Da che mondo è mondo, ci sono pellicole che lasciano il tempo che trovano e altre che al tempo riescono a sopravvivere. Le prime conoscono spesso il successo, talvolta persino il trionfo, ma finiscono per rimanere legate ad una singola stagione oppure ad una moda passeggera. Le seconde, invece, attraversano addirittura decenni, conservando intatto il loro fascino originario e continuando ad attrarre a sé lettori o spettatori. È il destino riservato ai grandi classici, a quei rari capolavori che, per ragioni che qui risulterebbero troppo complesse da spiegare avendo poche righe a disposizione, non invecchiano mai, riuscendo a rivolgersi a persone lontanissime tra loro per età, cultura e, non di rado, per sensibilità. Un po’ ciò che è accaduto con la monumentale trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson che, ad un quarto di secolo di distanza dal debutto, incanta ancora milioni di fan sparsi in ogni angolo del pianeta.
Non stupisce, dunque, che ciclicamente faccia la sua (ri-)comparsa sulla scena contemporanea, avvicinando anche il nome di J. R. R. Tolkien, il celebre autore dell’omonimo caposaldo della letteratura britannica del Novecento da cui tutto ha preso forma, ad una nuova generazione di lettori e permettendo a questi ultimi di scoprire un universo che sembra essere in continua espansione. E in effetti, proprio in queste settimane la saga jacksoniana, insieme a tutto ciò che ad essa è correlato, è tornata a riempire le pagine dei rotocalchi e pure quelle dei forum in cui la fedeltà (o infedeltà che sia) al canone viene costantemente dibattuta.
Non tutti quelli che vagano sono perduti — J. R. R. Tolkien
Dalla Palma onoraria a Jackson durante l’ultima edizione del Festival di Cannes al 25esimo anniversario del primo capitolo, La Compagnia dell’Anello, passando per gli imperterriti paragoni con la serie targata Amazon, Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere, il franchise sta riacquistando una sua centralità. Ad alimentarla ulteriormente, però, è la conferma di una nuova ed inedita dualogia intitolata Il Signore degli Anelli: La Caccia a Gollum, la cui prima parte dovrebbe arrivare sul grande schermo il 17 dicembre 2027, che vedrà Jackson alla produzione e Andy Serkis, famoso per aver già vestito i panni di Smeagol/Gollum, alla regia, oltre che nel ruolo di protagonista.
Stando alle rivelazioni fatte fino ad ora, inoltre, Sir Ian McKellen tornerà ad interpretare Gandalf, Elijah Wood riporterà al cinema il suo Frodo Baggins e Lee Pace impersonerà per una seconda volta il Re degli elfi Thranduil, mentre alcuni volti nuovi si aggiungeranno al cast, tra cui (notizia fresca di giornata) l’attrice Anya Taylor-Joy che sarà Seren, elfo silvano del Reame boscoso. I due film saranno incentrati sull’enigmatica figura di uno dei personaggi chiave dei lungometraggi originali e sulla lunga caccia a quest’ultimo intrapresa da Aragorn (non sarà più impersonato da Viggo Mortesen, purtroppo) su richiesta di Gandalf negli anni che precedono la Guerra dell’Anello.
Insomma, sono molte le informazioni che abbiamo a disposizione, sia dei film ‘vecchi’ sia di quelli in arrivo, ma conosciamo realmente ogni cosa? Al di là di eventuali scene tagliate, modificate o di versioni ancor più estese, cosa accadeva dietro le quinte? Per quanto si sia scritto e detto sulla trilogia di Jackson, l’impressione è che una parte della sua storia sia ancora nascosta tra le pieghe della leggenda che si è venuta a creare. Del resto, non stiamo parlando di una produzione qualsiasi, ma di un’impresa cinematografica che, all’alba del nuovo millennio, decise di portare sullo schermo un’opera che molti consideravano semplicemente impossibile da adattare.
A contribuire al mito non furono soltanto gli effetti speciali, l’accuratezza delle scenografie o la fedeltà all’immaginario tolkieniano. Furono anche (e per certi versi soprattutto) una lunga serie di episodi singolari, coincidenze imprevedibili e scelte apparentemente marginali che, col senno di poi, hanno assunto i contorni di autentici racconti nel racconto, curiosi, talvolta bizzarri e in alcuni casi addirittura incredibili.
Basti pensare che l’unico membro dell’intero cast ad aver incontrato davvero Tolkien fu Christopher Lee, il futuro Saruman. Difatti, molto prima che Jackson iniziasse a immaginare la sua Terra di Mezzo, l’attore britannico ebbe occasione di conoscere lo scrittore in carne e ossa. Un dettaglio che, col passare degli anni, ha contribuito ad alimentare una sorta di passaggio di testimone simbolico tra il creatore dell’opera e uno dei suoi interpreti più iconici.
Non meno singolare è la storia di Sean Bean, l‘odiatamatissimo Boromir. Durante le riprese sulle montagne neozelandesi, rifiutava spesso di salire sugli elicotteri utilizzati dalla produzione per raggiungere le location più impervie. Preferiva affrontare lunghi percorsi a piedi, scalando pendii e sentieri già completamente vestito e truccato da guerriero di Gondor. Mentre il resto della troupe arrivava sulle vette con facilità, lui procedeva lentamente dal basso, con scudo, mantello e costume addosso.
E che dire degli eserciti di Mordor? Sullo schermo appaiono come un’immensa massa di creature urlanti pronta a travolgere ogni cosa. Tuttavia, dietro quel terrificante muro di suoni non si nascondevano attori professionisti né sofisticati sintetizzatori, tantomeno doppiatori provetti. Per ottenere l’effetto desiderato, i tecnici del suono utilizzarono le registrazioni di migliaia di tifosi sportivi neozelandesi, trasformando quelli che erano solamente cori da stadio nel fragore delle armate di Sauron.
In tanti, inoltre, ignorano che Jackson impose ai propri illustratori e concept artist di non prendere ispirazione da precedenti film fantasy. Niente castelli scintillanti, armature improbabili o paesaggi da fiaba. La Terra di Mezzo doveva apparire come un luogo reale, con una storia, una geografia e una stratificazione culturale credibili. Di conseguenza, in precedenza alla costruzione di scenografie e costumi, la produzione si impegnò ad immaginare come sarebbe apparso un mondo realmente esistito migliaia di anni prima. Una scelta che contribuì in modo decisivo a conferire ai film quel senso di autenticità che tuttora li distingue da gran parte dei lungometraggi contemporanei dello stesso genere.
Il medesimo approccio caratterizzò la realizzazione di Hobbiton, il villaggio degli Hobbit destinato a diventare uno dei luoghi più iconici dell’intera saga. Per ottenere un risultato convincente, la troupe non si limitò a costruire un semplice set. Alberi, giardini e sentieri vennero preparati con mesi di anticipo affinché la vegetazione crescesse naturalmente prima dell’inizio delle riprese. Il risultato fu un luogo così credibile da sembrare realmente abitato. E quando, anni dopo, si decise di tornare nella Terra di Mezzo per la trilogia de Lo Hobbit, il villaggio venne ricostruito quasi interamente con materiali permanenti, trasformandosi in una delle attrazioni turistiche più visitate della Nuova Zelanda.
Per rimanere in ambito tecnico, probabilmente i più ignorano che uno dei veri protagonisti della Battaglia del Fosso di Helm non compare mai sullo schermo. Si tratta di Massive, un software sviluppato appositamente per la trilogia dalla società di effetti speciali Weta di Jackson. Era in grado di controllare migliaia di guerrieri digitali contemporaneamente e di affiancarli alle 600 persone che erano realmente presenti sul set. A differenza delle tradizionali delle repliche digitali, in questo caso ciascun soldato era programmato per prendere decisioni autonome, reagendo ai nemici e agli ostacoli come un combattente reale. In un certo senso, gli Uruk-hai che assediarono il Fosso di Helm, così come i cavalieri di Rohan che li contrastarono, possedevano una rudimentale forma di “intelligenza artificiale”.
Tra le innovazioni, poi, merita sicuramente una menzione speciale Gollum. Adesso siamo abituati a vedere creature digitali indistinguibili dagli attori in carne e ossa, ma all’inizio degli anni Duemila le cose erano diverse. Il tormentato abitante delle Montagne Nebbiose fu uno dei primi personaggi completamente digitali a ricoprire un ruolo centrale all’interno di una grande produzione. Grazie all’interpretazione di Serkis e all’impiego della motion capture, tecnologia allora ancora agli albori, Smeagol riuscì ad esprimere emozioni, paure, ossessioni e conflitti interiori con un realismo senza precedenti. E chissà, magari non è un caso che critici e storici lo considerino uno dei momenti più rivoluzionari dell’intera trilogia!
Insomma, benché gli esempi che si potrebbero citare sarebbero tanti, questi sono sufficienti per capire che forse è proprio qui che risiede il segreto del successo de Il Signore degli Anelli: non soltanto nella forza della storia di Tolkien o nella capacità di Jackson di tradurla in immagini, ma nella straordinaria quantità di racconti che ruotano attorno all’opera. Alcuni sono epici, altri commoventi, altri ancora semplicemente bizzarri, ma tutti contribuiscono ad alimentare quel senso di meraviglia che da sempre accompagna (e continuerà ad accompagnare) il viaggio nella Terra di Mezzo!
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