Ci sono film che scompaiono quasi completamente dalla memoria collettiva e che, proprio per questo, acquistano con il tempo un fascino particolare. Non perché siano necessariamente capolavori riconosciuti, ma perché custodiscono atmosfere, intuizioni e inquietudini che il cinema contemporaneo ha progressivamente smarrito. Dove comincia la notte, diretto da Maurizio Zaccaro nel 1991 e scritto da Pupi Avati, appartiene senza dubbio a questa categoria.
È un thriller, ma sarebbe riduttivo definirlo soltanto così. È un mistery attraversato da suggestioni horror, un’indagine sul passato che lentamente si trasforma in un viaggio dentro la memoria, il senso di colpa e la follia. Un film nel quale il soprannaturale viene evocato molto più di quanto venga mostrato e nel quale la vera paura non nasce tanto dalla possibilità che un morto possa tornare, quanto dalla scoperta che certi traumi non muoiono mai. Ed è proprio questa la caratteristica che rende la pellicola particolarmente interessante: dietro un titolo che oggi potrebbe sembrare quello di un thriller dimenticato degli anni Novanta si nasconde un’opera che porta in America uno dei temi più riconoscibili del cinema di Pupi Avati, quello della provincia apparentemente tranquilla nella quale, sotto la superficie, si nasconde qualcosa di terribile.
Irving Crosley torna a Davenport, nell’Iowa, dopo la morte del padre Nat. Non è un ritorno sentimentale. Al contrario, Irving vorrebbe liberarsi il più rapidamente possibile della vecchia casa di famiglia, un luogo che appartiene a un passato dal quale lui e sua madre sono fuggiti molti anni prima. Quattordici anni prima, infatti, la vita della famiglia Crosley era stata sconvolta dalla morte di Glenda Mallory, una sedicenne che aveva avuto una relazione con Nat, padre di Irving e professore di liceo. Lo scandalo aveva distrutto la reputazione dell’uomo e provocato la separazione della famiglia.
La versione ufficiale racconta che Glenda si sia suicidata, ma a Davenport qualcuno continua a sostenere che la ragazza non sia mai morta. È da questa semplice incrinatura nella realtà che prende forma l’intero film. Zaccaro non costruisce una città americana da cartolina. La Davenport di Dove comincia la notte è una provincia chiusa, osservatrice, pettegola. Una comunità nella quale tutti sembrano conoscere la vita degli altri e nella quale il passato non viene realmente dimenticato.
È una America molto più vicina alla provincia italiana di quanto possa sembrare ed è forse proprio qui che si riconosce maggiormente la mano di Avati. La distanza geografica non cancella infatti la dimensione provinciale tipica del suo cinema. Cambiano le strade, le case e i nomi, ma rimane la stessa comunità nella quale un vecchio scandalo può continuare a vivere per decenni attraverso sussurri, sospetti e mezze verità.
Il vero protagonista del film, prima ancora di Irving, è la casa. Non è semplicemente l’abitazione nella quale si svolge parte della vicenda. È una specie di organismo che conserva ciò che gli esseri umani hanno cercato di cancellare. Irving entra progressivamente in uno spazio che appartiene a suo padre e, contemporaneamente, a Glenda. Ogni stanza sembra contenere un frammento della vicenda e qualsiasi oggetto può diventare una traccia. Ogni rumore può essere interpretato come un segnale.
La grande intuizione della pellicola è proprio questa: Zaccaro non ha bisogno di mostrare continuamente un fantasma. È sufficiente suggerirne la possibilità. Un rumore, una traccia, una testimonianza, un particolare apparentemente insignificante. Il film costruisce così un’atmosfera nella quale lo spettatore non riesce più a stabilire con certezza dove finisca la realtà e dove cominci la suggestione. La casa diventa allora una sorta di archivio del trauma. Non conserva soltanto il ricordo di ciò che è accaduto: lo mantiene vivo. È un meccanismo profondamente “avatiano”, vicino a quella poetica del mistero che aveva trovato una delle sue espressioni più celebri ne La casa dalle finestre che ridono (1976) e in Zeder (1983). Ma qui il terrore viene depurato dagli elementi più apertamente fantastici e affidato soprattutto alla psicologia.
Tom Gallop interpreta Irving, il giovane al centro della storia. Il personaggio non è il classico investigatore del thriller. Non possiede particolari capacità investigative e, almeno inizialmente, non sembra avere alcuna intenzione di trasformarsi in un detective. Vuole soltanto sistemare l’eredità del padre. Ma il ritorno a Davenport produce qualcosa di imprevedibile: il passato comincia a reclamare la sua attenzione.
Irving è un personaggio interessante proprio perché la sua indagine nasce da un bisogno personale. Non cerca semplicemente la verità sulla morte di Glenda. Cerca di capire chi fosse realmente suo padre e, soprattutto, quale rapporto esistesse tra quell’uomo e il passato dal quale lui era fuggito.
La casa diventa così una macchina narrativa capace di trasformare il figlio in investigatore. Più Irving cerca di allontanarsi dal passato, più il passato lo costringe a tornare indietro. Gallop affronta il ruolo con un’interpretazione trattenuta, lontana dagli eccessi tipici di molti protagonisti del thriller. È un’interpretazione che funziona soprattutto nei momenti nei quali il personaggio comincia a essere divorato dal dubbio, e il dubbio, in questo film, è molto più importante della paura.
Glenda Mallory è il cuore invisibile dell’intera vicenda. La ragazza è morta oppure è ancora viva? È stata davvero vittima di un suicidio oppure tutto è stato organizzato per permetterle di continuare la sua relazione con Nat? La sceneggiatura di Avati costruisce intorno a queste domande un sofisticato gioco di sospetti. Glenda non viene trasformata immediatamente in una presenza soprannaturale. Prima ancora di essere un possibile fantasma, è una persona che gli altri hanno trasformato in un racconto. Ed è proprio questa trasformazione a renderla inquietante. La ragazza diventa leggenda locale, memoria collettiva, scandalo, colpa e infine ossessione. La sua possibile presenza aleggia sulla vicenda senza che il film senta la necessità di mostrarla continuamente. È una scelta narrativa intelligente perché impedisce al mistero di consumarsi troppo presto.
Del resto, gran parte del merito va alla sceneggiatura di Avati. Lui non dirige il film, ma gli conferisce senza ombra di dubbio la sua impronta, poiché la sua idea di paura non coincide necessariamente con il mostro, il sangue o l’apparizione. La paura nasce spesso dalla possibilità che dietro una normalissima comunità si nasconda qualcosa di indicibile. È la stessa logica che attraversa una parte fondamentale del suo cinema. In Dove comincia la notte Avati trasferisce questa sensibilità oltreoceano. La provincia americana non è dunque il contrario della provincia italiana: è quasi la sua versione speculare.
Il risultato è un thriller nel quale il vero enigma non consiste soltanto nello scoprire cosa sia accaduto a Glenda, ma nel capire fino a che punto la mente umana sia capace di deformare la realtà per sopravvivere al dolore.
Per Zaccaro questo film rappresenta l’esordio nel lungometraggio. È significativo che un regista esordiente scelga di non puntare principalmente sull’effetto shock. Il regista costruisce il film attraverso gli spazi, i silenzi e l’attesa. La macchina da presa osserva più di quanto aggredisca lo spettatore. Il mistero viene lasciato sedimentare. È una regia che deve molto alla tradizione del cinema italiano d’autore, ma che riesce a dialogare con il cinema di genere. Il film non cerca di imitare apertamente il modello americano del thriller. Al contrario, utilizza l’America come scenario per raccontare qualcosa di profondamente italiano: la memoria collettiva, il peccato nascosto, il peso dello scandalo e la provincia come luogo nel quale nessuno riesce veramente a dimenticare. Non sorprende quindi che il cineasta abbia ottenuto il David di Donatello come miglior regista esordiente.
D’altronde, uno degli aspetti più interessanti di Dove comincia la notte è il modo in cui costruisce la tensione senza trasformarsi in un horror tradizionale. Il sangue è quasi assente. Gli effetti speciali non sono il motore della paura. Zaccaro preferisce lavorare sull’attesa. Una porta, una stanza, una testimonianza, un oggetto appartenuto al passato possono diventare più inquietanti di un’apparizione. È una concezione della paura che oggi potrebbe sembrare quasi controcorrente. Il film chiede allo spettatore di immaginare. E ciò che lo spettatore immagina è spesso molto più inquietante di ciò che potrebbe essere mostrato sullo schermo.
E che dire delle musiche originali di Stefano Caprioli? Geniali per una pellicola decisamente sui generis e in linea con le atmosfere della trama! Il compositore raccontò di aver lavorato su una piccola melodia infantile e inquietante, nata da una poesia di Emily Dickinson. È una soluzione particolarmente efficace perché l’innocenza della filastrocca entra in contrasto con la natura oscura della vicenda. È proprio questo contrasto a rendere la musica perturbante. In fondo, non serve un’esplosione orchestrale per annunciare il pericolo. È sufficiente una melodia apparentemente innocua che, inserita nel contesto giusto, comincia a suonare sinistra. È una lezione di cinema sonoro che Dove comincia la notte conosce bene.
Senza entrare nei dettagli che toglierebbero forza alla scoperta dello spettatore, il finale del film porta il thriller verso una dimensione apertamente psicologica. La casa, il rapporto con la figura materna, la memoria del passato e la progressiva destabilizzazione della percezione avvicinano il film a una certa tradizione hitchcockiana. Il riferimento più evidente è naturalmente Psycho: non tanto per la semplice presenza di una casa inquietante, quanto per il modo in cui il mistero esterno finisce per coincidere con un dramma interiore. È qui che Dove comincia la notte trova la sua vera identità e ad oltre trent’anni dall’uscita non ha perso, a mio avviso, nulla del suo fascino e la sua enigmaticità originari!
E io avrei passato quattordici anni in questo inferno se avessi potuto illudermi che non era lei? – [Estratto dal film, la madre di Glenda]
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