degli inganni d’amore: crediamo che proteggere l’uomo che ci fa paura sia una forma di bontà, mentre proteggere noi stesse sarebbe un atto cattivo.
E così, non denunci.
Ma denunciare serve davvero?
Troppe donne hanno chiesto aiuto e non sono state protette. Una denuncia non è una garanzia assoluta di salvezza. Le istituzioni possono sbagliare, sottovalutare il rischio o intervenire tardi.
Ma dire che denunciare non serve a niente è sbagliato anche se non sempre basta, e questo è il fallimento sul quale lo Stato deve essere chiamato a rispondere. Chiedere aiuto non deve essere percepito come un gesto inutile.
Piuttosto, una donna non dovrebbe essere costretta a compierlo da sola. Servono centri antiviolenza, operatori preparati, forze dell’ordine in grado di riconoscere l’escalation e istituzioni capaci di proteggere concretamente chi trova il coraggio di parlare.
Non basta ripetere alle donne “denunciate”. Bisogna garantire che, quando lo fanno, qualcuno resti accanto a loro anche il giorno dopo!
Sul viadotto dell’A1 si sono incrociate, senza incontrarsi davvero, le storie di due donne.
Lorena aveva paura di Federico, ma non voleva danneggiarlo. Ilaria ha pregato Federico di non morire, inginocchiandosi davanti a lui.
Due gesti che potrebbero sembrare simili: due donne che cercano di proteggere lo stesso uomo. Eppure sono profondamente diversi.
Lorena proteggeva l’uomo dalle conseguenze. Ilaria cercava di salvare una vita per consegnarla alle conseguenze. Il primo gesto racconta quanto possa diventare pericoloso confondere l’amore con il sacrificio di sé. Il secondo racconta una civiltà che prova a restare tale anche davanti all’orrore.
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