Attualità

Gaza, dalle manifestazioni di dissenso al ricordo del genocidio: il “Piano di Trump” non è la ‘fine’ e il silenzio resta complicità

Risale a pochi giorni fa la notizia ufficiale della firma, sia da parte di Israele che di Hamas, per la prima fase dell’accordo previsto dal famoso ‘Piano di Trump’ (chiamarlo “Piano di Pace”, scusatemi, mi sembra davvero eccessivo). Ciò nonostante, l’entrata in vigore di un attesissimo, e oltremodo intempestivo, ‘Cessate il Fuoco’ a Gaza e il ritiro graduale delle truppe dell’IDF dal suolo della Striscia, benché alcune notizie provenienti dall’oltremare parlino di bombardamenti ancora in atto, NON POSSONO e NON DEVONO farci dimenticare quanto è accaduto fino ad oggi. Lo stesso Marwan Abdelhamid, giovane artista palestinese conosciuto nel mondo con il nome d’arte di Saint Levant, ci ha invitato a ricordare affermando che:

Oggi celebriamo, ma il ‘Cessate il Fuoco’ non significa pace o giustizia. Non dimenticatevi di Gaza o della Palestina

Come dimenticare il genocidio a Gaza?

E come potremmo? Farlo sarebbe un’offesa al popolo palestinese e un insulto alla memoria di coloro ai quali, sotto bombe e macerie, non è stata concessa alcuna possibilità di scegliere. Non solo, ma sarebbe perfino un’ulteriore grave mancanza, tra le innumerevoli altre (e sicuramente ben più gravi) perpetrate nel corso degli ultimi due anni, nei riguardi di quel diritto all’autodeterminazione già calpestato più e più volte, lo stesso diritto che l’ormai tristemente noto “popolo eletto” sembrerebbe non voler concedere a nessun altro all’infuori di sé. E perché no, farlo risulterebbe anche come la più vile delle pugnalate alla schiena di quegli uomini, donne e soprattutto bambini che, dal 7 ottobre 2023, si sono battuti con ogni mezzo, in ben oltre 67mila casi (perlomeno questa è la cifra secondo le stime ufficiali) addirittura con la propria vita, per far sì che la loro voce venisse ascoltata.

Tutto il mondo si è stretto attorno alla vicenda palestinese, ad eccezione di chi ha scelto consapevolmente di restare a guardare e di coloro che perfino di fronte alla più atroce delle evidenze si sono ostinati a negare. Cittadini provenienti da ogni angolo del pianeta e di tutte le età, comprese alcune migliaia degli abitanti di Tel-Aviv, si sono riversati nelle strade per dire “BASTA!” ad un massacro che è andato avanti per troppo tempo. Gente comune, in fin dei conti, ma che ha in mano il più grande dei poteri: la partecipazione.

Il silenzio complice

Chissà, forse (e dico forse, perché purtroppo non lo sapremo mai) sarebbe stato sufficiente fare soltanto una cosa. E no, non parlo del riconoscimento dello Stato di Palestina, che nella maggior parte dei casi è avvenuto in maniera piuttosto tardiva. Al contrario, mi riferisco all’ammettere ciò che, sin dall’inizio, è stato dinanzi agli occhi di chiunque e che l’ONU ci ha messo quasi due anni a riconoscere, e all’agire di conseguenza. In altre parole, faccio riferimento ad una risposta militare innegabilmente NON proporzionata all’attacco terroristico di Hamas e rasentante la pulizia etnica, attuata mediante un processo che conosce solamente un nome, il medesimo che il nostro Presidente del Consiglio Giorgia Meloni non riesce tutt’oggi a pronunciare, G-E-N-O-C-I-D-I-O, e davanti al quale un complice silenzio-assenso è stata la risposta più quotata.

D’altronde, non è stata proprio la milizia di Benjamin Netanyahu a sparare sulle folle di civili inermi in fila per ricevere aiuti umanitari? Non è stato l’esercito israeliano a bombardare quei presidi della Croce Rossa sotto l’egida della Convenzione di Ginevra? E gli ospedali? Le scuole? Sono stati o no i soldati dell’IDF a sequestrare, ad incarcerare e a torturare gli attivisti della Global Sumud Flotilla, volontari trattati alla stregua dei più temibili terroristi e la cui unica missione era quella di consegnare, nel pieno rispetto del diritto internazionale in caso di soccorso umanitario, beni di prima necessità ad una popolazione civile ridotta, tra le altre cose, alla fame? A selezionarne le provviste, eliminando opportunamente quelle che, stando ai racconti dei rimpatriati, avrebbero garantito un miglior apporto energetico ai bambini?

Una ‘pace’ di cui l’Occidente politico non ha alcun merito

Per non parlare della campagna denigratoria ai danni di persone che si sono dimostrate in grado di arrivare laddove la maggioranza dei Governi occidentali ha deciso di non andare. Uomini e donne, deputati e civili, professionisti e semplici attivisti, giovani di ieri e uomini del domani, che liberamente e nell’osservanza di ogni norma vigente non sono rimasti fermi, rifiutandosi di difendere l’indifendibile o di giustificare l’ingiustificabile: chi imbarcandosi per una missione ad alto rischio, chi riempiendo le piazze, chi mostrando il proprio dissenso attraverso qualunque strumento avesse a disposizione.

Sono loro e quelli come loro i veri fautori della pace, sempre che tale si possa definire. Non certo l’aspirante e fortunatamente NON vincitore del Nobel Donald Trump, il Primo Ministro israeliano (checché ne dica il suo più fervido sostenitore Matteo Salvini) o la Meloni, sempre pronta a saltare sul carro del vincitore e ad attribuirsi ‘meriti’, laddove anche vi fossero, che in realtà non le appartengono. Eppure, anziché ringraziarli, preferiamo di gran lunga delegittimare ogni loro azione e cercare nemici dove non ci sono, guardandoci bene, naturalmente, dal non spendere nemmeno una parola sulle aggressioni neo-fasciste come quella dei giorni scorsi a Roma.

Ma di cosa ci stupiamo? In fondo, tornando per un attimo alla Flotilla, non è stata la Turkish Airlines a provvedere alle spese del rimpatrio dei nostri connazionali perché qui, si sa, i voli di Stato li concediamo soltanto a criminali internazionali del livello di Usāma al‑Maṣrī Nağīm?

Il senso del dissenso

E allora è proprio per questo che è ancora più importante manifestare. Si tratta di un atto fondamentale di partecipazione democratica, perché è il modo in cui i cittadini rendono visibile la propria voce, trasformando il dissenso o il desiderio di cambiamento in un gesto collettivo e pubblico. Ogni protesta è un segnale di vitalità sociale, un richiamo al potere politico e alle istituzioni affinché ascoltino i bisogni reali delle persone. Significa non accettare passivamente le ingiustizie, nostre e altrui, ma rivendicare il diritto di essere parte attiva nella costruzione del futuro.

Insomma, è un esercizio di libertà e lo si può mettere in pratica facendo ricorso a qualunque strumento si abbia a portata di mano. Dalle proteste nelle piazze al movimento di coscienze sulle piattaforme digitali, comunicazione e mobilitazione, oggigiorno, VANNO INSIEME. Che sia attraverso un post, un video, una foto, una frase, un articolo di giornale, un intervento pubblico, qualsiasi ‘diversivo’ che sia capace di amplificare il messaggio è valido tanto quanto un corteo. Dopotutto, è stata proprio questa pluralità di strumenti a permetterci di vedere ciò che, altrimenti, sarebbe passato inosservato se ci fossimo affidati esclusivamente alla narrazione mainstream e alla propaganda!

Manifestare in ogni forma vuol dire difendere il diritto alla parola e alla presenza, ricordando che il silenzio, in molti casi, è il primo passo verso la perdita di libertà. Ciò che accade a Gaza, un giorno non lontano e magari sotto altra forma, potrebbe accadere a casa nostra.

La cantante italo-egiziana Neidia sceglie la musica come forma di resistenza: “Provo disprezzo verso chi non prende una posizione netta”

Pertanto, manifestate sempre, manifestiamo sempre. Scendendo in piazza come milioni di persone, redigendo un libro di componimenti come fatto da alcuni autori palestinesi che hanno scelto la poesia come strumento di resistenza (cliccate QUI per recuperare il nostro articolo a riguardo) oppure ricorrendo alla musica come fatto dalla cantante italo-egiziana Neidia che, con il nuovo singolo “Haram” e il precedente “Ana Dammi Falastini”, ci parla di imposizioni, proibizioni e omaggia la gente palestinese.

Il lavoro dell’artista, come suggerisce la parola stessa, implica l’uso dell’arte. L’arte è da sempre un mezzo di comunicazione alternativo, evasivo e libero da ogni forma di catene o imposizioni. Se si sceglie di intraprendere questa professione, lo si fa innanzitutto per vocazione e non per fini secondari; in secondo luogo, si è chiamati a esprimere il proprio consenso o dissenso, in quanto agevolati da una professione che più di altre offre la possibilità di farlo.

Ad oggi, ottobre 2025, anche se tardivamente, mi risulta che più o meno tutti abbiano finalmente fatto sentire la propria voce. Meglio tardi che mai! Chi non lo avesse ancora fatto di certo non è in attesa del mio giudizio, né io bramo di esprimerlo. A tempo debito, la vita darà loro lezioni da cui trarre insegnamenti. Anche perché, affinché qualcosa cambi e cambi in meglio, l’ultima parola dovrebbe spettare al popolo. Attualmente, le scelte e le azioni politiche in atto non sono condivise dalla popolazione. Non c’è ascolto, non c’è fiducia, non c’è coerenza e, laddove vengono meno questi pilastri, non può esserci un governo degno di rappresentare un popolo.

Ana Dammi Falastini” e “Haram

Il mio singolo “Ana dammi falastini” omaggia la popolazione palestinese, sottolineando lo sgomento e la rabbia per ciò che stanno passando. Provo disprezzo verso chiunque non prenda una posizione netta e decisa contro chi ha compiuto questi gravi atti inumani, ragione per cui non mi sento rappresentata da un governo che fa tutto tranne che stare dalla parte giusta della storia. Credo in un proseguo dopo questa vita terrena e mi auguro che venga fatta almeno una giustizia divina senza eguali.

Combattere l’odio e la violenza è complesso. Non esiste una soluzione unica. Il che si ricollega a ciò di cui parlo in “Haram”, la cui tematica forte si lega a proibizioni imposte da sempre senza motivazioni solide alla base. Parla di guide che nella mia vita non ci sono state realmente, ma che, nonostante ciò, hanno preteso da me il massimo del mio rendimento morale, ignorando il fatto che, a differenza di chi mi impartiva lezioni di vita e moralità, io ero già a un livello altamente superiore. Perciò, vi dico, moralmente parlando, fate sempre tutto ciò che potete“.

Un dovere morale e civile

Un dovere morale, dunque, oltre che di buon senso. Qualcosa che quelli che “gli scioperi e le manifestazioni generano solo caos, violenze e disagi” pare abbiano dimenticato, soprattutto perché gli scioperi e le manifestazioni, al pari di qualsiasi altra forma di protesta, servono a creare esattamente ciò che lamentano, con un fine ben più alto. Mentre, a chi continua a sostenere che “manifestassero per i problemi dell’Italia“, invece, vorrei chiedere dove si trovavano l’8 e il 9 giugno scorsi quando, IN ITALIA e PER l’ITALIA, cinque quesiti referendari avrebbero potuto migliorare le condizioni dei lavoratori ITALIANI? Al mare? Non era forse anche quella una forma di manifestazione? Definite questo, se ci riuscite!

Quella del ‘Cessate il Fuoco’ è sicuramente una bella notizia, ma per una Palestina realmente libera e un mondo più libero bisogna continuare a lottare.

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Diego Lanuto

Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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