Non è la specie più forte che sopravvive, ma quella che meglio si adatta al cambiamento — Charles Darwin
Oggigiorno, purtroppo, siamo abituati a vivere in un contesto sociale di evidente progresso sfrenato, in cui ogni cosa ci sembra essere a portata di mano e, di conseguenza, facilmente raggiungibile. Che sia per il corso naturale del tempo o per quell’abilità che Darwin ravvisava soltanto in chi sapeva adattarsi meglio al cambiamento, al momento non ci è dato saperlo. Quel che è certo, però, per quanto strano ci possa sembrare, è che, mentre ci ritroviamo qui, impegnati quotidianamente ad (“auto”-)assuefarci ad un nuovo tipo di uomo, un individuo 2.0 sempre più tecnologico, veloce e connesso, ci stiamo lentamente lasciando alle spalle alcune abilità fondamentali che per secoli ci hanno definito. E non sono io a darlo, bensì la scienza.
Stando a quel che riportano differenti studi recenti, infatti, non stiamo semplicemente cambiando, ma abbiamo letteralmente cominciato a perdere delle competenze. E il punto non è tanto se queste capacità siano ancora utili, quanto le conseguenze che potrebbero verificarsi quando smettiamo completamente di usarle.
Prima fra tutti, strano a dirsi, è la capacità di scrivere in corsivo. Difatti, la scrittura manuale pare esser diventata ormai ‘merce rara’. Nessuno la sua più davvero. La maggior parte degli studenti della Gen Z, ad esempio, fatica a leggerlo, figuriamoci a scriverlo! Nello specifico, diversi studi indicano che circa il 40% dei giovani fatica a scrivere a mano in modo fluido. Eppure, la neuroscienza è chiara e ci dice che scrivere a mano attiva più connessioni cerebrali rispetto alla digitazione. Ma d’altronde, si sa, quella della comodità è senz’altro la via più facile da percorrere!
Ma non solo la scrittura, il problema riguardarebbe persino la lettura di determinati dispositivi. Molte scuole, in effetti, hanno sostituiti gli orologi analogici con quelli digitali e sembrerebbe che un numero crescente di ragazzi faccia fatica a leggere le lancette. I sondaggi e i report educativi ci dicono che almeno 1 ragazzo su 3 non sa leggere l’ora, ma com’è possibile? La risposta non c’è e se c’è, è meno ovvia di quel si può pensare.
Per non parlare del senso dell’orientamento. Il GPS ci guida oramai dovunque, ma a che prezzo? Il 90% degli esseri umani si affida, infatti, ad un sistema di localizzazione digitale per orientarsi, tant’è che gli studi parlano di una “riduzione delle capacità di orientamento spaziale” legata ad un uso massiccio dei navigatori. Viene da chiedersi se, fra non molto, saremo ancora in grado di distinguere ciò che c’è alla nostra destra e/o alla nostra sinistra.
Per di più, sebbene vivere ancorati ad uno smartphone siamo il modus vivendi del. XXI secolo, stranamente, non riusciamo più a memorizzare neppure un semplice numero di telefono, incluso il nostro! Uno studio ha rivelato che il 71% delle persone non è in grado di rammentare neanche il numero della scuola in cui manda il proprio bambino. La chiamano “amnesia digitale”, ma si tratterà, magari più banalmente, di un’eccessiva tendenza a delegare tempo conoscevamo a memoria decine di la memoria a quei dispositivi a cui siamo tanto affezionati?
Le calcolatrici, poi, ed è cosa nota, hanno ridotto la capacità di pensare velocemente. Perciò, perfino la più semplice delle operazioni richiede alla nostra mente il più notevole degli sforzi. A cosa serve l’immediatezza se, alla fine, rende per noi tutto estremamente più complesso, colpendo, di fatto, la nostra autonomia?
Che il lavoro manuale stesse scomparendo non era di sicuro una novità. Quel che mi giunge nuovo, benché io non sia effettivamente un guidatore provetto, è che, con la crescente diffusione di auto automazzate (nel 2000 l’86% delle auto vendute era a “cambio manuale”, mentre ora rappresentano solamente meno del 25%) un’intera generazione potrebbe non essersi mai dovuta ritrovare nella condizione di dover cambiare una marcia. Eppure il saper guidare, perlomeno a detta dei più, non doveva essere una delle pratiche più utili?
La stessa identica cosa che i nostri nonni, se non addirittura i nostri genitori, ci direbbero del cucire e rammendare vestiti. Ma d’altronde, in un mondo in cui il fast fashion è portata di click, a cosa serve riparare quando si può velocemente sostituire? Una logica economica, chissà, ma non in materia di costo!
Una volta le radio analogiche connettevano il mondo, adesso ci pensano i social network, i canali di streaming e i podcast in cui, a onor del vero, siamo noi a decidere che cosa ascoltare. Ma è proprio qui che sta il punto: abbiamo davvero guadagnato libertà, o abbiamo soltanto perso il gusto dell’imprevisto?
Non è una novità che i giornali cartacei stiano scomparendo. Del resto, il numero di copie vendute crolla di anno in anno. L’informazione si consuma in fretta e, spesso e volentieri, senza che vi sia alcun tipo di approfondimento. Non sarà che, oltre ad un cambio di formato, si sia verificato anche un cambiamento nella nostra soglia dell’attenzione?
Un po’ quello che mi verrebbe da chiedermi se penso al fatto che un numero costantemente maggiore di persone fatica a scrivere senza l’aiuto del correttore automatico del proprio smartphone. Per carità, potrà essere senza ombra di dubbio di aiuto, ma ne vale davvero la pena se, alla fine, il risultato è quello di ritrovarsi di fronte ad errori ortografici, punteggiatura incerta e lessico impoverito? Il correttore correggerà pure, ma non ci insegna proprio un bel niente!
E riflettendoci, se è vero che, da un lato, la tecnologia ci semplifica la vita, dall’altro è innegabile che essa atrofizzi le nostre capacità di apprendimento, memorizzazione, orientamento, concentrazione e via discorrendo. Perché il mondo potrà anche andare avanti, ma qui, a furia di delegare, noi non facciamo altro che tornare indietro. La tecnologia si presenterà sotroforma di dispositivi e aiuti sempre migliori, ma il nostro cervello si spegnerà e noi, probabilmente, non ce ne renderemo neanche conto!
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