Camminando nei pressi dell’ex Lago di Aral, quello che un tempo era un mare, ci si può imbattere nei relitti delle barche da pesca: scafi arrugginiti appoggiati sulla sabbia, lontanissimi dall’acqua che li aveva fatti navigare, come fossero delle vere e proprie barche finite nel deserto. Com’è possibile? Beh, se una volta qui c’era una vastissima distesa d’acqua, oggi non è rimasto più niente, neppure il sistema agricolo, ecologico ed economico che era sorto sulle sue sponde.
Un tempo, infatti, in quest’area fra Kazakistan e Uzbekistan, vi sorgeva il quarto lago più grande del pianeta. A partire dagli anni Sessanta, però, le acque dell’Amu Darya e del Syr Darya, i due fiumi che lo alimentavano, furono deviate in maniera massiccia per irrigare soprattutto le coltivazioni di cotone. L’agricoltura in una delle regioni più aride dell’Asia centrale aveva bisogno di acqua e quella che serviva ai campi venne sottratta progressivamente al lago. Tutto questo, però, portò il livello dell’acqua ad abbassarsi, la superficie a ritirarsi, la salinità ad aumentare e la pesca, che sosteneva interna comunità nei dintorni, a scomparire. Un chiaro esempio, dunque, per non dire l’ennesimo, di come alle volte la nostra gestione del suolo e dell’ambiente non sia delle migliori.
Per carità, coltivare in quelle zone non era un capriccio. Anzi, l’irrigazione ha trasformato vaste porzioni di territorio, creato occupazione e permesso di produrre quantità enormi di cotone e altri prodotti. A mio avviso, però, il problema è il modello con cui una tale trasformazione si è realizzata: estese superfici irrigate, infrastrutture inefficienti, monoculture e prelievi talmente elevati da alterare l’intero bilancio idrico del bacino. La FAO ha indicato proprio le pratiche agricole e l’uso improprio dell’acqua tra le cause centrali della crisi.
D’altronde l’agricoltura non consuma semplicemente acqua, ma dipende da un equilibrio tra acqua, suolo, clima, coltura e sistema di irrigazione. Se si ignora anche solo uno di questi elementi, la situazione presto o tardi precipita e nel caso dell’Aral è degenerata verso una salinizzazione. Quando il lago si è ritirato, ha lasciato scoperti migliaia di chilometri quadrati di fondale. Quel terreno conteneva sale e residui provenienti da decenni di attività agricole. Il vento ha poi fatto il resto, sollevando polveri e particelle saline e trasportandole sulle campagne circostanti. Ironico, a pensarci, poiché si deviò l’acqua nei campi per renderli produttivi e, alla fine, il territorio si è ritrovato con un problema enorme di degrado del suolo. Del resto, come scriveva Aldo Leopold, uno dei padri dell’ecologia moderna:
Abusiamo della terra perché la consideriamo una merce che ci appartiene
E adesso, quel che ci resta non è altro che un deserto, conosciuto con il nome di Aralkum, il deserto dell’Aral. Si estende su un’area immensa e costituisce una sorgente di tempeste di sabbia e polvere, dove il vento trasporta sale e residui di sostanze agricole con conseguenze sulla qualità dell’aria, sui terreni e sugli ecosistemi. Insomma, una chiara raffigurazione del fatto che Il problema prima di decidere quanto produrre, bisogna capire quanta acqua il territorio può permettersi di utilizzare senza compromettere il sistema che dovrà continuare a produrre domani.
Ciò nonostante, in alcune zone le cose sembrano piuttosto diverse. Nel Kazakistan settentrionale, ad esempio, la costruzione della diga di Kok-Aral ha permesso di separare il Piccolo Aral dal bacino meridionale e di trattenere una maggiore quantità di acqua proveniente dal Syr Darya. Secondo la Banca Mondiale, tra il 2005 e il 2008 il volume del Nord Aral è aumentato del 68%, mentre la salinità si è dimezzata e la produzione ittica è cresciuta di oltre tre volte. Certo, questo non significa che il mare sia tornato quello di prima, perché non lo è. Tuttavia, è un segnale che ci dice che quell’ecosistema, gravemente compromesso, non è definitivamente morto.
Nel 2026 la Banca Mondiale ha inoltre documentato nuovi programmi di riforestazione del fondale prosciugato nella regione , con la produzione di milioni di piantine destinate a stabilizzare i terreni sabbiosi, ridurre la dispersione delle polveri e aumentare la resilienza ecologica dell’area, per stabilizzarla. Dopotutto, l’acqua è una variabile produttiva e in un clima che rende più frequenti periodi di siccità e temperature elevate, la capacità di irrigare bene diventa una questione sempre più centrale.
I sistemi di irrigazione efficienti, la riduzione delle perdite, la scelta delle colture più adatte alle condizioni locali, la gestione della sostanza organica, il controllo della salinità e la protezione del suolo servono per continuare a produrre senza consumare il capitale naturale necessario per farlo, un capitale che, come dimostrato dall’Aral, non possiamo permetterci di considerare inesauribile!
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