Ci sono casi in cui il nemico dorme nel nostro letto. Non esiste una difesa se non culturale insieme alla consapevolezza delle donne stesse – Myrta Merlino
È il 26 marzo del 2008 e siamo a Gavoi, nel cuore della Barbagia. Una giovane madre rientra a casa dopo una giornata come tante. Sul sedile dell’auto dorme la sua bambina di appena otto mesi, nel seggiolino. Tutto sembra normale, una scena quotidiana come se ne vedono tante. Ma quella sera qualcosa si spezza. Dina Dore non sa che quella sarà l’ultima volta che attraverserà la porta di casa. E che la sua scomparsa diventerà uno dei capitoli più inquietanti e dolorosi della cronaca sarda.
Moglie di un conosciutissimo dentista del paese, Dina aveva 37 anni. Era una donna stimata, benvoluta, una madre innamorata della sua bambina. Quando sparisce nel nulla, l’intera comunità resta sgomenta. All’inizio, la sua scomparsa ha tutta l’aria di un sequestro. Le indagini vanno in quella direzione: si cercano piste, collegamenti, possibili moventi. Ma la verità è molto più vicina di quanto si immagini. Il corpo viene ritrovato nel bagagliaio della sua Fiat Punto, nel garage di casa. A pochissima distanza dalla sua bambina, che dormiva nell’abitacolo.
Dina è stata aggredita, colpita con violenza e poi soffocata. Il corpo è avvolto nel nastro adesivo, con mani e piedi legati. Una scena brutale, che parla di odio e di una ferocia difficile da comprendere.
Il paese intero è sotto shock. Chi poteva volere morta una donna come lei? Chi avrebbe potuto accanirsi in quel modo, a pochi passi da una bambina innocente? Ormai è noto che, nei casi di femminicidio, il primo da considerare è il partner. E anche qui, sebbene la vicenda sia più complessa, la pista porta in quella direzione.
Francesco Rocca, suo marito, aveva iniziato una relazione con la sua assistente, Anna Guiso. Ma divorziare significava affrontare la divisione dei beni, il mantenimento, le conseguenze economiche e familiari di una separazione. Rocca non voleva rinunciare a nulla. E allora sceglie un’altra strada. Paga un ragazzo. Un minorenne. Gli promette 250mila euro e gli spiega cosa fare. Un patto terribile, che trasforma un ragazzo in assassino. Per un po’ sembra farla franca. Le indagini arrancano, le piste si raffreddano, nessuno sembra sapere nulla. Poi arriva la svolta.
Pierpaolo Contu, il ragazzo che all’epoca era minorenne e che ha materialmente ucciso Dina, si lascia andare a una confessione con un amico: “L’ho ammazzata io – dice – per soldi“. Quelle parole arrivano alle orecchie giuste. A confermarle c’è anche la scienza: un controllo del DNA su un pelo trovato nel nastro adesivo porta proprio a lui. Ma al processo, a inchiodare definitivamente il dentista, è anche la testimonianza di Anna. La donna aveva lasciato Rocca non molto tempo dopo la morte di Dina. Aveva paura di lui: temeva che potesse farle del male, perché continuava a seguirla e a minacciarla. Ed è allora che il dentista rispettabile mostra il suo vero volto: quello di un uomo possessivo, controllante, disposto a tutto.
Nel 2018 arriva la sentenza: ergastolo per Rocca. Contu, invece, l’esecutore materiale, viene condannato a 16 anni. E non finisce qui. Nel 2024 Rocca viene dichiarato indegno di succedere ai beni della moglie: tutto va alla figlia, oggi adolescente. Lui dovrà anche versare il mantenimento alla ragazza, mentre il suo patrimonio personale resta a disposizione della famiglia di Dina. Rocca continua a dichiararsi innocente. Ma per molti resterà per sempre il responsabile del femminicidio che sconvolse la Sardegna.
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