Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato — William Faulkner
Così diceva William Faulkner e noi, alla luce degli scenari ai quali continuiamo impotenti ad assistere oggigiorno, non possiamo che far eco alle sue parole. Il 27 gennaio di ogni anno, del resto, il mondo intero si sofferma a ricordare le atrocità di Auschwitz, nella speranza che la Storia possa seriamente spingerci nella direzione giusta e, per quanto possa sembrare difficile allo stato attuale delle cose, aiutarci a non commettere gli stessi errori del passato. Non si tratta, dunque, di un gesto simbolico e nemmeno di un rituale di facciata. Al contrario, il Giorno della Memoria è l’occasione perfetta per fermarsi davvero e chiedersi, con il cuore e con la mente, se siamo buoni soltanto a commemorare o ad imparare dagli sbagli che abbiamo già fatto.
Ed è così che, mentre in Italia ci si prepara a celebrare l’81esimo anniversario dalla liberazione dei campi di concentramento nazisti, noi ci chiediamo: quanto dell’odio e dell’indifferenza di ieri sopravvive, seppur sotto nuove forme, nella realtà di oggi?
Una domanda complessa, certo, ma alla quale non è poi così difficile trovare una risposta esaustiva. D’altronde, siamo talmente circondati da pedisseque ripetizioni ed emulazioni di ciò che un tempo è stato da essere inevitabilmente portati a pensare che, in un futuro piuttosto vicino, la Storia non potrà far altro che ripetersi. Ed è proprio per questo che non dobbiamo fare in modo che il 27 gennaio rimanga soltanto l’ennesima ricorrenza, vuota e sterile, su di un calendario, ma un momento per adempiere a quel dovere morale e civile che, forse, per lungo tempo abbiamo deciso scientemente di ignorare.
A tal proposito, sono numerose le iniziative che si prevedono, da Nord a Sud, in tutta Italia. In Piemonte, ad esempio, fiaccolate che illuminano il Binario 17 di Porta Nuova, spettacoli teatrali come Viaggio a Auschwitz a/r, mostre fotografiche aperte fino a marzo e film come Unspoken proiettati in anteprima nazionale. A Milano, invece, il Memoriale della Shoah apre le sue porte gratuitamente, invitando studenti e cittadini a percorrere corridoi di storia e testimonianza. Roma, Torino, Casale Monferrato, Novara e Venezia diventano, in egual misura, centri di riflessione e dibattito: ogni corona deposta, ogni lettura pubblica, ogni momento di confronto è un piccolo gesto di resistenza contro l’indifferenza.
Ciò nonostante, è necessario porre l’attenzione su una riflessione che va oltre. Abbiamo la responsabilità, quotidiana e collettiva, di interrogarci sulle nostre azioni, sui nostri silenzi e su quelli degli altri, sulle parole che scegliamo e quelle che evitiamo, sulle pericolose nostalgie che pervadono tutto l’Occidente, sulle discriminazioni in aumento anziché in diminuzione, sull’odio imperante terreno fertile di un ritorno al passato, sulla scelta di voltarsi dall’altro lato quando non è così semplice restare a guardare o intervenire affinché qualcosa cambi realmente.
Insomma, il Giorno della Memoria mantiene alta l’attenzione sul fatto che la storia non sia una lezione con una data di scadenza. Al contrario, è una provocazione continua, che ci mette di fronte a scelte difficili: parlare o tacere, ascoltare o ignorare, intervenire o deliberatamente ignorare. È una chiamata a comprendere che commemorare non basta se la memoria non diventa consapevolezza attiva, se non si traduce in cultura, empatia e responsabilità sociale. Siamo davvero pronti a fare i conti con la storia, o ci limitiamo a ripetere parole e date come formule rituali? Quanto della Shoah e del dolore dei deportati diventa veramente insegnamento? E quanto resta memoria sterile, confinata tra le pagine di un qualche manuale?
Che dire, il 27 gennaio è un allarme che continua a suonare, una richiesta di coraggio fatta ad un popolo di codardi. Perché? Ebbene, perché se il risultato di anni di studio e ricordo è un genocidio nella Striscia di Gaza, un’uccisione di massa in Iran, una contemporaneità segnata da violenza, odio razziale e sessuale, persecuzioni, imposizioni, disparità di genere, agenti federali che uccidono i cittadini che dovrebbero proteggere, una generazione di bambini privati della loro innocenza e, non ultimo, Governi che fanno gli interessi di tutti fuorché quelli dei cittadini che sono chiamati a rappresentare, allora abbiamo scelto di stare dalla parte sbagliata, abbiamo fallito, preferendo di gran lunga divenire complici omertosi di un oblio che ci sta già inghiottendo.
Perché il passato non è mai davvero passato, e il silenzio di oggi può diventare il pericolo di domani. La memoria, allora, non è una scelta: è un sacrosanto dovere!
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