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Direttore di doppiaggio: quando saper dirigere non significa soltanto dare indicazioni

Benvenuti in un nuovo appuntamento con Senti chi parla, la rubrica in cui parliamo di doppiaggio, delle persone che ne fanno parte e, soprattutto, di tutto quello che accade dietro a un leggio. Questa volta voglio parlarvi di una figura che, nel nostro lavoro, ha un’importanza enorme: il direttore di doppiaggio. È un argomento a cui penso spesso, soprattutto dopo tanti anni passati in sala e dopo aver lavorato con direttori molto diversi tra loro. Perché più esperienza fai, più ti rendi conto che non esiste un solo modo di dirigere. Ogni direttore ha il proprio metodo, il proprio carattere, il proprio modo di comunicare. E il modo in cui un direttore si rapporta all’attore può cambiare profondamente il risultato del suo lavoro.

Non voglio parlare della preparazione tecnica di un direttore, né stabilire chi sia bravo e chi non lo sia. Mi interessa soprattutto un aspetto che, secondo me, è altrettanto importante: la capacità di entrare in relazione con la persona con cui si sta lavorando. Nel corso degli anni ho incontrato direttori che mi hanno fatto sentire immediatamente a mio agio, anche davanti a una scena difficile. Altri mi hanno insegnato quanto possa fare la differenza il modo in cui un direttore sa rapportarsi all’attore, comunicare quello che cerca e accompagnarlo verso il risultato.

E da queste esperienze ho capito una cosa: l’empatia, nella direzione, conta moltissimo.

L’empatia che conta in un direttore di doppiaggio

L’esperienza è fondamentale. Permette di conoscere profondamente questo mestiere, di riconoscere le difficoltà e di sapere come affrontarle. Ma credo che, indipendentemente dal percorso fatto per arrivare alla direzione, ci sia una qualità che non può mancare: saper stare con gli attori. Significa sapere come comunicare quello che si cerca, come dare un’indicazione senza confondere, come correggere una battuta senza mortificare chi l’ha fatta e come trovare le parole giuste quando un attore è in difficoltà. E soprattutto, significa saper ascoltare.

Ascoltare un attore non vuol dire semplicemente capire se una battuta è stata detta bene o male. Significa capire cosa sta succedendo mentre lavora: se non ha afferrato un’intenzione, se sta incontrando una difficoltà, se è bloccato, se ha bisogno di una spiegazione diversa oppure di un approccio diverso per arrivare a quello che il direttore sta cercando.

La maggior parte delle persone non ascolta con l’intento di capire; ascolta con l’intento di rispondere — Stephen R. Covey

Bisogna saper accompagnare l’attore

Questa capacità diventa ancora più importante quando davanti al leggio c’è un attore giovane, magari alla sua prima esperienza. Io ricordo bene cosa significhi iniziare. Quella sensazione di dover essere subito all’altezza, di avere addosso gli occhi di chi ti ascolta e di voler dimostrare di saperlo fare. Nel doppiaggio devi leggere e interpretare in tempi molto stretti, andare a sync, entrare nel personaggio e convivere con la paura di sbagliare.

Se a tutto questo si aggiunge un direttore iper-ansioso, agitato, che non riesce a comunicare con chiarezza quello che vuole o trasmette continuamente la sensazione di non essere sicuro della strada da prendere, quella tensione si amplifica. E allora può succedere una cosa molto semplice: anche un attore bravo può rendere male. Non perché non sia più bravo, ma perché può essere messo in difficoltà dalla stessa confusione che gli arriva da chi lo sta dirigendo. Quella tensione può inevitabilmente arrivare anche all’attore e condizionare il suo lavoro.

Per questo credo che l’attore abbia bisogno di sentirsi libero: libero di sbagliare, di provare, di cercare l’interpretazione che gli viene richiesta senza avere paura che ogni errore venga immediatamente giudicato. Quando inizi a recitare con l’ansia di sbagliare, inevitabilmente cominci a controllarti. E quando ti controlli troppo, perdi quella spontaneità che nel doppiaggio è fondamentale.

Essere autorevoli senza essere autoritari

C’è però anche un altro modo di intendere la direzione: l’idea che per ottenere il meglio da un attore bisogna essere duri, alzare la voce, mettere pressione. È un approccio che esiste, ma personalmente non credo che sia necessariamente quello più efficace. Non credo che urlare a un attore o metterlo in soggezione lo renda automaticamente più bravo. Anzi, spesso penso che sia semplicemente deprimente.

Questo non significa che il direttore debba essere sempre accomodante. Empatia non significa accondiscendenza. Un direttore può essere esigente, preciso e anche duro quando serve. Può chiedere molto a un attore, correggerlo e fargli rifare una scena anche molte volte. Ma c’è una differenza enorme tra essere esigenti e mettere una persona in difficoltà. Puoi chiedere moltissimo a un attore senza farlo sentire incapace, correggerlo senza umiliarlo, essere autorevole senza essere autoritario, perché la vera autorevolezza non deriva dalla severità o dal bisogno di far percepire continuamente la propria autorità. Deriva dalla capacità di creare un ambiente nel quale tutti sappiano qual è l’obiettivo e sentano di poterlo raggiungere.

Quando la direzione perde la sua direzione

E lo dico anche pensando alle volte in cui, personalmente, questa sensazione non l’ho avuta. Ho avuto esperienze nelle quali, pur trovandomi davanti a una persona nella posizione di dirigere, mi è sembrato che della parola “direzione” rimanesse ben poco. Non era chiaro cosa si volesse ottenere, quale fosse l’intenzione, quale fosse la strada da percorrere. E quando chi dovrebbe guidarti non riesce a comunicarti con chiarezza dove vuole arrivare, è inevitabile sentirsi disorientati.

Anche queste esperienze, però, mi hanno insegnato qualcosa. Mi hanno fatto capire ancora di più quanto sia importante il ruolo del direttore all’interno del doppiaggio. Perché il lavoro dell’attore e quello del direttore sono profondamente legati. Una buona direzione può aiutare un attore a esprimere tutto il proprio potenziale, così come una direzione poco efficace può rendere più difficile raggiungere il risultato. È un lavoro di squadra.

Il direttore di doppiaggio come guida

E forse, dopo tanti anni passati in sala, è proprio questo il pensiero a cui torno più spesso. Quando si decide di diventare direttori di doppiaggio, forse bisognerebbe chiedersi una cosa molto semplice: “So davvero ascoltare una persona?”. Perché forse è proprio questa la parte più difficile della direzione: capire chi hai davanti, trovare il modo giusto per comunicare con quella persona e accompagnarla verso il risultato che vuoi ottenere.

Quello che personalmente apprezzo di più in un direttore è quando riesce a farti uscire dalla sala sentendo di aver dato qualcosa in più. Quando affronti una scena difficile e, invece di sentirti solo davanti alle tue difficoltà, senti che qualcuno ti sta accompagnando. Quando sa correggerti, anche duramente se serve, ma senza farti perdere la fiducia. Perché alla fine, dietro ogni voce, c’è una persona. E prima ancora di dirigere quella voce, bisogna saper ascoltare quella persona. Magari è proprio lì che comincia la vera direzione.

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Omar Vitelli

Classe 1984, passione e dedizione, Omar Vitelli è un doppiatore italiano. Dal grande schermo alla televisione, passando per i videogiochi e le serie animate, la sua voce accompagna da tempo numerose generazioni e continua ad appassionare migliaia di telespettatori. Attivo sia a Roma che a Milano, ha vinto il Premio "Voce dell'anno emergente - Cartoni e radio al Gran Galà del Doppiaggio" al Romics nel 2003.

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