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Mario Roggero e il confine che non si può oltrepassare: quando la sicurezza incontra lo Stato di diritto

La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri — Montesquieu

Il caso di Mario Roggero continua a spaccare l’Italia. Da una parte c’è chi vede un uomo esasperato, vittima di una rapina violenta, abbandonato dallo Stato e costretto a reagire. Dall’altra, invece, c’è chi ricorda che la legge non può piegarsi all’emotività e che la giustizia privata rappresenta una deriva incompatibile con la democrazia. Entrambe le posizioni nascono da sentimenti comprensibili, ma se vogliamo affrontare seriamente questa vicenda, è necessario liberarsi dagli slogan e guardare ai fatti.

Il punto decisivo del caso di Mario Roggero: dove finisce la difesa e dove inizia la vendetta?

Nell’aprile del 2021 tre rapinatori armati fecero irruzione nella gioielleria di Roggero, a Grinzane Cavour. Minacciarono il titolare, la moglie e la figlia, portarono via denaro e preziosi e poi si diedero alla fuga. Una rapina brutale, che nessuno può minimizzare. Chi entra in un negozio armato, terrorizza una famiglia e mette a rischio vite umane merita una condanna severissima. Su questo non esistono attenuanti morali. Gli italiani hanno il diritto di sentirsi sicuri nelle proprie case e nei propri luoghi di lavoro. La sicurezza non è un privilegio: è uno dei pilastri dello Stato.

Ciò nonostante, proprio perché lo Stato deve garantire sicurezza, non può rinunciare ai principi che lo distinguono dalla legge del più forte. Secondo quanto accertato nei vari gradi di giudizio, infatti, il gioielliere non sparò durante la rapina per fermare un’aggressione in corso. Al contrario, uscì dal negozio, inseguì i rapinatori mentre erano già in fuga ed esplose numerosi colpi di pistola. Due uomini morirono, un terzo rimase gravemente ferito.

È questo l’aspetto che troppo spesso, specialmente di recente, in molti sembrano ignorare. La legittima difesa trova il proprio fondamento nella necessità di reagire ad un pericolo attuale, non nel perseguimento di una finalità punitiva nei confronti di chi si sta allontanando. Quando i rapinatori avevano ormai lasciato la gioielleria, a detta dei giudici, non rappresentavano più una minaccia imminente né per Roggero né per la sua famiglia. L’aggressione era terminata. Da quel momento in poi cambia quindi la natura dell’azione: non si tratta più di difendersi, ma di scegliere di rincorrere chi fugge e fare fuoco.

È una differenza enorme, perché segna il confine tra la difesa e la vendetta, il medesimo confine che uno Stato di diritto non può permettersi di oltrepassare o cancellare. Comprendere il trauma vissuto da non significa giustificare ogni sua scelta successiva. Le emozioni, la paura e la rabbia spiegano numerosi comportamenti umani, ma non possono diventare il criterio con cui si applica la legge. Se così fosse, il diritto cesserebbe di essere uguale per tutti.

C’è poi un altro elemento che merita di essere ricordato. In passato Roggero era già stato protagonista di un episodio nel quale aveva minacciato con la stessa pistola il fidanzato della figlia. La vicenda, seppur distinta dalla rapina e non decisiva ai fini della responsabilità penale per quei fatti, è importante perché riguarda comunque il rapporto dell’uomo con l’uso delle armi.

La grazia e il messaggio che arriverebbe al Paese

Negli ultimi giorni si sono inoltre moltiplicate le richieste affinché venga concessa la grazia. È una richiesta pienamente legittima. La grazia è uno strumento previsto dalla Costituzione e può essere valutata quando ricorrono particolari ragioni di carattere umanitario o istituzionale. Tuttavia, è altrettanto legittimo interrogarsi sulle conseguenze di una simile decisione.

Quindici anni di reclusione per due omicidi e un tentato omicidio rappresentano la pena stabilita dai magistrati sulla base delle circostanze concrete del caso. Non si tratta di una semplice applicazione del massimo previsto dall’ordinamento, ma di una valutazione complessiva che ha già tenuto conto degli elementi ritenuti rilevanti nel processo.

Il confine tra la reazione di chi si sente abbandonato e i principi che regolano una società democratica non può, e non deve in alcun modo, essere valicato/Credit: web

Un eventuale intervento di clemenza dovrebbe dunque essere valutato non soltanto per la sorte personale di Roggero, ma anche per il messaggio istituzionale che trasmetterebbe. Cosa arriverebbe ai cittadini? Che inseguire un rapinatore in fuga e ucciderlo può essere considerato, in fondo, comprensibile? Che il confine tra difesa e vendetta può essere spostato ogni volta che la vittima suscita maggiore empatia del colpevole? Sarebbe un precedente culturale prima ancora che giuridico, perché la questione non riguarda la simpatia o l’antipatia verso Roggero, bensì il modello di società che vogliamo costruire.

Se accettiamo che la reazione possa continuare persino a pericolo cessato, allora domani qualcuno potrà ritenere legittimo sparare ad un ladro che fugge da un’abitazione, investire un rapinatore in auto durante l’inseguimento o uccidere chi sta ormai cercando di scappare. La vendetta finirebbe così per essere percepita come una naturale estensione della legittima difesa. Un rischio che il nostro ordinamento ha sempre cercato di evitare.

Uno Stato forte non è uno Stato vendicativo

Uno Stato forte non è quello che delega ai cittadini il compito di fare giustizia da sè. È quello che garantisce sicurezza, assicura processi rapidi, pene certe e la concreta possibilità per chi subisce un reato di ottenere giustizia senza trasformarsi in giudice, giuria ed esecutore della condanna. Negare il limite della reazione privata non significa ignorare la paura di chi subisce un’aggressione né sottovalutare il senso di abbandono che molti cittadini provano davanti alla criminalità.

I rapinatori hanno scelto di delinquere e devono rispondere delle loro azioni. Nessuno dovrebbe mai provare compassione per chi entra armato in un negozio e semina il terrore, ma è proprio perché la loro condotta è stata criminale che non possiamo rinunciare ai principi che distinguono uno Stato di diritto da una società che si fa “far west”. La sicurezza è un diritto. La giustizia privata non lo sarà mai, perché il giorno in cui confonderemo la legittima difesa con il diritto di inseguire e uccidere chi fugge, non avremo reso l’Italia più sicura. Anzi, avremo semplicemente abbassato il livello di civiltà giuridica del nostro Paese!

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Filippo Marra

Nato a Reggio Calabria nel 1972, è un consulente tecnico esterno al Senato della Repubblica, membro della Segreteria di Stato, consulente tecnico per le ambasciate italiane all'estero, Presidente e Fondatole dello Sportello Unico che raggruppa varie associazioni di disabili in tutta Italia. Attualmente, è anche Presidente dell'associazione nazionale "Itaca"

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