Le Nostre Rubriche

Fiaba nera nel cinema horror, quando racconti innocenti si trasformano in autentici incubi

La fiaba nera nel cinema horror non è un’invenzione moderna. È un ritorno alle origini. Prima che l’industria culturale ne addolcisse i contorni, la fiaba era un racconto di sangue, desiderio e sopravvivenza. Il bosco era minaccia reale. La matrigna incarnava il conflitto. Il lupo rappresentava l’istinto. Negli ultimi decenni, alcuni film horror tratti da fiabe hanno recuperato questa dimensione primitiva. Tra i più significativi troviamo In compagnia dei lupi, Biancaneve nella foresta nera e I fratelli Grimm e l’incantevole strega. Tre opere che dimostrano come la fiaba, quando torna “nera”, diventi uno strumento potente di esplorazione psicologica e sociale

Tre esempi di fiaba nera sul grande schermo

– In compagnia dei lupi: Angela Lansbury e la trasmissione del sapere oscuro

Diretto da Neil Jordan e ispirato ai racconti di Angela Carter, In compagnia dei lupi è uno dei casi più emblematici di fiaba nera nel cinema horror. Al centro del film troviamo la nonna interpretata da Angela Lansbury. Il suo ruolo è cruciale. Non è una figura rassicurante, ma una custode del sapere arcaico. Attraverso le sue storie, la fiaba torna a essere ammonimento.

Credit: Web

La Lansbury costruisce un personaggio che incarna la memoria collettiva femminile. I suoi racconti parlano di uomini-lupo, di seduzione e di inganno. La celebre raccomandazione a diffidare degli uomini “con le sopracciglia unite” diventa metafora criptica del desiderio maschile e della minaccia latente. La sua morte non è soltanto un passaggio narrativo, ma un rito di separazione. Dopo di lei, la protagonista deve affrontare il bosco senza guida. Ed è proprio qui che la fiaba nera nel cinema horror rivela la sua funzione iniziatica: crescere significa attraversare la paura, non evitarla.

Biancaneve nella foresta nera: Sigourney Weaver e la tragedia della matrigna

Se In compagnia dei lupi esplora il desiderio e la metamorfosi, Biancaneve nella foresta nera affronta il potere e la decadenza. L’interpretazione di Sigourney Weaver ridefinisce radicalmente la figura della matrigna. Non è una caricatura malvagia, ma una donna intrappolata in un sistema che misura il valore femminile esclusivamente attraverso la giovinezza.

Credit: Web

Nel film, la magia è rituale oscuro e viscerale. Il corpo diventa ossessione. Lo specchio non è oggetto incantato ma giudice spietato. In questa prospettiva, la fiaba nera nel cinema horror assume una dimensione quasi politica: la rivalità tra matrigna e figliastra nasce dal terrore dell’invisibilità e dalla paura della sostituzione. La Weaver costruisce un personaggio tragico, attraversato da angoscia e paranoia. La sua discesa nella follia restituisce alla fiaba la dimensione adulta del conflitto generazionale e del potere femminile negato.

Ma, concretamente, cos’è la fiaba nera? Da Bettelheim a Propp, passando per Freud, un piccolo ripasso!

Per comprendere davvero la fiaba nera nel cinema horror, è necessario tornare alla teoria. Bruno Bettelheim, nel celebre Il mondo incantato, sostiene che le fiabe aiutano il bambino ad affrontare paure inconsce e conflitti interiori. L’elemento oscuro non è dannoso: è necessario. Senza antagonista non c’è crescita. Prima di lui, Vladimir Propp aveva analizzato la struttura delle fiabe popolari individuandone le funzioni ricorrenti: allontanamento, prova, antagonista, ricompensa. Tuttavia, ogni funzione nasce da una crisi. La fiaba inizia sempre con una mancanza o una minaccia.

Anche Sigmund Freud, con il concetto di perturbante (Unheimlich), offre una chiave interpretativa decisiva: ciò che è familiare può diventare improvvisamente estraneo. La madre si trasforma in matrigna. Il principe si rivela lupo. Infine, studiosi come Jack Zipes hanno evidenziato come la modernità abbia progressivamente edulcorato la violenza simbolica delle fiabe popolari. Il cinema horror, invece, recupera questa oscurità originaria. Non tradisce la fiaba: la riporta alla sua verità primitiva.

I fratelli Grimm e l’incantevole strega: meta-fiaba e orrore con la regia visionaria di Terry Gilliam

Gilliam parte da un’intuizione brillante: trasformare i raccoglitori di fiabe in personaggi intrappolati dentro un universo che sembra generato dalle loro stesse invenzioni. I fratelli non dominano la storia: ne vengono inghiottiti. L’illusione razionalista — smascherare superstizioni per profitto — si sgretola quando l’irrazionale prende consistenza materiale. L’estetica è dichiaratamente barocca. Non nel senso puramente decorativo, ma come eccesso, proliferazione, instabilità. La foresta non è un fondale: è organismo carnoso, umido, decomposto. Le radici sembrano viscere. Gli alberi si contorcono come corpi torturati. Ogni elemento scenografico suggerisce trasformazione e decadimento.

Credit: Web

Lo specchio, elemento centrale nella tradizione fiabesca, diventa qui superficie liminale. Non riflette soltanto: assorbe. È portale, dissoluzione dell’identità, promessa di eterna giovinezza e insieme anticamera della morte. L’immagine non è più rassicurante duplicazione del reale, ma frammentazione. In questa prospettiva, la fiaba nera nel cinema horror assume una dimensione quasi epistemologica: che cosa accade quando l’uomo tenta di ridurre il mito a trucco, il soprannaturale a inganno, l’incubo a messa in scena? Gilliam suggerisce che il rimosso ritorna sempre. E ritorna con una forza ancora più disturbante.

Il film dialoga implicitamente con la tradizione dei fratelli Jacob Grimm e Wilhelm Grimm, ricordando che le fiabe da loro raccolte non erano racconti infantili, ma testimonianze di un immaginario popolare attraversato da carestie, guerre, superstizioni e violenze. L’orrore non è aggiunto: è strutturale.

Foto Credit: Web

Il barocco di Gilliam è quindi vertigine. È perdita di centro. È mondo che si deforma davanti allo sguardo. In questo senso, il film suggerisce che le fiabe non nascono per consolare, ma per dare forma al caos. Raccontare il mostro significa riconoscerne l’esistenza. Significa ammettere che il bosco non è fuori, ma dentro la comunità, dentro la Storia, dentro l’individuo. E forse è proprio questo che la fiaba nera nel cinema horror continua a ricordarci: l’immaginazione non addolcisce la realtà. La rende sopportabile perché la nomina.

Il lupo che echeggia dentro di noi

La fiaba nera nel cinema horror non distrugge l’incanto. Lo restituisce alla sua verità originaria. Senza ombra non esiste maturazione. Senza bosco non esiste ritorno. In In compagnia dei lupi, il momento decisivo arriva quando il dialogo più noto della tradizione cambia tono, si carica di ambiguità e diventa rivelazione:

What big eyes you have.
All the better to see you with.

Non è più una battuta infantile. È la soglia. La fiaba nera nel cinema horror continua a parlarci proprio perché ci costringe a varcarla. Il bosco non è soltanto un luogo. È una condizione dell’anima. E il lupo, oggi come ieri, non aspetta fuori dalla porta. Aspetta dentro di noi.

Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Cinema Sommerso”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-

Leggi anche:

Favole oscure, quando le storie non erano per bambini – L’Opinione

“La casa del terrore” di Seth Holt (1961): quando la paura fa novanta! – L’Opinione

Krampus, quando persino il Natale ha un lato oscuro – L’Opinione

Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sitoInstagramFacebook e LinkedIn

Filippo Kulberg Taub

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

Recent Posts

Luana Perdon cerca “lo zio Bobby”: musica, ironia e voglia di tornare a sorridere

A volte basta una canzone per provare a cambiare prospettiva. È da questa idea che…

9 ore ago

Gaza, Cisgiordania e il silenzio dell’Occidente: quando la disumanizzazione diventa politica

La tragedia palestinese continua a consumarsi tra Gaza e Cisgiordania, mentre la comunità internazionale appare…

13 ore ago

A San Galgano (Siena) torna il musical: questa sera va in scena “Ma Chérie”

Nell'Abbazia di San Galgano (Siena) si rinnova l'appuntamento con il musical. Questa sera, giovedì 27…

1 giorno ago

La disabilità non è un peso, ma lo diventano i pregiudizi che non sappiamo superare

C’è una parola che pesa più della disabilità stessa: pregiudizio. È lì che nasce l’equivoco, l’idea…

1 giorno ago

Chi giace nella mia bara? (1964): Paul Henreid porta al cinema qualcosa fuori dal comune

Chi giace nella mia bara? Edith Phillips non vede sua sorella gemella Margaret da quasi…

2 giorni ago

Una corona e zero neuroni: quando la bellezza altrui fa rosicare chi non può permettersela!

Questa settimana avrei potuto parlarvi della fantomatica docu-serie dedicata a Rita De Crescenzo, quella che…

2 giorni ago