Quo vadis?
La domanda delle domande, dagli Atti di Pietro, sembrerebbe avere un’origine tanto leggendaria quanto para-eroica, quanto apocrifa. Il Robin del cristianesimo, il famigerato Pietro, amico di Jesus, fuggendo da Roma durante le persecuzioni, incontra l’amico J che, diversamente da lui, si dirige verso Roma. E gli chiede: «Domine, quo vadis?». Pietro fuggiva dal pericolo del martirio. J seguiva l’istinto da salvatore e andava a Roma per “farsi crocifiggere nuovamente”. Uno spirito di abnegazione che, adesso, si raggiunge solo nelle curve delle squadre di calcio più blasonate. La coscienza, di tanto in tanto, prova a stimolarci ponendoci la domanda – non più soltanto esistenziale – “Dove vai?”. Ma il nostro io, che si autoclassifica super, preferisce sostituire il nostro conscio con l’algoritmica intelligenza.
Il nuovo Domine, Signore e Padrone, è il Collaborative Filtering, che però non è affatto predisposto al sacrificio. Un evoluto copia e incolla del piacere della scoperta. Qualcuno fa qualcosa, quel qualcuno la fotografa e la trasforma in un contenuto social, qualcun altro mette un like. L’algoritmo, un’interazione alla volta, lo trasforma in un contenuto da evidenziare e suggerire, in un assoluto. Il Domine renderà visibili per noi le destinazioni che ritiene più vicine ai nostri gusti e, allo stesso tempo, ne renderà invisibili altre. Solo perché l’algoritmo non rischia. Non può rischiare.
Noi consumatori digitali silenziosamente ci alleniamo a dimenticare che è proprio il rischio,l’imprevedibile, la sorpresa dell’incredibile, a rendere un viaggio significativo. Invecefotograferemo qualcosa che il qualcuno di prima ha già fotografato, mangeremo le stessecose negli stessi locali in cui il gemello di quel qualcuno ha ingurgitato e, ovviamente, fotografato prima di noi. Diventiamo la versione già masticata di un mondo iper-esposto. Ci trasformiamonell’inconsolabile bisogno di duplicazione del vissuto, di appartenenza al club dellabandierina su Google Maps. Un feedback loop che ci obnubila con l’illusione che sarà tutto bellissimo. Poi arriva Ferragosto e, nella caletta invisibile ai satelliti, siamo circondati da incalcolabilibarbecue improvvisati, posando le nostre pregiate chiappe sui quindici centimetri quadratiancora non occupati da teli mare o borse frigo. Non ci sono ancora molte spiagge immacolate. Coabitiamo perlopiù un mondo che vienedefinito in format, da riprodurre, vendere, consumare.
Il PifferAIo Magico ci porta di qua e di là solo perché è necessario rispettare il pattern che luiha definito. Una transumanza telecomandata che può trasformarci in vacche sacreall’engagement.
Gioca a farcelo desiderare, anche attraverso la sovraesposizione delle informazioni spessovisive e a standardizzare l’immaginario collettivo. Non ci obbliga a partire. Può peròprenotare al nostro posto, può creare l’itinerario perfetto per vedere i delfini alle 5 del mattinoche giocano a burraco a 15 miglia nautiche da San Benedetto del Tronto, può predisporci lalista dei migliori locali in cui bere l’essenza di lacrime di caimano. Non ci impedisce dicambiare strada. Si limita a definire con una linea blu il tragitto più breve per fare quello chelui stesso ci ha suggerito.“Dove” è da sempre uno dei modi migliori di pronunciare la parola desiderio. Quell’indefinito orizzonte che non si può fotografare perché immaginandolo resta solo nostroe di nessun feed.
Quo vis ire?
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