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La Repubblica delle tabelle: quando sono i numeri ad indagare su di noi

Ci sono tre tipi di bugie: le bugie, le dannate bugie e le statistiche — Mark Twain

C’è un momento, nella vita di ogni cittadino curioso, in cui si scopre che il mondo non è governato dai politici, né dai colossi economici, e neppure dagli algoritmi. No: il vero potere appartiene alle tabelle. Quei rettangolini ordinati, con numeri perfetti, colonne allineate e un’aria di innocente neutralità che nasconde più misteri di quanti ne contenga un romanzo giallo di Agatha Christie.

Il nostro protagonista lo scopre a sue spese. Parte con una richiesta semplice, quasi ingenua, e si ritrova invischiato in un labirinto statistico dove più cerchi le risposte, più le domande ti guardano con sufficienza dall’alto di una cella di Excel.

Il vero potere delle tabelle

Si comincia dalla “classe di reddito”. Che parola rassicurante, classe. Fa pensare a qualcosa di ordinato, civile, strutturato. Peccato che nella cosiddetta “fascia alta” finisca chi guadagna poco più di 3000 euro… e chi potrebbe comprarsi un ponte, un’autostrada e magari pure una squadra di calcio. Stessa categoria. Stesso nome. Stesso colore della tabella. Una definizione così ampia da risultare quasi poetica. E, come tutta la poesia, rigorosamente soggettiva.

Il nostro detective delle percentuali, ormai totalmente immerso nel suo noir burocratico, domanda allora dati sul tempo libero. Una scelta coraggiosa, o incosciente. Perché lo scenario che emerge è quello di una società che, nel migliore dei casi, ha sostituito le catene con gli impegni sul calendario, e nel peggiore simula la libertà come si simula la scelta tra “accetta tutti i cookie” e “accetta solo quelli strettamente necessari”. Sì, la seconda opzione c’è, ma non funziona mai davvero.

La cosa sorprendente non è che i numeri a volte mentano, Mark Twain ce lo aveva già anticipato. È la nostra disponibilità a credergli sulla parola, a lasciare che una percentuale decida se siamo benestanti, poveri, liberi, oppressi, soddisfatti o frustrati. Come se la complessità dell’esistenza potesse essere riassunta in un grafico a torta. E nemmeno una torta buona.

Poi, come in ogni buon thriller, arriva il sospetto: e se quelle categorie non fossero lì per spiegarci il mondo, ma per spiegarci a noi stessi in un modo che torni comodo a chi le compila? Se quei numeri non fossero una fotografia della realtà, ma uno specchio deformante?

Alla fine resta una sola certezza: quando una tabella sembra troppo chiara, probabilmente lo è perché ha oscurato tutto il resto. E allora la vera domanda non è “cosa c’è scritto”, ma “chi ha deciso cosa ci va scritto”. Perché la storia della tua vita, quella vera, non sta in una cella C17 di un foglio di calcolo. Sta in tutto ciò che la tabella non può, o non vuole, contare!

Se siete curiosi di leggere le precedenti rubriche di “Tra Le Righe”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-

Leggi anche:

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Fabrizio Ranzani

Professionista del settore ITC nell'area ricerca e sviluppo, con oltre trent'anni di esperienza, Fabrizio Ranzani è ricercatore indipendente sui temi di logica formale, pensiero critico, didattica, antropologia, psicologia, neuroscienze, intelligenza e comunicazione umane e artificiali, ha scritto due libri sul tema della logica e del pensiero critico. Nel 2008 è rientrato nella lista dei cavalieri del lavoro sotto ai 35 anni nella prima edizione del concorso. La sua esperienza professionale si svolge fra l'Italia e il Brasile, la sua passione è insegnare e divulgare i fondamenti della logica e del pensiero critico.

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