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Simona Scarcella, sindaca di Gioia Tauro, sotto tutela: «Ho avuto paura per i miei figli, non per me»

Simona Scarcella, sindaca di Gioia Tauro, ci affida in esclusiva un racconto che va oltre la cronaca di questi giorni. Dopo le gravi intimidazioni ricevute e l’ultima minaccia rivolta direttamente ai suoi figli, lo Stato le ha disposto una tutela h24 per lei e la sua famiglia. È la storia del confine, improvvisamente cancellato, tra l’amministratrice che ha scelto di servire la propria città e la donna chiamata a proteggere ciò che ha di più caro. La politica scompare, scompare la fascia tricolore, scompare il Municio, il ruolo e le responsabilità istituzionali. Rimane una madre.

«Quando mi sono determinata ad assumere, con una buona dose di passione e di coraggio, il ruolo di sindaco della città di Gioia Tauro, e di primo sindaco donna della città di Gioia Tauro, avevo messo in conto di dover affrontare tante difficoltà. Non avevo però realizzato la possibilità di dover posizionare sulla bilancia, da un lato, il sacrificio per le istituzioni e per il bene della comunità e, dall’altro, il sacrificio per i miei interessi personali e soprattutto per quello che di più caro esiste nella mia vita: i miei figli».

Un biglietto di auguri indirizzato a Simona Scarcella e sette proiettili calibro 7,62 e 9×21 Parabellum

Il primo grave episodio arriva il 18 dicembre 2025, pochi giorni prima di Natale. Nella cassetta della posta della sua abitazione viene lasciata una busta. All’interno, un biglietto di auguri indirizzato al sindaco e sette proiettili calibro 7,62 e 9×21 Parabellum. Per lei non è soltanto un’intimidazione rivolta a un amministratore pubblico. È qualcosa che entra fisicamente nella dimensione privata della sua famiglia.

«È la prima grave ingiustizia che subisce l’intimità della mia famiglia, perché una mano criminale ha deciso di prendersi la briga di violentare il mio domicilio, il luogo per me più sicuro, il luogo dove vive la mia famiglia».

Passano otto mesi. Scarcella continua ad amministrare. Dice di essere andata avanti «come un treno», mettendo da parte timori e turbamenti e adottando quelli che definisce «provvedimenti molto scomodi a determinate latitudini. Provvedimenti con nomi importanti e con sotto la mia firma».
Poi arriva la seconda intimidazione. Questa volta le parole colpiscono direttamente ciò che per lei è più prezioso: «Se scrivi ancora ti scanniamo i figli e il cane». È qui che, dietro la figura istituzionale, emerge inevitabilmente la madre.

«È un colpo al cuore perché, sotto la fascia tricolore, esiste una mamma, esistono due ragazzi di 20 e 24 anni, Matteo e Salvatore Maria. Esiste un bene così prezioso che non può essere quantificato e che non ha termini di paragone in senso di valore».

Comincia quella che la stessa Scarcella descrive come una guerra interiore.Da una parte c’è chi ha giurato sulla Costituzione di operare nel rispetto della legge e nell’interesse della propria comunità. Dall’altra c’è una madre che sente su di sé la responsabilità di proteggere due figli trascinati dentro una vicenda alla quale sono completamente estranei.

«Perché, in fin dei conti, loro che cosa ne sanno delle questioni amministrative e politiche, dello schifo della criminalità organizzata, degli interessi nascosti nel sottobosco della burocrazia? Loro non c’entrano nulla con tutto questo eppure sono stati tirati dentro in un vortice, in un turbine perverso che in pochi attimi riesce a sconvolgere tante vite».

Una società in lotta con se stessa è destinata alla rovina – Simone Di Matteo

Credit: Simona Scarcella

La sindaca richiama pubblicamente l’attenzione sulla necessità di una protezione immediata: non per se stessa, precisa, ma per i suoi ragazzi.

«Non lo avevo fatto dopo la prima intimidazione perché non temo per la mia persona. Ma quando toccano la parte più importante del tuo cuore non esistono protocolli, regole, procedure e nemmeno diplomazia. Esiste una mamma e il suo disperato tentativo di fare l’impossibile perché i suoi ragazzi siano tutelati. E che questa tutela arrivi il prima possibile».

La memoria corre inevitabilmente anche alla storia di Gioia Tauro, una città che ha conosciuto pagine drammatiche. Scarcella ricorda l’uccisione del sindaco Vincenzo Gentile, l’omicidio del dottor Luigi Ioculano e quello di Francesco Maria Inzitari, ucciso a soli 18 anni. Ma nella lettura che la sindaca fa delle intimidazioni ricevute esiste anche un altro elemento: essere una donna che esercita il potere amministrativo e rivendica l’applicazione delle regole.

«E poi, parliamoci chiaro, è difficile accettare che l’azione amministrativa finalizzata a ripristinare la legalità venga portata avanti proprio da una donna».

Gioia Tauro, una terra dove sopravvivono modelli culturali arcaici

«La nostra è una terra dove la sottocultura è costruita su un processo di aderenza a norme culturali particolari, che sbocciano in un sottobosco di strutture emarginate e arcaiche. In questo contesto c’è una sete di rivalsa di una parte della criminalità, la parte più brutta della criminalità, che ancora esercita il fascino di un potere segreto e riesce a reclutare giovani leve che alimentano questa sottocultura violenta».

Secondo Scarcella, colpire una donna significa allora provare a raggiungerla attraverso ciò che ama di più. Ed è proprio a questo punto del racconto che la sindaca ci affida una confessione che assume un peso particolare. «Le confido una cosa che in questi giorni non ho mai detto a nessuno. Queste sono battaglie che, in verità, si combattono sempre e realmente da soli».

La solidarietà, precisa, non è mancata. Attorno a lei si è stretta una grande rete umana. Ma esiste una parte di questa esperienza che nessuno può condividere fino in fondo. «Nonostante la grande rete di solidarietà umana che si è stretta attorno a me, che non è mancata, resta comunque una battaglia interiore che ti vede spettatore di una tragedia nella quale sei attore, ma anche regista».

E poi ci sono i silenzi, quelli che la sindaca racconta senza nascondere l’amarezza.

«C’è ancora tanta gente, soprattutto nel mondo della politica, che di fronte ad eventi così cruenti ti guarda come se stesse osservando qualcosa di occulto, che lascia cadere tutto in un parlare sommesso e quasi nascosto, che si guarda furtivamente alle spalle nel tentativo di non farsi mischiare in faccende che “alla fine forse te le sei andata a cercare”».

Una sensazione che la sindaca traduce in un’immagine durissima: «Questo significa silenzi di paesi, silenzi di colleghi sindaci, strade deserte, finestre chiuse e telefoni che non squillano».

La risposta dello Stato alle intimidazioni a Simona Scarcella

La tutela disposta per la sindaca e per la sua famiglia non rappresenta, nelle sue parole, soltanto una misura di sicurezza. Diventa la dimostrazione concreta che le istituzioni ci sono e che la battaglia per affermare la legalità non è necessariamente una battaglia perduta.

«Quella risposta ti dà la certezza che effettivamente non tutto è perduto. Che c’è una possibilità di costruire qualcosa di buono che consenta di abbandonare il Medioevo che ha dominato questa terra bellissima e disgraziata, per traghettare finalmente nei valori del ventunesimo secolo».

Ed è ancora ai figli che torna il pensiero.

«In questo segnale dello Stato, e nella temeraria battaglia della loro madre, i miei figli devono trovare e riscoprire la consapevolezza che finché esiste qualcuno al mondo che crede nei propri diritti, c’è una possibilità per la Calabria e per tutto il Meridione d’Italia».

Ma la vicenda personale, per Scarcella, assume anche un significato più ampio. Diventa la storia di altre donne. «La mia voce e la mia battaglia sono la voce e la battaglia di tante donne che, per svariati motivi, non hanno voluto, o potuto, o creduto di poter affermare la propria libertà e la ribellione legittima, democratica, personale o istituzionale, nei confronti di ogni tipo di sopruso».

Alla fine resta una domanda semplice, quasi inevitabile dopo le intimidazioni, la paura per i figli, l’esposizione pubblica e il prezzo che un incarico istituzionale ha imposto alla sua vita privata.

Ne è valsa la pena?

«Sì, ne è valsa la pena. La mia vita, istituzionale e personale per una volta insieme, ha contribuito, con un piccolo mattoncino, a costruire un messaggio rivolto a chi crede che le regole non possano essere cambiate, soprattutto da una piccola donna».

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Simone Di Matteo

Simone Di Matteo, Latina 25 gennaio 1984. Curatore della DiamonD EditricE, autore, scrittore e illustratore grafico è tra i più giovani editori italiani. I suoi racconti sono presenti in diverse antologie. Molti dei suoi libri invece sono distribuiti all'interno degli istituti scolastici italiani. È noto al grande pubblico non solo esclusivamente per la sua variegata produzione letteraria, ma anche per la sua partecipazione nel 2016 alla V edizione del reality on the road di Rai2 Pechino Express. Consacratosi come Il giustiziere dei Vip, da circa due anni grazie a L’Irriverente, personaggio da lui ideato e suo personale pseudonimo, commenta il mondo della televisione, dei social network e i personaggi che lo popolano, senza alcun timore, con quel pizzico di spietatezza che non guasta mai attraverso le sue rubriche settimanali.

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