Alice lo affascina e gli piace. Proprio per questo non riesce a quantificare quanto sia svitata, in verità non gli interessa nemmeno – testo estrapolato dal libro
Gabriele è un adolescente con una vena profondamente ribelle, ma anche un’intelligenza fuori dal comune. È una di quelle voci fuori dal coro che, capaci di ragionare senza condizionamenti né pregiudizi, ti auguri si moltiplichino nel mondo. Osserva, mette in discussione e soprattutto non si accontenta delle spiegazioni che gli adulti gli servono già belle e pronte. Analizza e scompone. Alice è una trentenne influencer, mamma a tempo pieno di Ugo e Drusilla, bimbi? Nah. Bambole reborn. E cosa hanno Alice e Gabriele in comune? Apparentemente solo un appartamento nello stesso condominio, ma anche una sensibilità fuori dal comune – e questo si comprende solo leggendo. Gabriele non pensa, esattamente come tutti gli altri condomini (e non solo), che Alice sia una svitata e la supporta nella sua attività di mamma finta-ma-non-troppo. E forse è proprio questa sua capacità di guardare oltre ciò che gli altri vedono a renderlo così importante nella storia.
Ma con un morto in giro come ci si comporta? Proprio così inizia il thriller di Rebecca Quasi, Il morto al primo piano (e altre grane condominiali).
Abbiamo detto un morto. Tale Marcello Conforti, proprietario dell’immobile e grandissimo hater di… Alice.
Sì, perché con una coinquilina svitata sai di quanto cala il prezzo dei vari appartamenti? Proprio per questo lui la voleva fuori dai piedi e proprio per questo, poco prima di essere trovato morto, i due avevano litigato. Lei non cedeva (e perché avrebbe dovuto, visto che non faceva nulla di male) e lui pure. Però Alice, che è l’immagine della pacatezza in quella sua eterna scenetta costruita intorno ai figli (finti, ma tant’è), non sembra proprio quella che ti fa fuori se la scocci. Di questo si accorge presto anche Zeno, quasi-padre (sì, ha senso, ma anche in questo caso dovete leggere il libro) di Gabriele. Lui, agronomo che fa della praticità uno stile di vita, vede più in là. Non si accontenta. Proprio come il suo quasi-figlio. E il loro rapporto, pazzesco e bellissimo nella sua stranezza, è uno dei punti chiave del libro. Ma andiamo avanti.
Zeno, abbiamo detto. Sì, all’inizio lui pensa che lei sia discretamente svitata. Anzi, molto. Quando Gabriele mostra la volontà di aiutarla in quella che sembra una caccia alle streghe non necessaria, quasi gli viene da dissentire, salvo poi ripigliarsi e pensare che Alice forse forse di una mano ha proprio bisogno.
E chi più di lui è adatto, granitico e affidabile? Il rapporto tra Zeno e Gabriele, come dicevamo, è una parte importante del romanzo. Non è soltanto quello tra un adulto e un ragazzo: c’è una complicità costruita nel tempo, fatta anche di confronti, incomprensioni e di quella particolare forma di affetto che passa più dai gesti che dalle grandi dichiarazioni. Zeno cerca di tenere Gabriele con i piedi per terra, mentre Gabriele ha spesso la fastidiosa (per gli adulti) abitudine di vedere cose che loro non vedono.
E in questa storia, direi che gli torna parecchio utile.
Nella scena compaiono poi anche altre due persone. Ofelia è la figliastra di Conforti. Castrozzi è un vicino impiccione che sta sempre ravanando con il naso adunco nei fatti altrui. Loro avranno un peso molto importante in quella che sarà l’indagine. Ah, non quella dei poliziotti, ma quella dei condomini. Perché il condominio, in fondo, è quasi un personaggio del libro: un piccolo universo fatto di vicini che osservano, giudicano, parlano, sospettano e, soprattutto, sanno sempre qualcosa. O almeno credono di saperlo. E quando c’è un morto al primo piano, naturalmente, la curiosità diventa un affare collettivo.
Abbiamo quindi l’influencer (che dietro il suo modo di vivere nasconde un mondo di sofferenza e che svitata non lo è per nulla), il ragazzino intelligente, la figliastra assetata di verità, il vicino con gli occhi sempre vispi e… il quasi-genitore che sembra dirigere l’orchestra. Bello. Anzi, molto bello. Ma a rendere tutto ancora più interessante, non c’è nulla da fare, è la penna.
La Quasi, spesso in vetta alle classifiche, è un portento: riesce a strappare una risata anche quando parla di cose serie, a costruire personaggi eccentrici senza renderli macchiette e a infilare ironia praticamente ovunque. E forse è proprio questo il bello di Il morto al primo piano: dietro il cadavere, dietro l’indagine e dietro le stranezze dei suoi protagonisti c’è un’umanità molto più complessa di quella che sembra a una prima occhiata. Di fronte alla sua scrittura ci si può solo inchinare. Promosso!
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