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Da Atlantide a Thule: città perdute inesistenti, ma che continuano a governare il mondo!

Da che mondo è mondo, l’essere umano non ha mai fatto mistero della sua particolare attrazione per ciò che è al di là dell’orizzonte. Che fosse per mera curiosità o per un’innata ambizione, infatti, si è visto continuamente spinto dalla voglia di scoprire luoghi misteriosi, di incontrare resti di civiltà ormai scomparse o di imbattersi in tesori nascosti che avrebbero potuto plasmare la sua fortuna. Nulla di nuovo, per carità. D’altronde, stiamo pur sempre parlando di una tendenza tipica dell’uomo, la quale, al giorno d’oggi, si può considerare universalmente riconosciuta e accertata. Quel che è altrettanto certo, però, e che magari potrà risuonare strano a qualcuno, è che suddetta tendenza è strettamente correlata all’incessante ed impellente bisogno di credere in qualcosa, fosse anche nell’impossibile.

Esattamente ciò che ci suggeriscono le storie di quelle cinque città perdute che nessuno ha mai trovato, ma alle quali in molti, per non dire moltissimi, continuano tutt’ora a credere: El Dorado, Shambhala, Atlantide, Zerzura e Thule. Famose di sicuro, ma tanto quanto le loro origini? Da dove arrivano? In che modo sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo?

Le cinque città perdute che il mondo non ha mai trovato

Ogni storia, si sa, specie quelle legate ai miti e alle leggende, ha qualcosa di affascinante e unico da raccontare. Tuttavia, nel nostro caso, la peculiarità decisamente più interessante la si ritrova nel fatto che, sebbene si tratti di narrazioni incentrate su realtà mai realmente esistite, ognuna di esse riflette aspirazioni o caratteristiche umane [come la ricchezza (El Dorado), la conoscenza spirituale (Shambhala), l’estinzione della civiltà e la decadenza (Atlantide), la speranza e l’impulso a superare ogni limite (Zerzura e Thule)] e ciascuna è accomunata alle altre da un solo fattore: la mancanza di conoscenza che, associata alla necessità di colmare quel vuoto, al pari della religione spinge l’uomo ad inseguire l’ignoto e ad immaginare mondi ideali, influenzando, di conseguenza, il corso della sua stessa esistenza.

L’uomo che non legge non ha alcun vantaggio sull’uomo che non sa leggere – Mark Twain

El Dorado

Cominciamo con El Dorado che è, forse, la città perduta più famosa di tutte. Dopotutto, chi è che non l’ha mai sentita nominare? Nata dai resoconti de los conquistadores españoles del XVI secolo, il suo nome era inizialmente attribuito ad un uomo, un capo Muisca, che veniva ricoperto di polvere d’oro durante determinati rituali sacri. Con il passare del tempo, però, a causa di varie interpolazioni e commistioni, la tradizione europea trasformò questo “re dorato” in una vera e propria città, nota, per lo più, per i suoi tesori inestimabili.

Benché sia frutto di una contaminazione, la sua storia affascinò talmente tanti uomini da diffondersi in maniera piuttosto rapida in gran parte del mondo all’epoca conosciuto e risvegliare in loro speranze, che si riveleranno poi mal riposte, circa una sua probabile collocazione nelle ampie pianure del Sud America. E fu così che uomini come Gonzalo Jiménez de Quesada e Walter Raleigh, tra gli altri, diedero vita a svariate spedizioni che li portarono ad addentrarsi nei meandri più profondi della giungla, alla ricerca di quella che doveva essere una realtà urbana a dir poco meravigliosa. Sfortunatamente, le sole cose che furono in grado di trovare furono fiumi, foreste e modesti villaggi Muisca, non riuscendo ad appagare, quindi, la loro sete di ricchezza e alimentando ancor di più la fascinazione per ciò che era lontano e/o sconosciuto.

Shambhala o Shangri-La

Ciò nonostante, una lancia a favore dell’uomo, presto o tardi, dovremmo pur spezzarla. E chissà, magari sarà proprio Shambhala a permetterci di farlo perché, contrariamente a El Dorado, questa testimonia che il raggiungimento della ricchezza materiale non era il solo motore capace di smuovere l’animo umano. C’era anche la ricchezza spirituale. Contrariamente alla precedente, qui non si fa riferimento ad una città propriamente detta, ma, soprattutto in relazione al corpus culturale buddhista-tibetano, si parla più di un luogo allegorico o metafisico.

Non a caso, Shambhala rappresenta una meta del cuore e della mente, nulla a che vedere con l’interpretazione puramente fisica e immanente a cui facevamo riferimento poco fa. Probabilmente noi la conosciamo con il nome di Shangri-La, simbolo di un paradiso terrestre, per via di una re-immaginazione occidentale che comunque non intacca l’essenza della concezione originaria di richiamo all’ideale e di invito alla riflessione interiore. Ne avevate mai sentito parlare?

Atlantide

Qualora la vostra risposta fosse un “no”, sicuramente avrete ascoltato una delle innumerevoli storie che ruotano intorno al mito di Atlantide. Fu Platone a parlarne per primo, descrivendo i suoi abitanti come membri di una civiltà sorprendentemente avanzata ma corrotta da un punto di vista morale, tant’è che si narra che gli dèi decisero di punirla facendola sprofondare nel mare, in segno di monito esemplare contro la hybris (“tracotanza”, “arroganza”) umana che aveva portato i suoi cittadini a credere di poter superare i limiti imposti dalle divinità e dalla natura.

Sebbene non sia mai stata rintracciata, nel corso dei secoli ha continuato a suggestionare le menti di svariate generazioni, evocando immagini di città sommerse, macchine incomprensibili e popoli superiori. Alcuni la vedono come allegoria sulla superbia dei governi o sulla fragilità della civiltà dell’uomo, mentre altri ritengono sia un mistero che soltanto le tecnologie moderne possono risolvere. Ma qualora fosse così e la leggenda risultasse vera, che cosa troveremmo, se non un chiaro esempio di ciò che non dovremmo mai essere o diventare?

Zerzura

Esattamente ciò che accadrebbe se dovessimo trovarci di fronte a Zerzura, la leggendaria oasi del Sahara occidentale. Citata in manoscritti arabi del XIII secolo, i quali parlano una oasi segreta nel cuore del deserto, viene descritta come una “città bianca come una colomba”, ricca di acqua, palme e tesori inimmaginabili, nascosta tra dune interminabili. Per i viaggiatori che si avventuravano in quelle distese di di sabbia senza fine, costituiva una promessa di salvezza in un ambiente ostile, un luogo quasi miracoloso dove la vita poteva rifiorire contro ogni logica geografica. Ma esisteva davvero?

Sembra di no, eppure esploratori moderni hanno attraversato dune e tempeste di sabbia alla sua ricerca, convinti che Zerzura fosse un sito realmente esistente ma mal localizzato e frutto di una serie di oasi vicine, la cui portata era stata certamente ingigantita dal racconto. Tuttavia, come dovevasi dimostrare, nessuna spedizione la trovò mai, e oggi gli studiosi ritengono che sia solamente il risultato di tradizioni orali, miraggi e simbologie, segni di un’eterna speranza che è dura a morire.

Thule

Quella che a mio avviso è la più interessante, però, è la leggenda di Thule. Compare nelle fonti classiche già nel IV secolo a.C., quando l’esploratore greco Pytheas di Massalia descrisse un’isola lontanissima, al limite settentrionale della Terra, dove il Sole poteva rimanere a lungo sopra l’orizzonte durante l’estate e sparire quasi del tutto in inverno. Per i Greci e i Romani, inoltre, non era solo un luogo geografico. Anzi, era il simbolo del confine estremo, un luogo che nessuno poteva davvero conoscere senza mettere a rischio la propria vita. Con il tempo, “Ultima Thule” divenne un’espressione letteraria per indicare ciò che di più lontano e misterioso, nonché irraggiungibile potesse esistere.

Ad ogni modo, il mito in questione non si fermò all’antichità. Difatti, durante il Medioevo, e ben oltre, Thule veniva associata ad una distesa di terra e ghiaccio, un regno ai confini del mondo dove leggende, esagerazioni di navigatori e racconti dei viaggiatori si mescolavano. Alcune mappe medievali la posizionavano addirittura in regioni che corrisponderebbero all’attuale Islanda, a Shetland o persino alla Groenlandia, mentre altre descrizioni la avvicinavano al mondo artico e parlavano di creature fantastiche o popoli ignoti.

La fascinazione nazista

Nel XX secolo, invece, assunse una dimensione totalmente nuova e inquietante grazie all’ideologia nazista. La Thule-Gesellschaft, fondata a Monaco intorno al 1918, era una società esoterica e politica che riprese la leggenda di Thule elevandola a emblema di una presunta e antica patria ariana, la cui popolazione avrebbe dominato il mondo. Gli appartenenti alla società erano interessati all’occultismo, alla mitologia germanica, a concetti di purezza razziale, ed ebbero contatti con i primi membri del Partito Nazista.

Quest’ultimi, affascinati dalla leggenda e dal suo potenziale, promossero diverse spedizioni alla ricerca di prove della Thule reale, esplorando la Groenlandia, il Tibet e altre regioni artiche. Gli obiettivi erano molteplici: trovare reliquie di civiltà antiche, accumulare conoscenze esoteriche e legittimare l’ideologia del Reich attraverso il mito. Inutile dire che nulla di tutto ciò fu rivenuto, ma può essere interessante notare come i nazisti abbiano manipolato la tradizione per il proprio tornaconto e sfruttarla a mo’ di uno strumento politico, trasformando quello che si concepiva come il “confine naturale del mondo allora conosciuto” in un’ideale di origine ancestrale e supremazia razziale.

Insomma, alla fine del nostro viaggio, ciò che ne vien fuori con chiarezza è che nessuna di queste città perdute è mai stata trovata perché, con ogni eventualità, non è fu mai davvero perduta. El Dorado, Shambhala, Atlantide, Zerzura e Thule esistono nell’immaginazione umana e, strano ma vero, sono proiezioni di desideri, paure, speranze e ambizioni che cambiano forma a seconda dell’epoca, e perché no, che ci dicono poco sul mondo e tanto sull’uomo, forse molto di più di quel che a noi farebbe piacere conoscere.

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Diego Lanuto

Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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