Ciao a tutti e benvenuti a un nuovo appuntamento con Senti chi parla, la rubrica dedicata al doppiaggio italiano. Ne approfitto anche per farvi gli auguri di buon anno, visto che questo è il primo articolo del 2026. Oggi ho il piacere di fare due chiacchiere con un collega molto giovane, ma che ha già messo insieme un percorso davvero interessante. Un doppiatore che, oltre al lavoro al leggio, si è trovato presto ad affrontare anche la direzione del doppiaggio, con tutte le responsabilità che questo comporta. Un ruolo che, alla sua età, gli fa sicuramente onore e dice molto della fiducia che gli è stata data. Sto parlando di Mosè Singh!
Tra le esperienze più importanti del suo percorso c’è anche la direzione della serie d’animazione di grande successo Le bizzarre avventure di JoJo. Come doppiatore, Mosè ha già avuto modo di spaziare molto: dai telefim, con personaggi come Freddie in iCarly e Ivar in Vikings, fino all’animazione giapponese, dove presta la voce a Vegeta da bambino in Dragon Ball, Zenitsu in Demon Slayer e Denji in Chainsaw Man. Insomma, un collega giovane, sì, ma con le idee chiare e una bella strada già avviata, ed è per questo che mi faceva piacere iniziare proprio da lui questo nuovo anno. Buona lettura!
Grazie Omar, il piacere è davvero mio.
Il mio inizio non è stato dettato dalla casualità, ma da una precisa volontà di fare questo mestiere. All’età di dieci anni, concentrandomi più sulle voci che sulle storie dei cartoni e dei film che ero solito seguire, scoprii l’esistenza del doppiaggio: quel giorno decisi che avrei voluto fare questo nella mia vita. Da lì è iniziato il mio percorso formativo, prima entrando in contatto con la recitazione e il teatro e poi, successivamente, frequentando un corso di doppiaggio con Ivo De Palma. In seguito c’è stato l’iter che molti conoscono bene: telefonare agli studi e chiedere i provini. Mi è andata bene, ma sono stato anche aiutato da colleghi che mi hanno gentilmente teso una mano; su tutti, cito Claudio Moneta.
Devo essere sincero: è stato immediato. Il classico colpo di fulmine. Il giorno in cui ho scoperto l’esistenza di questo mestiere ho deciso di volermici dedicare con tutto me stesso.
Un vero battesimo di fuoco. Ho iniziato a dirigere a venticinque anni. La possibilità è arrivata grazie a Pino Pirovano, che stava dirigendo Mob Psycho 100, serie della quale ero protagonista. A causa di un malanno di stagione, Pino dovette assentarsi e fece il mio nome per coprire quei turni. Da lì ebbe inizio questa parte della mia carriera, soprattutto grazie allo studio Iyuno, che mi ha dato fiducia fin da subito e continua a farmi crescere. L’ho vissuta — e la vivo tuttora — con estrema serietà, ma anche con molto timore e rispetto.
Assolutamente sì. Fin dal primo giorno, e non solo da parte dei colleghi presenti in sala. L’importante è essere realmente preparati e far sentire l’attore in buone mani. Non è sempre cattiveria: a volte è solo paura di non essere guidati come si deve. Non sempre penso di aver convinto — o di convincere — tutti, ma fa parte del gioco.
Molto recentemente, a causa di dinamiche legate alla sfera umana in un mestiere delicato come questo, ho pensato che forse non avessi più nulla di buono da offrire. Ho intrapreso un percorso di terapia e ho capito che l’amore per questo mestiere non era mai venuto meno: avevo solo bisogno di lavorare di più sulle mie fragilità. Ed eccomi qui, più innamorato di prima.
Tutto. Sembra assurdo dirlo, ma rappresenta un figlio per me. Sono visceralmente legato a questa lavorazione, al cast, a Marco Gullì — il nostro assistente —, al fonico Federico D’Ascola, alla PM Elena Padovani, a Sabrina Lettini e a tutte le persone che si sono fidate e affidate a me, rendendo questo percorso ricco di emozioni intense e bellissime. A loro va il mio più grande grazie. È un prodotto che sento molto mio, nonostante in questo mestiere nulla ci appartenga davvero, ed è anche la realizzazione di un sogno.
Voglio essere un supporto, non un ingombro che impedisce all’attore di essere libero. Mi piace avere le idee chiare, ma anche aprirmi alle proposte che l’attore può farmi, così da percorrere strade diverse e differenziare l’esperienza recitativa. Ho una visione complessiva del lavoro, ma non posso — né voglio — essere colui che dice all’attore come deve lavorare.
Attualmente credo vada bene così. Ho avuto belle soddisfazioni ed enormi delusioni. Temo faccia parte del gioco e credo ce ne saranno ancora molte, sotto entrambi i profili. Il tempo è galantuomo e l’unico modo che ho per dimostrare qualcosa è provare a lavorare al meglio delle mie possibilità.
Tutte le cose che, in qualche modo, mi hanno ferito o deluso. Col tempo scopri che hanno un perché e servono sempre a portarti da un punto A a un punto B. Sono state parte essenziale della mia formazione come professionista e come essere umano, e credo di poter dire grazie a ognuna di esse.
Mosè, nel privato, è una persona che prova a costruire la propria vita cercando di non farsi fagocitare dalle fragilità e dalle paure. Sarebbe più bello dire che è una persona serena e spensierata, ma credo sia più giusto aprirsi e dire che è una persona fragile, che teme il futuro e a volte anche il presente. Prova a essere una persona buona: a volte riuscendoci, a volte fallendo. Il suo lavoro è anche il suo più grande hobby e interesse, quindi non è mai davvero “lontano dai microfoni”.
Dalle sue parole emerge il ritratto di un professionista consapevole, ma soprattutto di una persona che non ha paura di raccontare anche le proprie fragilità. Singh parla di doppiaggio come di una scelta di vita, fatta molto presto e portata avanti con rispetto, timore e una profonda responsabilità verso chi lavora con lui. Il suo percorso dimostra come la giovane età non sia un limite, ma possa diventare una risorsa quando è accompagnata da studio, ascolto e umiltà. Che si tratti di dirigere un cast o di mettersi al leggio come attore, il suo approccio resta lo stesso: servire il progetto, valorizzare le persone, non smettere mai di crescere.
Perché dietro ogni voce, prima ancora del talento, c’è sempre una persona che sceglie ogni giorno di crederci. – Anonimo
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