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Chieti, una delle città che nel 1944 sfidarono la guerra a colpi di diplomazia

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Chieti
Credit: immagine liberamente tratta dal web fra quelle considerate di dominio pubblico

In un clima di costante apprensione per le notizie che giungono dal Medio Oriente, la scorsa settimana avevo scelto di trattare il tema della guerra con curiosità e toni decisamente più leggeri (ma non superficiali) nella speranza di poterci allontanare, fosse anche solo per un breve istante, dalle sconfortanti cronache del nostro presente. Ed è così che ci siamo catapultati nel Medioevo, un periodo in cui, per quanto strano ci possa sembrare, non tutte le guerre venivano vinte o perse a colpi di spada. Un po’ ciò che accadde sorprendentemente nel 1944 a Chieti (seppur con presupposti, metodi ed esiti differenti), città abruzzese salvata dalla distruzione grazie all’intuizione diplomatica di Monsignor Giuseppe Venturi.

La realtà contemporanea e la Chieti del ’44: siamo ancora disposti a scendere a compromessi?

Da che mondo è mondo, si sa, la guerra non è mai stata solo morte e distruzione. Al contrario, essa è, tra le altre cose, anche il fallimento o il successo della diplomazia e se guardiamo ai conflitti più drammatici del nostro tempo, possiamo rendercene facilmente conto. Da diverse settimane, infatti, la guerra in Iran sembra aver paralizzato l’intero pianeta: un conflitto iniziato con attacchi israeliano‑statunitensi e poi sfociato in una vera e propria guerra regionale, segnato da colpi diretti al cuore della Repubblica Islamica di Teheran e da una escalation continua. I negoziati diplomatici di inizio anno avevano lasciato ben sperare in una riduzione delle tensioni, eppure la situazione è degenerata lo stesso, cancellando i progressi e dimostrando quanto il ponte delle trattative possa rivelarsi piuttosto instabile.

In questa cornice di crisi, la diplomazia italiana e di altri paesi europei ha invocato (e continua tutt’ora ad invocare) una soluzione pacifica per mitigare i danni, ma Donald Trump, che annuncia tregue un minuto prima e inasprimenti degli attacchi subito dopo, non pare essere particolarmente di aiuto alla causa. Difatti, risultati concreti tardano ad arrivare, da un lato per l’imprevedibilità dei fronti e, dall’altro, per via della non troppo velata volontà di molti attori coinvolti di ottenere vantaggi strategici anziché negoziati duraturi. Per non parlare della guerra in Ucraina ancora in corso, in relazione alla quale, dopo oltre 4 anni, il tavolo della diplomazia è ancora ben lontano dall’essere apparecchiato.

Insomma, scenari che entrano in netto contrasto con ciò che accadde sul finire della Seconda Guerra Mondiale in uno dei capoluoghi di provincia dell’Abruzzo, dove si assistette, tra l’altro, alla trasformazione di un centro urbano di ‘appena’ 30mila persone in un rifugio sicuro per oltre 100mila sfollati.

Una città aperta, nel senso più letterale e straordinario del termine

Non a caso, quando l’Italia si trovava dilaniata dall’occupazione tedesca e dalla Repubblica Sociale Italiana, accadde qualcosa di totalmente inaspettato e che ai più potrebbe risultare quasi inverosimile. Stando a ciò che riportano diverse fonti storiche, tra cui Chieti 1943‑1944. Mai più è stata città aperta come allora di Enrico Bucci, la città era posizionata in un punto decisamente poco vantaggioso, con il fronte che avanzava, le bombe che cadevano su altre città e decine di migliaia di civili che fuggivano dalla distruzione. Ciò nonostante Venturi, l’arcivescovo della città, decise di farsi portavoce e artefice di una mediazione fra tutte le parti coinvolte, affinché si potesse giungere ad una sorta di tregua.

Un’autentica impresa la sua, rischiosa ed eccessivamente ambiziosa (o almeno, così qualcuno avrebbe potuto ritenerla), che lo portò a trattare con il Vaticano, a dialogare con i comandanti tedeschi e a sostenere un precario equilibrio con le autorità civili locali e della Repubblica Sociale. Nessuno ci avrebbe scommesso, ma quello che riuscì ad ottenere fu sorprendente perché Chieti divenne città aperta: un atto formale che sospese le operazioni militari dirette, trasformandola in un rifugio a cielo aperto pronto ad accogliere chiunque cercasse un riparo, e che non solo impedì che i nemici radessero al suolo la città, ma che salvo anche (e soprattutto) migliaia di vite.

Monsignor Venturi non aveva eserciti o armi a disposizione, ma se fosse qui oggi, alla luce dei fallimentari tentativi diplomatici odierni o del completo disinteresse che in molti manifestano dinanzi ad una possibile negoziazione, ci offrirebbe di sicuro una lente d’ingrandimento per guardare meglio alle crisi contemporanee e, chissà, magari ci ricorderebbe che, come scriveva Albert Einstein:

La pace non può essere mantenuta con la forza; può essere raggiunta solo con la comprensione

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Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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