L'Intervista

Cristina Bugatty: “Essere transgender non può essere l’unica storia da raccontare”

Per alcuni Cristina Bugatty è stata la concorrente di Pechino Express che ha conquistato il pubblico con ironia e autenticità. Per altri, invece, il volto di una battaglia culturale che, agli inizi degli anni Duemila, fece discutere l’Italia ben prima che temi come identità di genere, inclusione e rappresentazione diventassero argomenti di dibattito quotidiano. Difatti, lei attraversa il mondo dello spettacolo da oltre vent’anni!

Attrice, performer teatrale, personaggio televisivo, ha lavorato con nomi come Vittorio Sgarbi e Piero Chiambretti, vivendo da protagonista una stagione della televisione italiana in cui la diversità faceva ancora notizia e spesso veniva raccontata più come provocazione che come realtà. Nel 2003 il suo nome finì al centro di una polemica nazionale quando venne proposta come presenza al Dopofestival di Sanremo, episodio che aprì una discussione sul rapporto tra televisione e identità transgender in un’epoca molto diversa da quella attuale. Da allora il Paese è cambiato, i media sono cambiati e anche il modo di raccontare certe storie è cambiato.

Oggi continua il suo percorso artistico con la stessa libertà e lo stesso spirito anticonformista che l’hanno sempre contraddistinta. Con lei abbiamo parlato di televisione, spettacolo, pregiudizi, cambiamenti sociali e della differenza tra essere rappresentati ed essere realmente compresi.

Il privilegio di una vita è diventare ciò che si è – Carl Gustav Jung

Cristina Bugatty – L’intervista

Buongiorno Cristina. Nel 2003 il tuo nome finì al centro di una polemica nazionale legata al Dopofestival di Sanremo. Se potessi incontrare la Cristina di allora, quale consiglio le daresti?

Le direi di non ferirsi troppo per chi, in malafede o per pregiudizio, cercava di farla apparire ignorante perfino deformando le sue parole. Il fatto che allora non avesse gli strumenti per difendersi non rendeva vero quel ritratto, rendeva solo più meschino chi lo costruiva. Le direi di proteggere meglio il suo tempo, la sua fiducia e la sua energia. Di non scambiare per amicizia certe vicinanze interessate e di non consumarsi nel tentativo di essere capita da chi non aveva alcuna intenzione di capire. A un certo punto impari che non tutte le battaglie meritano la tua presenza e non tutte le persone meritano accesso alla tua parte più vulnerabile. È una lezione dura, ma preziosa. E forse le direi anche una cosa molto semplice: non confondere mai gli ostacoli che ti mettono davanti con il tuo valore.

Hai attraversato oltre vent’anni di spettacolo italiano. Qual è il cambiamento più significativo che hai osservato nel modo in cui la televisione e i media raccontano le persone transgender?

Il cambiamento più evidente è che oggi, finalmente, qualche persona trans in televisione si vede, e già questo, per chi aspetta da decenni, ha un valore importante. Per esempio, ho trovato molto bello e sinceramente apprezzabile vedere un personaggio interpretato da Vittoria Schisano con più sfumature: non una figura marginale, respinta o schiacciata sul dolore, ma una donna sensibile, forte e pienamente umana. Ed è giusto anche riconoscere il peso di segnali come questo.

Il punto, semmai, è fare in modo che non restino episodi isolati. In Italia siamo ancora molto abituati a salutare una novità dentro un orizzonte che non si è aperto fino in fondo. Per questo è importante che quella luce non rimanga sola, ma incoraggi immaginari, scritture, ruoli, produzioni e sguardi nuovi. Il passo successivo, per me, è arrivare a storie in cui una persona trans possa stare nel racconto con naturalezza, senza dover sostenere ogni volta il carico simbolico della propria identità.

Poi è chiaro che nel lavoro dell’attore contano molti elementi: il personaggio, la scrittura, la regia, la fisicità, la voce, la tenuta scenica. E questo vale per chiunque. Ma proprio per questo trovo limitante l’idea che, se una persona trans è riconoscibile come tale, allora debba interpretare soltanto ruoli costruiti interamente attorno a quel dato. Può avere un mestiere, un carattere, un legame sentimentale, un conflitto, una famiglia. Il punto non è forzare nulla, ma smettere di pensare che la sua presenza in scena debba trasformarsi sempre nel tema dominante del racconto. È lì, secondo me, che comincia un vero cambiamento.

Pechino Express ti ha fatto conoscere a un pubblico molto ampio e vario. C’è stato un momento durante quel viaggio in cui hai capito che certi pregiudizi stavano cadendo?

Sì, e l’ho capito nei gesti più semplici, che poi sono spesso quelli che parlano meglio di tutto il resto. Durante il viaggio, anche in contesti molto poveri, non ho mai avuto problemi per il fatto di essere una persona transgender, né nel chiedere un passaggio né nel trovare accoglienza. Tante famiglie ci hanno aperto la porta con una naturalezza disarmante, e spesso la prima cosa che facevano era presentarci i figli. Per me quello è stato molto più eloquente di tanti discorsi, perché quando qualcuno ti fa entrare nel suo spazio più intimo senza paura, senza distanza, senza trasformare tutto in un caso, sta già smontando uno stereotipo. E a volte penso che chi viene definito arretrato abbia uno sguardo più umano di chi si sente evoluto per definizione.

Nel tuo percorso hai attraversato mondi molto lontani tra loro: il teatro, la televisione, il reality, il cinema. Dove ti sei sentita maggiormente libera di essere te stessa?

Probabilmente a teatro, sì. Il teatro ti dà più tempo, più respiro, più possibilità di entrare davvero dentro un personaggio. Però dipende sempre anche da quello che incontri: dalla qualità della scrittura, dalla regia, dal ruolo che ti arriva. Quando hai tra le mani una parte pensata bene, e una direzione capace di accompagnarti con intelligenza, ti senti più libera, però amo anche il cinema e la televisione, proprio perché mi danno emozioni completamente proprie e mi portano davanti a prove sempre nuove.

Mi interessa il lavoro dell’attrice in tutte le sue forme, anche quando mi conduce in zone meno comode. Anzi, a volte sono proprio quelle a farti crescere di più. Nessun interprete, del resto, può incarnare qualunque ruolo in astratto: entrano in gioco il corpo, la voce, l’età scenica, il tono della storia, la visione del regista. Succede a tutti.

Ma una cosa è il criterio artistico, un’altra è l’abitudine a tenere qualcuno fuori in partenza. Se una persona trans ha le caratteristiche per un personaggio, è giusto che possa giocarsela fino in fondo. E se invece interpreta un ruolo in cui il fatto di essere trans è percepibile, questo non obbliga automaticamente la storia a ruotare tutta attorno a quello. Può essere una professionista, una vicina di casa, una donna innamorata, una persona ironica, fragile, forte, piena di desideri e contraddizioni, esattamente come chiunque altro. Anche questo, per me, è un modo importante di raccontare la realtà per quella che è già.

Mi sono divertita molto anche ne I Cesaroni, per esempio, perché lì c’era spazio per un po’ di improvvisazione, e quando succede è una gioia: senti che il personaggio non è soltanto scritto, ma respira. Essere se stessi, per me, non vuol dire portare sempre in scena la propria biografia. Vuol dire riuscire a mettere qualcosa di autentico anche dentro figure lontane da te, e continuare ad avere voglia di metterti in gioco.

Hai vissuto un’epoca in cui uscire dagli schemi significava inevitabilmente esporsi al giudizio. Pensi che oggi le nuove generazioni abbiano davvero meno paura di mostrarsi per quello che sono?

In parte sì, lo credo. Oggi per molte persone è meno spaventoso riconoscersi, anche solo perché non si sentono più sole come una volta. Vedere altri percorsi, altri volti, altre storie aiuta moltissimo. Ti fa capire che non sei un errore isolato. Però non bisogna confondere la visibilità con la serenità, perché non sono la stessa cosa. Le difficoltà economiche, sociali e politiche sono aumentate, e a volte ho davvero la sensazione che certi diritti possano essere rimessi in discussione con una facilità inquietante. Quindi sì, forse oggi c’è meno vergogna. Ma non c’è ancora abbastanza sicurezza. E senza sicurezza la libertà resta sempre un po’ fragile.

Guardando alla società di oggi, credi che siamo diventati più tolleranti o semplicemente più prudenti nell’esprimere certi giudizi?

Direi più prudenti che più tolleranti. In molti casi certi giudizi non spariscono, semplicemente cambiano tono, si nascondono meglio, cercano forme più accettabili. Poi non vale per tutti, naturalmente. Ci sono persone che hanno fatto un percorso vero, che hanno imparato ad ascoltare, a capire, perfino a cambiare idea. Ma esiste anche una cautela di facciata, che non nasce dal rispetto ma dal timore delle conseguenze. E la differenza, secondo me, si vede sempre lì: non tanto in quello che una persona dice quando conviene, ma in come guarda, come tratta e come riconosce l’altro quando non ha niente da guadagnarci.

Dopo tanti anni di carriera e di vita vissuta sotto i riflettori, qual è la battaglia che senti davvero di aver vinto?

Più che una battaglia esterna, penso di aver conquistato un equilibrio interiore. Non ho ottenuto tutto quello che sognavo, questo no. Però sono arrivata a una cosa che oggi considero fondamentale: non lasciare che ciò che non è arrivato cancelli il senso di tutto quello che ho fatto. Continuo a desiderare, a combattere, a sperare, ma senza farmi divorare dalla frustrazione. Per me questa è una vittoria vera. Perché a un certo punto capisci che non si tratta solo di arrivare dove volevi, ma di restare intera mentre ci provi.

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Monica Landro

Studi classici, una laurea in Lettere e Filosofia, e un tesserino dell’Ordine dei Giornalisti. Questo è il CV in estrema sintesi. Ma quello che veramente la descrive è l’amore per la musica, per i libri, il teatro e i viaggi. Ama cucinare le torte e prendersi cura delle sue piante. Odia i calcoli matematici, le percentuali e i problemi di geometria. Ama stare in mezzo alla gente ma ama ancora di più stare con se stessa. Ama la Sicilia, i suoi colori, sapori e tramonti. Ogni volta che la vita le sembra difficile, cerca di raggiungere uno scoglio, si siede e ne parla con il mare.

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