Ormai, lo sappiamo bene, abbiamo di gran lunga superato l’era dei canoni rigidi, delle simmetrie matematiche e delle perfezioni artificiali imposte dalle copertine patinate del passato. Oggigiorno, a mio avviso, la bellezza non si misura più in centimetri o nell’assenza di difetti. Al contrario, si celebrano l’autenticità, l’inclusività e l’unicità di ogni singolo individuo. Le imperfezioni sono diventate tratti distintivi e il fascino si è spostato dalla superficie all’anima, perlomeno per la maggior parte, trasformandosi in un’espressione di libertà e consapevolezza di sé. In un mondo saturo di filtri digitali, dunque, il vero lusso contemporaneo è diventato la spontaneità. E proprio per questo, abbiamo deciso di approfondire questi aspetti in occasione di “Bright Lights”, la nuova mostra del fotografo di fama internazionale Antonio Guccione a Milano, alla Galleria Vik Milano, visitabile fino al prossimo 14 ottobre. Chi meglio di lui avrebbe potuto parlarcene?
Ci deliziamo nella bellezza della farfalla, ma raramente ammettiamo i cambiamenti a cui ha dovuto sottostare per raggiungere quella bellezza — Maya Angelou
Ho attraversato più di cinquant’anni di fotografia e di moda e ho visto cambiare non soltanto l’immagine della bellezza, ma soprattutto il nostro modo di guardarla. Per molti anni la moda ha costruito un ideale quasi assoluto: il corpo perfetto, giovane, lontano dalla vita quotidiana. Noi fotografi contribuivamo a creare quel sogno. Oggi la bellezza è diventata più inclusiva, fluida, meno legata a un unico corpo, a un’età o a un genere. Ma viviamo anche il paradosso dei filtri, del ritocco e dell’intelligenza artificiale, che possono costruire una nuova perfezione ancora più artificiale. Oggi mi interessa l’imperfezione che rende ogni essere umano unico. Forse la bellezza contemporanea comincia esattamente dove finisce la perfezione.
Era completamente diverso. La luce non si controllava immediatamente su un monitor: bisognava conoscerla, sentirla, immaginare il risultato. Ogni scatto aveva un peso. Il digitale ci ha dato possibilità straordinarie, ma ha eliminato parte di quella tensione e di quell’attesa. Non mi sorprende che molti giovani tornino alla pellicola. Credo cerchino ciò che il digitale ha quasi cancellato: l’errore, la materia, l’imprevedibilità. L’analogico non era soltanto una tecnica: era un modo di pensare la fotografia.
Dopo tanti personaggi straordinari, oggi non inseguirei necessariamente un altro volto famoso. Vorrei fotografare qualcuno capace di rappresentare il nostro tempo: una persona nel cui volto convivano forza e fragilità, bellezza e imperfezione, passato e futuro. Dopo tanti anni ho capito che non è importante chi hai davanti alla macchina fotografica, ma ciò che riesci a vedere dentro di lui. Il ritratto che vorrei ancora fare, forse, è quello dell’essere umano di oggi.
È cambiato perché è cambiata la velocità del mondo. Un tempo contribuivamo a costruire immagini destinate a durare. Una campagna, una fotografia, una modella potevano entrare nella memoria collettiva. Oggi la moda vive molto di più nell’immediatezza dei social, nell’immagine consumata velocemente e subito sostituita da un’altra. È più libera, globale e accessibile, ma rischia anche di diventare più effimera. Non rimpiango il passato: ogni epoca deve trovare il proprio linguaggio. Ma credo che alla moda serva nuovamente il coraggio di creare immagini che non chiedano soltanto di essere guardate, ma ricordate.
Il bianco e nero per me non è mai stato una rinuncia al colore, ma una scelta di essenzialità. Toglie qualcosa alla realtà per lasciare emergere ciò che mi interessa davvero: la luce, la forma, il volto, l’emozione. Il colore lo utilizzo quando diventa necessario alla fotografia, quando non è decorazione ma parte del racconto. Come nell’immagine davanti alla scultura di Arnaldo Pomodoro: lì entra in dialogo con la materia, lo spazio e l’opera. Il bianco e nero interpreta. Il colore, quando lo scelgo, deve avere una ragione.
‘Bright Lights’, titolo ideato dal curatore Alessandro Riva, richiama ‘Bright Lights, Big City’ di Jay McInerney e allude a due forme di luce. C’è la luce esterna: quella della moda, delle grandi città, dei personaggi celebri, del successo. E poi esiste una luce più intima, quella che il fotografo cerca dietro l’immagine e dentro le persone. Ho attraversato entrambe queste luci nella mia vita. Forse questa mostra racconta proprio il passaggio dalla luce che illumina il mondo a quella che illumina ciò che siamo.
Ho ancora molti progetti. La curiosità, per un artista, non dovrebbe avere età. Continuo a lavorare sulla fotografia, ma sento sempre più forte anche la necessità della scrittura, una passione che mi accompagna da tempo. Fotografia e scrittura, per me, nascono dallo stesso bisogno: raccontare ciò che vedo e ciò che sento. Il mio progetto per il futuro è molto semplice: continuare a raccontare finché avrò qualcosa da dire. Con la macchina fotografica cerco un’immagine. Con le parole cerco ciò che nell’immagine non si può vedere.
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