Di recente ho visto I migliori anni della nostra vita, film francese del 2019 diretto da Claude Lelouch. È il terzo capitolo della storia d’amore tra Anne e Jean-Louis, iniziata nel 1966 con Un uomo, una donna. Sono trascorsi più di cinquant’anni dal loro primo incontro. Jean-Louis è ormai anziano, vive in una casa di cura e si perde continuamente nei sentieri della memoria. Dimentica il presente, confonde i volti, non sempre riconosce le persone che ha davanti. Eppure continua a ricordare Anne, la donna che ha amato e che non ha saputo tenere accanto a sé.
Suo figlio decide allora di cercarla e le chiede di andare a trovarlo. Anne accetta.
Quando arriva, Jean-Louis inizialmente non la riconosce. Parla con lei come se fosse una sconosciuta e le racconta proprio di Anne, della loro storia e di ciò che avrebbe potuto essere. Lei lo ascolta con una dolcezza che mi ha profondamente colpita.
Avrebbe molte ragioni per non essere lì. Quell’uomo l’ha amata, ma l’ha anche ferita. Le sue intemperanze e la sua mancanza di rispetto l’hanno costretta ad allontanarsi. Anne non se n’è andata perché non provava più nulla. Se n’è andata perché, a un certo punto, restare avrebbe significato accettare ciò che non poteva più accettare.
Eppure, dopo tanti anni, torna da lui. Non per ricominciare o per fingere che il male non sia mai esistito e neanche per assolverlo da ogni responsabilità.
Torna per concedere a entrambi un’ultima possibilità: tenere il bello e lasciare andare definitivamente il brutto.
Perdonare non significa tornare da chi ci ha ferito
Siamo abituati a pensare al perdono come a una riconciliazione. Se hai perdonato, allora devi riaprire la porta, devi ricominciare a parlare, ristabilire un rapporto, concedere un’altra possibilità.
Ma perdonare non significa necessariamente tornare e soprattutto non significa dimenticare.
Anne non cancella ciò che Jean-Louis le ha fatto. Non trasforma la mancanza di rispetto in una grande prova d’amore e non riscrive il passato per renderlo più romantico. Quando era necessario, si è allontanata perché ha scelto di proteggere sé stessa e la propria dignità.
Ed è proprio perché allora è riuscita ad andarsene che oggi può tornare per un momento senza perdersi di nuovo.
Questa è una distinzione importante, soprattutto per chi è uscito da una relazione dolorosa. Il perdono non deve mai diventare il nuovo nome della sopportazione. Non può essere l’alibi con cui permettiamo a qualcuno di continuare a ferirci.
Puoi perdonare una persona e non volerla più nella tua vita così come puoi comprendere le sue fragilità senza giustificare il suo comportamento e comprendere il suo amore per te senza negare che ti abbia fatto male.
Andarsene non è sempre il contrario dell’amore
Ci sono persone che abbiamo dovuto lasciare non perché avessimo smesso di amarle, ma perché restare avrebbe significato smettere di amare noi stesse.
Forse è questa una delle verità più difficili da accettare. L’amore non rende automaticamente sana una relazione. Può esserci un sentimento autentico e, allo stesso tempo, possono esserci comportamenti che umiliano, feriscono e consumano.
Non sempre chi ama sa amare bene.
Jean-Louis ha amato Anne, ma non ha saputo rispettare quel sentimento abbastanza da proteggerlo dalle proprie intemperanze. E Anne ha dovuto fare ciò che lui non era stato capace di fare: mettere un limite.
Allontanarsi, allora, non è stato smettere di amare. È stato semplicemente comprendere che nessun sentimento, per quanto grande, può chiederci in cambio la dignità.
Non tutto il bello diventa falso perché è finita male
Dopo una relazione che ci ha ferito, può succedere di idealizzare tutto, aggrappandoci ai momenti felici oppure il suo opposto, ossia di condannare tutto convincendoci che ogni parola era una bugia, ogni abbraccio una manipolazione.
Anne sembra scegliere una terza strada, più difficile e più matura. Riconosce che Jean-Louis non ha saputo amarla come avrebbe dovuto e che lei ha fatto bene ad andarsene. Ma non permette ai suoi errori di cancellare anche quello che tra loro era stato vero.
Non tutto il bello diventa falso soltanto perché una storia è finita male.
Possiamo riconoscere il male ricevuto senza consegnargli anche i ricordi felici. Possiamo dire:
Mi hai ferita
E contemporaneamente, ammettere:
Con te ho vissuto qualcosa di importante
Le due verità possono esistere insieme.
Perdonare significa non lasciare al male l’ultima parola
Quello di Anne non è il perdono di una donna che ormai non ha più bisogno che il passato diventi diverso da ciò che è stato.
E forse perdonare è proprio questo: decidere che ciò che è accaduto non avrà l’ultima parola sulla nostra vita. Significare accettare ciò che è successo ma non permettere a quel male di sporcare il resto.
Il male non merita di prendersi anche le risate, i viaggi, gli sguardi, la complicità e la persona che eravamo quando ancora credevamo in quella storia. Quello che abbiamo vissuto appartiene anche a noi. Possiamo scegliere cosa conservare consapevoli di ciò che ci ha ferito.
Anne non torna indietro: torna abbastanza vicino
Anne non torna dall’uomo che aveva dovuto lasciare. Torna dall’amore che, per salvarsi, aveva dovuto interrompere.
Lo raggiunge per un tratto, entra nei suoi ricordi e gli restituisce per un momento la donna che lui non ha mai smesso di cercare ma soprattutto restituisce a sé stessa la possibilità di guardare quella storia senza essere costretta a scegliere tra la nostalgia e il rancore.
Lei non torna totalmente ma soltanto abbastanza vicino da raccogliere ciò che merita di essere salvato.
Anne tiene il bello, lascia andare il brutto e concede a entrambi quella pace che, quando si amavano, non avevano saputo darsi.
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