Per il grande pubblico resterà sempre la Zingara della Luna Nera, il personaggio che negli anni Novanta contribuì a trasformare Luna Park in uno dei programmi più amati della televisione italiana. Un volto entrato nell’immaginario collettivo, capace ancora oggi di evocare ricordi e nostalgia in chi ha vissuto quella stagione televisiva. Ma fermarsi a quell’immagine significherebbe raccontare soltanto una parte della storia. Cloris Brosca è un’attrice che ha attraversato il teatro, il cinema e la televisione lavorando con alcuni dei più grandi nomi dello spettacolo italiano, da Eduardo De Filippo a Massimo Troisi, da Gigi Proietti a Giuseppe Tornatore. Un percorso artistico costruito con rigore e passione, spesso lontano dai riflettori più abbaglianti e più vicino alla ricerca, allo studio e alla profondità delle parole.
Non mi mi sono mai identificata in quel successo — Cloris Brosca
Negli ultimi anni ha continuato a dividersi tra palcoscenico, reading dedicati alla letteratura e alla poesia, fiction televisive come Il Paradiso delle Signore o Mina Settembre e, più recentemente, il film La Sobrietà di Carlo Fenizi, esperienza che si aggiunge a una carriera sempre guidata dalla curiosità e dal desiderio di esplorare nuove forme di racconto. Nell’intervista che segue, però, non emerge soltanto l’attrice. Quella che emerge è soprattutto una donna che riflette sul significato del successo, sulla fragilità come valore da difendere, sull’importanza dell’ascolto e sulla necessità, a volte, di attraversare anche l’ombra per comprendere davvero sé stessi.
Sembrerà strano a dirsi, ma temporalmente è avvenuto un po’ il contrario. Mi spiego: prima della Zingara avevo fatto più che altro teatro, oppure televisione ma sempre come attrice, partecipando ad alcune fiction (che allora si chiamavano sceneggiati), o prendendo parte alle riprese televisive di uno degli spettacoli teatrali di Eduardo De Filippo. La televisione di intrattenimento, come spesso viene chiamata, la conoscevo soltanto come spettatrice e mi sembrava una cosa più “leggera” rispetto a quello che avevo fatto fino ad allora.
Mi sentivo quasi in imbarazzo, come se interpretare la Zingara fosse un po’ un tradimento del mio percorso precedente. Mi resi conto che si trattava di un pregiudizio bello e buono da parte mia. D’altro canto stavo affrontando il personaggio della Zingara con la stessa professionalità e lo stesso impegno che mettevo nell’interpretare i personaggi in teatro e da quel momento, affrancandomi da inutili imbarazzi, ho potuto ricevere l’affetto o i complimenti del pubblico televisivo con riconoscenza, come appunto una carezza, per continuare a usare la sua metafora.
L’insegnamento che ho ricevuto da questi grandi personaggi è l’impegno, il mettersi completamente al servizio di quello che si fa. Questo – lo sto capendo in questi ultimi tempi – significa essere tutt’uno col proprio progetto, non vederlo come qualcosa di esterno da raggiungere o gravoso affrontare, il che significa anche sbaragliare i propri timori per diventare e manifestare sempre più profondamente, se
stessi.
Se è successo, – è il mio pensiero di adesso, badi bene, allora non ne sono stata cosciente – è successo perché, forse spaventata da tanta esposizione, stavo in qualche modo proteggendo quelle parti di me che erano ancora troppo fragili per essere mostrate. Nei fatti, riflettendoci, la mia ricerca teatrale, dopo la Zingara, l’ho fatta proprio un po’ nell’ombra, ricominciando quasi daccapo. Forse avevo bisogno proprio di questo e, anche senza saperlo coscientemente, ho dato a me stessa la possibilità di intraprendere questo percorso. La ringrazio della domanda perché in realtà mi rendo conto che è forse la prima volta che lucidamente vedo le cose da questo punto di vista.
Il teatro ha la splendida dimensione del “qui e ora”, e, dirò, quello che avviene sulla scena è veramente qualcosa di speciale: attraverso un tunnel di “bugie” – chiamiamole così, ma sarebbe ovviamente più giusto chiamarle “invenzioni” – che sono le parole o i silenzi del tuo personaggio, tu, come attrice fai passare un flusso di verità che ha a che fare col tuo corpo reale, con quello che conosci della vita. La cosa interessante è che quella verità è per forza di cose “momentanea”, è la verità di quel momento: il giorno dopo quelle parole, quei silenzi, trasporteranno qualcosa di diverso allo spettatore e a te stesso. E quella
condivisione, per forza di cose mai ripetibile, viva, rappresenta un rapporto molto intimo tra un’attrice/un attore e gli spettatori di uno spettacolo teatrale.
Dirò ancora una volta parole ripetute e forse abusate: “fragilità”, “delicatezza”, ma ora voglio aggiungere “forza”: c’è un coraggio a volte nel dichiarare e far uscire allo scoperto la propria forza che ha a che fare con l’aver ingaggiato mille battaglie per difendere la propria identità, la propria fisionomia fatta anche di delicatezze e fragilità.
Le direi ciò che in questo momento mi ripeto spesso: “Ciò che avviene conviene”. Vincerai il provino? Bene! Non lo vincerai? Bene lo stesso!
Una donna tranquilla che gode della bellezza intorno a sé, e cerca di lucidare sempre più il proprio sguardo per vedere quella bellezza che c’è e che non vedo ancora.
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