Sul caso della Moschea di Mestre credo sia necessario partire dai fatti. Prima di trasformare un progetto edilizio in un referendum sull’Islam, occorre ricostruire le responsabilità, conoscere gli atti e distinguere il diritto alla libertà religiosa dall’autorizzazione a costruire.
Certo è, ch’ogni religione che non conosce superiore in terra di voi, non muterà nulla – Paolo Sarpi
Sarpi, riferendo un colloquio con il doge Leonardo Donà, con un linguaggio del primo Seicento, lontano dalla nostra concezione dei diritti universali, poneva una questione ancora attuale: il rapporto tra appartenenza religiosa e autorità civile. Oggi quella responsabilità si esercita attraverso la Costituzione, l’uguaglianza davanti alla legge e la tutela della libertà di coscienza. È su queste basi che possiamo imparare a governare una società multireligiosa.
Nel verbale del Consiglio comunale di Venezia del 26 marzo 2026, Luigi Brugnaro rivendica di aver suggerito l’acquisto dell’ex segheria di via Giustizia per realizzare un centro di preghiera sobrio. Quella dichiarazione non equivale a un permesso edilizio e non dimostra che il progetto successivamente presentato corrisponda a quanto prospettato. Documenta però un’interlocuzione politica che deve rientrare nella ricostruzione della vicenda. L’amministrazione dovrebbe spiegare quale percorso fosse stato indicato e quali ostacoli impediscano oggi di proseguirlo. (Verbale del Consiglio comunale, pp. 64–65)
Il TGR ha inoltre riferito di due proposte, con una seconda versione ridimensionata e priva di cupole e minareti. Resta necessario il cambio di destinazione d’uso dell’area. È su questi aspetti che serve una valutazione pubblica comprensibile: dimensioni, capienza, accessi, sicurezza, parcheggi e impatto sul quartiere. L’acquisto di un terreno non attribuisce automaticamente il diritto a destinarlo a qualsiasi funzione. Gli ostacoli devono però essere specificati, motivati e affrontati con criteri coerenti.
Considero condivisibile il principio espresso dal patriarca Francesco Moraglia: le persone devono poter pregare in luoghi adeguati, nel rispetto della legalità e dei diritti fondamentali. (L’intervento del Patriarca) Questa posizione lascia aperta la verifica del progetto concreto. Riconoscere la libertà religiosa non significa sottoscrivere un programma edilizio né approvare tutte le convinzioni di chi ne beneficerà. Il richiamo di Moraglia alla dignità delle donne merita di essere sviluppato. Vorrei che nel confronto si ascoltassero direttamente anche le donne della comunità, evitando di parlarne soltanto come destinatarie di tutela. La tutela dei diritti umani deve orientare ogni decisione, secondo i principi di universalità, uguaglianza e non discriminazione promossi dalle Nazioni Unite.
Eventuali limitazioni della libertà delle donne devono essere individuate e contrastate attraverso strumenti efficaci di prevenzione, protezione e accesso alla giustizia, garantendo alle interessate ascolto e piena partecipazione alle decisioni che le riguardano. La libertà di religione e di coscienza comprende anche la possibilità di dissentire, cambiare fede o non professarne alcuna, senza subire coercizioni. In coerenza con la Convenzione ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW) e con la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, ritengo che ogni progetto, confessionale o aconfessionale, debba integrare la parità di genere, l’autodeterminazione e la prevenzione della violenza contro donne e ragazze.
Questi principi devono tradursi in impegni concreti e verificabili, applicati con lo stesso rigore in ogni comunità, senza stereotipi né stigmatizzazioni.
Ho letto anche la critica di Stefano Fontana sulla Nuova Bussola Quotidiana. L’articolo solleva il tema delle implicazioni sociali e politiche dell’islam, ma arriva a sostenere che il rispetto delle regole occidentali sarebbe sostanzialmente strumentale. Una conclusione così grave, applicata al caso di Mestre, richiederebbe prove relative ai promotori, ai finanziatori e alle attività previste. Nell’articolo queste prove specifiche non vengono presentate. Un giudizio generale su una religione non può sostituire l’accertamento dei comportamenti delle persone.
Anche l’obiezione secondo cui difendere la libertà religiosa equivarrebbe, per un vescovo, a cedere al relativismo mi sembra poco convincente. La dichiarazione conciliare Dignitatis humanae riconosce questo diritto fondandolo sulla dignità della persona, senza rinunciare alla pretesa di verità della fede cattolica. Si può essere convinti della propria fede e difendere la libertà civile di chi ne professa un’altra. (Dignitatis humanae)
Ai promotori della Moschea di Mestre chiederei trasparenza sul progetto, sulla provenienza delle risorse e sulle responsabilità della gestione. Invece al Comune chiederei motivazioni verificabili e un percorso chiaro, indicando le modifiche o le alternative praticabili qualora questa proposta non sia ammissibile. E infine, alla politica chiederei di assumersi la responsabilità delle proprie parole, comprese quelle pronunciate prima che la controversia esplodesse.
La questione riguarda una comunità di diverse migliaia di persone: secondo il TGR, alla celebrazione di fine Ramadan del 20 marzo 2026, nell’area di via Giustizia, hanno partecipato oltre seimila fedeli. Il progetto della Moschea di Mestre descritto dalla stampa prevede invece una capienza fino a 1.500 persone. Sono dati distinti, che mostrano la dimensione della partecipazione religiosa e rendono necessario valutare con attenzione il fabbisogno effettivo di spazi, la loro distribuzione sul territorio e l’impatto sul quartiere.
La mia posizione è favorevole al diritto a un luogo di culto adeguato, mentre l’approvazione di questo specifico progetto deve dipendere dall’esame degli atti. La Costituzione tutela la libertà religiosa: amministrare significa renderla concretamente compatibile con le esigenze della città (Articolo 19 della Costituzione). Mestre ha bisogno di una decisione motivata, capace di rispondere tanto a chi chiede di pregare quanto a chi domanda come cambierà il proprio quartiere. È su questa capacità di governare problemi reali che misurerei la serietà di tutti gli interlocutori.
Il 18 settembre 1938, in piazza Unità d’Italia a Trieste, Mussolini rivendicò davanti alla folla la politica razzista e antisemita del regime. I primi provvedimenti contro gli ebrei erano già stati adottati: l’esclusione dalla scuola e le misure contro gli ebrei stranieri precedettero quel discorso. La persecuzione entrava nella vita quotidiana attraverso decreti, uffici e procedure amministrative. Colpiva anche persone di origine ebraica che professavano la fede cattolica, secondo una classificazione razzista imposta dallo Stato. Questa storia mostra perché il richiamo alla legalità, pur necessario, richieda un fondamento nei diritti umani. Anche la discriminazione può assumere la forma di una legge. Una democrazia deve quindi interrogarsi sia sul rispetto delle procedure sia sull’uguaglianza delle persone che quelle procedure coinvolgono.
La controversia sulla Moschea di Mestre appartiene a un contesto profondamente diverso e non va equiparata alla persecuzione antiebraica. La memoria del 1938 ci consegna però una responsabilità precisa: evitare che l’appartenenza a una minoranza diventi, da sola, motivo di sospetto o criterio per restringere i diritti. Un progetto può essere contestato per problemi documentati di sicurezza, dimensioni o compatibilità urbanistica. Le responsabilità individuali devono essere accertate. Ma quando il giudizio investe indistintamente un’intera comunità, la politica deve fermarsi e verificare quali principi stia applicando. Governare una società multi-religiosa significa anche garantire che la legge protegga ciascuno, soprattutto quando appartiene a una minoranza.
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