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“Andrea, oltre il ragazzo dai pantaloni rosa”: il ritratto di una mamma sulle sofferenze del figlio

Sono passati tredici anni. Tredici, lunghissimi anni di sofferenze, di elaborazioni e di luci. Eppure i momenti che hanno portato a questo libro rimarranno impressi nella mia mente come se tutto fosse accaduto ieri

Era il 20 novembre del 2012 quando Andrea Spezzacatena, quindicenne normalissimo con una gran voglia di vivere, un’energia fuori dal comune e una sensibilità accentuata, prese una decisione estrema: dopo essere stato al centro di alcuni atti importanti di bullismo, sopraffatto dal dolore e dalla vergogna che gli adolescenti – ricordiamo – provano in maniera più intensa, prese una sciarpa, la appese alla scala del suo appartamento e si suicidò. Quella sciarpa, in particolare, per mamma Teresa – che l’aveva procurata qualche giorno prima per permettere ad Andrea di stare al caldo -, fu un incubo per lungo tempo. Di questo e di tutto quello che avvenne Teresa parla in questo libro, Andrea, oltre il ragazzo dai pantaloni rosa, raccontando l’enorme tragedia che si abbatté sulla sua vita e su quella dei suoi cari.

Un racconto crudo e che spezza l’anima quello in “Andrea, oltre il ragazzo dai pantaloni rosa”

Si parte proprio da quel giorno, da quando Teresa riceve una chiamata. L’ex marito, tornando a casa, trova Andrea morto proprio mentre è al telefono con lei – fuori per delle visite, a 600 chilometri di distanza. Da lì, il cuore di Teresa – e dell’ex marito – si spezza. Non è un caso che non esista un termine per chi perde un figlio, è una cosa talmente innaturale che il dolore ti devasta, ti spegne, ti acceca. Il cuore si spezza, l’anima si dilania. Hai dato la vita e, puff, improvvisamente quella vita non c’è. E Teresa non rende il racconto più zuccheroso. Anzi. Lo rende crudo, come crudo è il suicidio di un figlio quindicenne. E racconta tutto, Teresa: persino del figlio nella bara, un angelo che, bellissimo, ha già preso il volo ma che lei non riesce a salutare. Dell’ultimo bacio su quella fronte fredda, ormai granitica. Dei suoi oggetti preferiti messi dentro, accanto a lui per l’eternità. Della saldatura del coperchio. Dei mesi successivi.

Tra sentimento e dolore, una narrazione autentica

Non fa sconti Teresa, nemmeno a se stessa. E non si nasconde. Lo dice, ad esempio, che all’inizio non riusciva nemmeno a dare a Daniele – figlio minore, all’epoca decenne – le giuste attenzioni. Lo dice che non poteva pensare ad altro, che si sentiva in colpa per tutto, che la sua vita sembrava finita, chiusa. Il conforto lo trovava, spiega, nelle piccole cose, nella vicinanza anche di estranei, ma la voce le si spezzava sempre. Andrea era sempre lì, di fronte ai suoi occhi. Il suo primogenito, sensibile e dolce, sempre con il sorriso. E allora la domanda sorge spontanea: quanto è facile strappare una vita, reciderla come si farebbe con un ciuffo d’erba? Quanto peso devono avere le parole, se fanno tutto questo danno? Le parole, del resto, sebbene in pochi capiscano, creano il nostro mondo e plasmano la realtà sociale. E sono dolore come pugnalate. Soprattutto, per gli adolescenti, piccoli fiori che a vivere stanno imparando proprio ora.

Il libro lasciato intatto

Teresa lo spiega all’inizio: non ha toccato nulla di questo libro, nella sua riedizione. Perché rifinirlo, limarlo, sarebbe stato cancellare quello che era, ossia un racconto duro come la pietra ma accurato chirurgicamente. Leggerlo vuol dire stare male, soprattutto se si ha figli. Una tragedia simile può capitare a chiunque, lo sappiamo, e leggerla nella sua interezza fa battere il cuore all’impazzata. E correre a baciare le testoline dei tuoi figli. Pregare, anche se non si è religiosi, che mai e poi mai si debba provare il dolore di far chiudere una bara con dentro il sangue del tuo sangue. E provare, per mamma Teresa, un sentimento di affetto: forte e fragile, ha trasformato questo strazio in una lotta. Al bullismo, al cyberbullismo, a tutte le forme di violenza che nelle scuole ancora sopravvivono e che portano se va bene alla sofferenza delle vittime e se va male persino alla loro morte.

Cosa resta? La voglia che tutto questo meccanismo malato cessi, che nelle scuole – e a casa – venga fatta sensibilizzazione. Che i giovani imparino il potere delle parole, quanto un ammasso di sillabe sbagliate possa essere pericoloso. Quanto una presa in giro possa essere dolorosa per chi la riceve. Insegniamo ai nostri figli l’empatia, a essere sempre dalla parte di tutti, soprattutto di chi subisce. E se sono loro i bersagli, a non mollare. A chiedere aiuto – a noi genitori, agli zii, ai professori. A non pensare al peggio.

Consigliato? Sì, soprattutto nelle scuole

Tutti dovrebbero conoscere vicende come quella di Andrea – mi viene in mente una delle ultime, il piccolo Paolo, preso in giro e chiamato “Nino d’Angelo”, che ha deciso di farla finita una mattina prima della scuola – e riflettere: la lettura di questo libro dovrebbe essere resa obbligatoria in scuole medie e superiori. Cambierebbe qualcosa? Non lo so. Ma tra incontri di sensibilizzazione, libri, vicende di cui discutere in classe, magari e dico magari, qualcosa si smuoverebbe. E potremo vivere in un mondo migliore, dove si può essere chi si vuole. Dove chiunque si possa mettere lo smalto alle unghie o indossare un pantalone rosa. Dove i capelli si possano portare come si vuole e gli hobby sono quelli che rendono felice la persona e non la società.
Perché Andrea – e Paolo, e tutti gli altri – non siano morti invano. E quella sciarpa diventi un simbolo di cambiamento, non di morte.

Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Rotte Letterarie”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-

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Federica Cabras

Giornalista pubblicista, editor e scrittrice, ha in tasca una laurea in Lettere e un master in Criminologia. Ha pubblicato sette libri, spaziando dall'horror al romance, e lavora nel campo del giornalismo da dieci anni. Tra le sue pubblicazioni, "I segreti di una culla vuota" e "Chi me lo ha fatto fare".

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