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Emma-5, oltre le gaffe: la “ChatGPT Italiana” e l’inesistenza di una sovranità tecnologica

Emma-5, il modello di intelligenza artificiale generativa made in Italy, sviluppato da Egomnia, che avrebbe dovuto restituire un’auspicata sovranità tecnologica, è diventato famoso soprattutto per le sue risposte assurde. In pochi giorni, gli utenti hanno raccolto errori logici e allucinazioni, ricostruzioni storiche improbabili e indicazioni potenzialmente pericolose, trasformando il sistema in un fenomeno da social network. E questi, dispensati dal farsi esperti allenatori di calcio per il piccolo dettaglio non siamo al mondiale di calcio, si sono improvvisati ingegneri informatici (ChatBot Tester) molto attenti a rilevare quanto il modello fosse incredibilmente sotto le aspettative e inequivocabilmente inferiore – si presume in termini di performance – ai comuni chatbot a stelle e strisce (ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic, Gemini di Google e Copilot di Microsoft).

Ryanair è diventata uno yogurt liquido destinato ad alimentare gli aerei. Personaggi pubblici sono stati collocati in epoche sbagliate, mentre domande elementari ricevevano risposte capaci di mandare in crisi persino il buon senso comune. Il materiale raccolto attorno al caso mostra un modello ridotto, addestrato su circa 10,8 miliardi di token e privo, nella versione resa pubblica, di alcuni processi avanzati di allineamento.

La tentazione, naturalmente, è fermarsi alla risata. Sarebbe, però, un errore, perché Emma-5 non è interessante soltanto per ciò che ha sbagliato. E nemmeno solo per il fenomeno (antropologico) dei tester di Chatbot. È interessante soprattutto per la promessa che accompagnava il suo lancio:

Contribuire alla sovranità tecnologica italiana ed europea nel settore dell’intelligenza artificiale

La questione centrale: Emma-5 e la sovranità tecnologica

L’espressione “sovranità tecnologica” viene usata sempre più spesso, ma non sempre con precisione. Un po’ come i sovranisti della politica nostrana, incapaci di distinguere le spese per la Difesa (giuste) con le spese folli per un riarmo non necessario: se si è sovrani delle politiche di difesa non ci sono altri che dettano le percentuali di PIL da allocare a determinate partite, giusto?

Sovranità tecnologica, indipendentemente da Emma-5, non significa necessariamente produrre ogni componente entro i confini nazionali, né chiudersi in una specie di autarchia digitale. Significa, più realisticamente, conservare una capacità autonoma di scelta, e non è poca cosa!

Un Paese tecnologicamente sovrano deve poter disporre di infrastrutture di calcolo, competenze scientifiche, dati affidabili, imprese competitive e regole capaci di evitare una dipendenza totale da fornitori esterni. Deve inoltre sapere dove sono custoditi i dati, chi controlla i modelli e quali soggetti possono interrompere un servizio strategico, e in quali circostanze emergenziali o di “sicurezza nazionale”.

Credit: web

La sovranità, insomma, non coincide con l’etichetta “made in Italy”. È una proprietà dell’intero ecosistema. Aspetti logistici inclusi.

L’Italia non parte da zero

Nonostante il pessimismo – che a tratti è uno sport nazionale -, l’Italia possiede alcuni elementi importanti di questo ecosistema. La Strategia italiana per l’intelligenza artificiale 2024-2026 individua quattro aree prioritarie: ricerca, pubblica amministrazione, imprese e formazione. Il documento dell’Agenzia per l’Italia Digitale (Dipartimento per la Trasformazione Digitale) insiste sulla necessità di rafforzare le competenze, trattenere i ricercatori, sostenere le imprese e sviluppare infrastrutture nazionali adeguate.

A Bologna, vale la pena sottolinearlo, opera il supercomputer Leonardo, attorno al quale è stata costruita IT4LIA, una delle prime AI Factory europee. L’iniziativa intende offrire capacità di calcolo e servizi a ricercatori, start-up, piccole e medie imprese, industria e pubbliche amministrazioni. Dal 2025 IT4LIA utilizza le infrastrutture esistenti di Leonardo, mentre è in corso il potenziamento con sistemi specificamente ottimizzati per l’intelligenza artificiale.

Non siamo dunque davanti a un deserto tecnologico. L’Italia dispone di università, centri di ricerca, supercalcolo, competenze industriali e una presenza significativa nella strategia europea delle AI Factory. L’Unione europea ha ormai costruito una rete di diciannove AI Factory, pensate proprio per ridurre la distanza tra la ricerca e l’utilizzo industriale dell’intelligenza artificiale.

Il problema è che questi elementi non formano ancora automaticamente una filiera nazionale completa. E le risorse messe a disposizione sia dall’Italia che dall’Europa, sono ridicole se paragonate alle cifre mostruose delle spese per il riarmo, o come più poeticamente viene etichettato il capitolato dei prestiti per l’industria militare, fondi “SAFE”.

La sovranità tecnologica italiana, con o senza Emma-5, resta ancora relativa

La sovranità tecnologica dell’Italia nell’intelligenza artificiale è, almeno per ora, una sovranità molto relativa: possiamo disporre di un grande supercomputer, ma continuare a dipendere da processori progettati altrove; possiamo addestrare un modello in lingua italiana, ma utilizzare architetture, librerie software e servizi cloud costruiti da aziende straniere; possiamo raccogliere dati nazionali, ma non possedere piattaforme capaci di raggiungere “miliardi di utenti”.

È la condizione di quasi tutti i Paesi europei. La stessa strategia dell’Unione non punta a un’impossibile autosufficienza assoluta. Cerca piuttosto di costruire un’autonomia strategica: abbastanza infrastrutture, competenze e capacità industriale da non trovarsi completamente subordinati alle decisioni di poche imprese americane o asiatiche.

L’infrastruttura non basta

La capacità di calcolo è indispensabile, ma non risolve tutto. Per costruire un sistema di intelligenza artificiale affidabile servono dati selezionati, procedure di pulizia, verifiche contro i pregiudizi, test di sicurezza, valutazioni indipendenti e un gruppo di ricerca chiaramente identificabile.

Servono anche capitali pazienti. Addestrare un modello competitivo richiede investimenti che difficilmente possono essere sostenuti da una piccola impresa isolata. Per questo la sovranità tecnologica non può essere affidata soltanto alla volontà di un imprenditore, per quanto determinato. Richiede una politica industriale, alleanze tra imprese, università e istituzioni, oltre a una continuità che superi il ciclo di una campagna promozionale.

Chi controlla Emma-5?

Egomnia è una società privata costituita nel 2012 e quotata dal 2024 su Euronext Growth Milan. Il controllo societario è fortemente concentrato nelle mani del fondatore Matteo Achilli. Dopo la recente riorganizzazione societaria, Achilli controlla direttamente e attraverso la propria holding familiare oltre il 92 per cento dei diritti di voto. Il mercato dispone di una quota minoritaria delle azioni e di poco più del sette per cento dei diritti di voto.

Non vi è nulla di anomalo nel fatto che un’impresa privata controlli una propria tecnologia. Il punto è un altro: una tecnologia aziendale non diventa automaticamente una tecnologia nazionale soltanto perché viene descritta come italiana.

La Sovranità nazionale di Emma-5, ma non è proprietà privata?

Credit: Renato Ongania

Quando si parla di Emma-5 e sovranità tecnologica, occorre distinguere almeno tre livelli. Il primo è la proprietà del modello, che appartiene all’impresa. Il secondo è la provenienza delle competenze e delle risorse. Il terzo è il beneficio sistemico per il Paese. Un progetto contribuisce davvero alla sovranità tecnologica quando genera conoscenze verificabili, coinvolge ricercatori, costruisce infrastrutture riutilizzabili, crea competenze diffuse e riduce una dipendenza esterna. Se invece rimane un prodotto chiuso nella strategia di una singola società, il suo carattere nazionale è soprattutto (e solo) comunicativo.

Dalle informazioni pubblicamente disponibili non emerge un finanziamento autonomo e specificamente intestato a Emma-5. Egomnia si sostiene attraverso ricavi commerciali, debito bancario, appalti, capitale raccolto sul mercato, incentivi fiscali e contributi pubblici. Nel 2025 la società ha registrato ricavi per circa 1,47 milioni di euro, una perdita superiore a 221 mila euro e un indebitamento finanziario netto oltre il milione.

La società ha inoltre partecipato a programmi pubblici di ricerca e sviluppo e ha beneficiato di incentivi e contributi. Questi elementi mostrano che l’impresa opera dentro un sistema misto, nel quale capitale privato, credito e risorse pubbliche convivono. Non dimostrano però che lo Stato abbia finanziato direttamente e integralmente Emma-5. La trasparenza non consiste nell’insinuare l’esistenza di finanziamenti occulti, ma nel chiedere una rendicontazione chiara delle risorse impiegate quando un progetto privato viene presentato come interesse strategico nazionale.

Chi l’ha addestrata?

La documentazione disponibile attribuisce lo sviluppo del modello a Egomnia, ma non consente di individuare con precisione il gruppo che ha materialmente condotto l’addestramento. Non sono chiaramente indicati i nomi degli ingegneri, dei data scientist, dei ricercatori, dei responsabili della sicurezza o degli eventuali consulenti esterni. Non risultano facilmente identificabili neppure università partner o organismi indipendenti incaricati di valutare il modello.

Questa mancanza non significa che il gruppo non esistesse. Sottolinea, però, che la narrazione pubblica ha dato maggiore risalto alla figura del fondatore e alla promessa di sovranità tecnologica che alla struttura scientifica del progetto. Emma-5 non dimostra dunque che l’Italia debba rinunciare a costruire modelli propri, ma fa esattamente il contrario rammentandoci come un Paese che vuole partecipare alla competizione sull’intelligenza artificiale deve farlo con maggiore serietà, non con minore ambizione. Dobbiamo sostenere i progetti sperimentali e accettare che alcuni falliscano. Ma dobbiamo anche pretendere che un prototipo venga presentato come prototipo, un test come test e un modello strategico come tale soltanto dopo verifiche adeguate.

La sovranità tecnologica italiana non nascerà da una singola Emma, né dalla ricerca affannosa del nostro “ChatGPT nazionale”. Anzi, si manifesterà nel momento in cui l’Italia saprà collegare il super-calcolo di Bologna, le università, le imprese, la pubblica amministrazione, i finanziamenti e le competenze dando vita ad una filiera riconoscibile, credibile, trasparente e soprattutto autonoma!

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Renato Ongania

Studioso di comunicazione, semiotica e vessillologia. Esploratore, attivista culturale e saggista. Già consigliere comunale e militante radicale "contro la pena di morte". Laurea in relazioni pubbliche (Iulm, Milano), diplomi di alta formazione nel pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino e Anselmo d’Aosta presso atenei pontifici; “Esperto in criminologia esoterica”, master in bioetica. Tra i suoi interessi di ricerca: diritti umani, peace studies, hate speech online, analfabetismo religioso. Da oltre dieci anni Ministro della Chiesa di Scientology e rappresentante italiano dello scrittore statunitense L. Ron Hubbard.

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