Sin dai tempi più remoti l’arte, in qualunque forma si sia mai manifestata (e continui a manifestarsi tutt’ora), è sempre stata e rimarrà uno strumento dalle peculiarità universali nonché l’unico a disposizione dell’uomo (forse!) in grado di trascendere qualsiasi tipo di barriera, che sia di carattere culturale, etnico, religioso, sessuale, di genere, linguistico o politico. In un mondo storicamente segnato da divisioni e conflitti (i più recenti in Medio Oriente e nell’Europa dell’Est), sfide insormontabili (e a cui dover far fronte) all’ordine del giorno ed estreme derive disgregative piuttosto che aggregative (al contrario di quel che più di qualcuno potrebbe e vorrebbe farci pensare), essa può rivelarsi un potente mezzo di comunicazione e unione.
Difatti, attraverso la musica, la pittura, la scultura, la scrittura, la danza e chi più ne ha, più ne metta, l’arte si è dimostrata in più di un’occasione abile nel riuscire a dar voce ad emozioni e esperienze umane condivise, tracciando una linea di congiungimento perfino tra individui e comunità diametralmente opposti. Oppure, aspetto ancor più importante, nell’offrire uno spazio sicuro per riflettere sulle bellezze e sulle disgrazie più attuali, sulle guerre e i conflitti di questa nostra contemporaneità, scrivendo quelle prime battute essenziali alla costruzione di un dialogo, e perché no, allo sviluppo di un pensiero critico sul mondo che ci circonda.
Uno strumento di riflessione profonda, dunque, ma anche (e soprattutto) di unione e (ri)conciliazione per poter parlare di attualità e pace a chi la ammira, sulla base dei dissidi che sconvolgono quella realtà che l’arte stessa imita, emula e trascende. Pensiero, quest’ultimo, condiviso da Gabriele Maquignaz, artista della IMAGO Art Gallery di Lugano (dove è in esposizione nella collettiva Overlapped e con cui è ad ARTE in Nuvola a Roma) che, tra le altre cose, ha fatto del grido “NO WAR” uno dei suoi più noti manifesti e uno dei messaggi che chi osserva le sue opere può facilmente cogliere.
Definito dalla critica specializzata come il “padre” dello spazio-tempo nell’arte contemporanea, di recente Maquignaz ha vissuto una vera e propria consacrazione. Negli ultimi mesi, infatti, è stato presente sia alla Biennale Arte di Venezia (fino a ieri, domenica 24 novembre) nel Padiglione Nazionale Grenada presso Palazzo Albrizzi Cappello, sia alla monografica dedicatagli dalla Regione Valle d’Aosta e allestita nella Chiesa di San Lorenzo ad Aosta, senza considerare tutte le esposizioni internazionali che lo hanno visto tra gli artisti principali in mostra con le proprie creazioni.
Nato ai piedi del Cervino, il fine ultimo della sua ricerca artistica è sempre stato quello di trovare Dio e di tornare “indietro”, all’origine di ogni cosa. Il che, neanche a dirlo, si traduce in un’arte che sfida confini e limiti, un viaggio nei luoghi più profondi dell’anima e del cosmo per catturare il concetto di spazio-tempo in un caleidoscopio di colori ed emozioni e dar vita ad un’esperienza sensoriale unica. Un po’ quello che accade con il suo Big Bang, Anima, dove la raffigurazione della genesi cosmica viene ammantata da un forte senso di spiritualità e di ricerca della pace.
Acrilici proiettati su tela per mezzo di proiettili che colpiscono barattoli sospesi, questo il gesto simbolico, e solo apparentemente casuale, che genera una creazione potente e poetica unendo materia, spiritualità e concettualità, un caos “ordinato” secondo un linguaggio artistico che scuote e libera. Ed è qui che il messaggio di Maquignaz si fa chiaro e potente: la sua arte, nata da uno sparo allegorico, diventa un’arma di pace. Non colpisce per distruggere, ma per generare bellezza. È un invito a costruire un futuro migliore, per uomini e donne che sappiano vedere nell’arte una nuova via di speranza.
“Allo stato attuale, viviamo in un periodo in cui il mondo attraversa una situazione fortemente destabilizzata e di conflitto generale. Ciò che sta accadendo tra Russia e Ucraina, o nella Striscia di Gaza per esempio, per quanto tragico e disumano sia, è purtroppo soltanto uno degli innumerevoli fronti lungo i quali si sta combattendo. Alla luce di questo, la mia opera, ‘Big Bang’, vuole trasmettere qualcosa di forte e far riflettere.
Chi la osserva si ritrova dinanzi ad un esplosione che fa pensare e che porta lo spettatore di questo meraviglioso spettacolo a porsi svariate domande sul perché di ogni cosa, dalla nostra esistenza al ciò che accade quotidianamente intorno a noi. Un proiettile che, simbolicamente, spara e genera bellezza, questo è il senso e ,in una chiave ancor più spirituale, il fine ultimo della mia arte: l’essere un’arma in grado di generare pace e non guerra, contrariamente a ciò a cui siamo abituati. Perciò, benché sia normalmente concepito come uno strumento bellico, in questo caso essa può dare la vita anziché toglierla, creare bellezza e speranza al posto di distruzione e disperazione. In altre parole, contribuire alla creazione di qualcosa di bello“!
E voi, che cosa ne pensate?
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