Eccoci qui, bentrovati a Senti chi parla, la nostra rubrica dedicata al doppiaggio, al mondo delle voci e a tutto quello che gravita attorno a questo mestiere. Oggi vorrei condividere una riflessione che, in fondo, riguarda non solo il nostro settore, ma un po’ il tempo in cui viviamo. Ci troviamo nell’epoca della velocità. Un libro arriva a casa in poche ore, una serie è disponibile con un clic, un messaggio pretende una risposta immediata. Ci siamo abituati a pensare che tutto debba accadere subito. E questa mentalità, inevitabilmente, è entrata anche nel nostro lavoro.
Nel doppiaggio si corre. Corrono gli adattatori, spesso alle prese con tempi di consegna sempre più stretti. Corrono i direttori, gli assistenti, gli studi. E, alla fine, corrono anche i doppiatori. Tutti cercano di dare il massimo, ma quando il tempo diventa il principale parametro di lavoro, qualcosa rischia inevitabilmente di rimanere indietro.
Non c’è nulla da fare in fretta; ciò che vale la pena di fare, vale la pena di essere fatto bene — Philip Dormer Stanhope
Non è una questione di talento o di professionalità. È una questione di tempo. Il tempo necessario per riflettere su una battuta, per costruire un adattamento davvero solido anziché semplicemente consegnarlo in tempo, per cercare l’intenzione più giusta, per provare una sfumatura in più. Quel tempo che trasforma una prestazione tecnica in una prestazione artistica.
Sempre più spesso ci troviamo a correggere dialoghi direttamente in sala, a trovare soluzioni all’ultimo secondo, a rincorrere il cronometro invece del personaggio. E quando si lavora così, il rischio è che l’obiettivo diventi arrivare in fondo alla giornata, più che raccontare una storia nel modo migliore possibile.
Ma c’è un altro aspetto di cui si parla forse troppo poco: i giovani.
Chi oggi si affaccia a questo mestiere si trova a imparare in un contesto che concede sempre meno tempo all’apprendimento. Eppure, tutti noi siamo stati principianti. Tutti abbiamo sbagliato una battuta, un’intenzione, un attacco. È normale. Anzi, è necessario. Perché sbagliare non significa non essere all’altezza. Significa imparare. Un tempo l’errore era parte del percorso. Oggi, invece, sembra quasi che non ci sia più il diritto di sbagliare. Bisogna essere pronti subito, performanti subito, impeccabili subito. E questo non aiuta nessuno.
Non aiuta chi comincia, perché ha meno occasioni per crescere. Ma non aiuta nemmeno chi questo lavoro lo fa da anni. Perché anche un professionista può avere una giornata più difficile, essere più stanco, aver bisogno di un minuto in più per trovare quella sfumatura. Fa parte dell’essere umani. E un mestiere che vive di emozioni non dovrebbe dimenticarsi dell’umanità di chi lo esercita.
Capita così che, anche per i ruoli più piccoli, si preferisca affidarsi a chi è già perfettamente inserito nel meccanismo. È una scelta comprensibile, dettata spesso dalla necessità di ottimizzare tempi e costi. Ma, allo stesso tempo, è una dinamica che rende sempre più difficile per le nuove generazioni trovare lo spazio per crescere davvero. E senza quello spazio, senza la possibilità di imparare lavorando, il ricambio rischia di diventare sempre più complicato.
Sia chiaro: le piattaforme hanno portato tantissimo lavoro e hanno aperto opportunità che fino a qualche anno fa erano impensabili. Sarebbe ingiusto non riconoscerlo. Ma hanno anche imposto un ritmo completamente diverso, fatto di consegne continue, urgenze e produzioni sempre più ravvicinate.
Forse dovremmo ricordarci, ogni tanto, che il doppiaggio non è soltanto un processo produttivo. È un mestiere artistico. E l’arte, per sua natura, ha bisogno di tempo. Non di lentezza fine a sé stessa, ma del tempo necessario perché un’intenzione trovi il suo spazio, perché una battuta respiri, perché un’emozione arrivi davvero.
Forse non possiamo cambiare il ritmo del mondo. Ma possiamo continuare a ricordarci perché abbiamo scelto questo mestiere. Perché non abbiamo deciso di fare un lavoro che produce semplicemente contenuti: abbiamo scelto un lavoro che dà voce alle emozioni. E le emozioni, per fortuna, hanno ancora bisogno di tempo.
Alla prossima puntata!
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Il posto giusto di una voce: diventare un personaggio rimanendo fedeli a se stessi – L’Opinione
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