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Paura nella notte (1972): quando il timore smette di essere un’ombra per farsi presenza

Ci sono film che il tempo dimentica e altri che, più semplicemente, finiscono nell’ombra dei loro fratelli maggiori. È il destino di molte produzioni della Hammer Film Productions, casa cinematografica indissolubilmente legata nell’immaginario collettivo a Dracula, Frankenstein, Christopher Lee e Peter Cushing. Tuttavia, la Hammer non è stata soltanto sangue, castelli e creature della notte. Anzi, accanto al grande cinema gotico, la casa britannica ha prodotto anche thriller psicologici nei quali l’orrore nasceva da qualcosa di molto più vicino e, forse, proprio per questo più inquietante: la paura di non potersi fidare della realtà. E Paura nella notte (Fear in the Night), diretto nel 1972 da Jimmy Sangster, appartiene esattamente a questa categoria, essendo, a più di cinquant’anni dalla sua uscita, uno di quei titoli perfetti per essere riportati alla luce del crepuscolo.

Una notte di paura che cambia tutto

Peggy Heller è una giovane donna che ha appena iniziato una nuova vita insieme al marito Robert. La coppia si trasferisce in una località rurale dopo che Robert ha ottenuto un incarico presso una scuola privata. Dovrebbe essere un nuovo inizio, ma per Peggy diventa rapidamente l’inizio di un incubo. La donna viene aggredita da uno sconosciuto dotato di un braccio artificiale. Terrorizzata, cerca di raccontare ciò che è accaduto, ma la sua testimonianza non viene accolta con la necessaria fiducia. Il problema è che Peggy ha alle spalle una situazione psicologica delicata e proprio questo elemento diventa la chiave attraverso cui il film costruisce la propria tensione: quanto è disposto a credere lo spettatore a una donna che potrebbe non essere considerata pienamente affidabile?

Quando Peggy arriva nella scuola dove lavora il marito e incontra il direttore Michael Carmichael, interpretato da Peter Cushing, la situazione diventa ancora più inquietante. Carmichael possiede infatti un braccio artificiale. Potrebbe essere lui l’uomo che ha aggredito Peggy? Oppure la donna sta nuovamente confondendo realtà e immaginazione? Sangster costruisce il film proprio su questo dubbio, trasformando l’incertezza della protagonista in quella dello spettatore.

Locandina film/Credit: web

Judy Geeson e la fragilità di Peggy Heller

Al centro di Paura nella notte c’è Judy Geeson, chiamata a interpretare Peggy Heller. È una parte molto più complessa di quanto potrebbe sembrare a una prima visione. Peggy non è la classica protagonista del thriller che affronta il pericolo con sicurezza. È una donna spaventata e vulnerabile, che non riesce a trovare un punto fermo al quale aggrapparsi. Eppure, sarebbe un errore considerarla semplicemente una vittima passiva, perché la sua fragilità è soltanto una delle dimensioni del personaggio.

Geeson costruisce Peggy attraverso piccoli gesti, esitazioni, sguardi e improvvisi cambiamenti emotivi. Non interpreta soltanto una donna terrorizzata, ma una persona che deve continuamente confrontarsi con il dubbio sulla propria percezione della realtà. È questo a rendere la sua prova particolarmente efficace: lo spettatore è costretto a vivere la storia attraverso il suo punto di vista, ma contemporaneamente viene invitato a dubitare di quel punto di vista.

La protagonista è quindi prigioniera di una situazione doppiamente angosciante. Deve affrontare una minaccia concreta, ma nello stesso tempo deve convincere gli altri che quella minaccia esiste davvero. La sua fragilità psicologica diventa così una sorta di trappola narrativa dalla quale è difficile uscire. Geeson riesce a rendere credibile questa progressiva perdita di sicurezza senza trasformare il personaggio in una caricatura della donna indifesa. Al contrario, sotto la paura emerge lentamente una volontà di reagire che conferisce alla protagonista una dimensione più complessa.

La sua interpretazione rappresenta il vero cuore emotivo del film. Peggy non è soltanto il personaggio attraverso il quale il pubblico scopre il mistero, ma il punto di riferimento psicologico dell’intera vicenda. La paura che prova diventa la paura dello spettatore e ogni dubbio sulla sua affidabilità finisce per coinvolgere direttamente chi guarda.

Credit: web

Joan Collins: Molly Carmichael, l’eleganza dell’ambiguità

Accanto a lei troviamo Joan Collins, nel ruolo di Molly Carmichael. La presenza dell’attrice introduce nel film una tonalità completamente diversa. Se Peggy è caratterizzata dall’incertezza, Molly sembra invece possedere un controllo assoluto della situazione. È elegante, sicura e apparentemente padrona dell’ambiente nel quale si muove, ma proprio questa sicurezza genera inquietudine. Collins non ha bisogno di trasformare Molly in una villain caricaturale. La interpreta attraverso una freddezza controllata, quasi aristocratica, che rende ogni suo gesto potenzialmente ambiguo. Molly è la moglie di Michael Carmichael e fin dall’incontro con Peggy sembra instaurarsi tra le due donne una distanza difficile da colmare.

Le due sembrano appartenere a mondi differenti. Peggy è fragile, spaesata e bisognosa di rassicurazioni; Molly appare invece perfettamente inserita nel proprio ambiente, consapevole delle dinamiche che lo governano. Questa contrapposizione contribuisce a creare una tensione sotterranea che attraversa il film.

Joan possiede inoltre quella particolare qualità scenica che negli anni successivi sarebbe diventata uno dei suoi tratti distintivi: la capacità di rendere elegante anche un personaggio potenzialmente velenoso. In Paura nella notte non c’è ancora la gigantesca personalità televisiva di Alexis Colby, ma si intravede quella sicurezza che avrebbe caratterizzato la sua carriera. Molly non ha bisogno di spiegarsi continuamente e proprio questa reticenza contribuisce a renderla sospetta. La Collins utilizza il volto, la postura e il tono della voce per creare una donna che sembra sapere sempre qualcosa in più rispetto a ciò che rivela. Il risultato è un personaggio che non necessita di grandi esplosioni drammatiche per lasciare il segno.

Peter Cushing: quando un volto diventa una minaccia

Credit: web

E poi c’è lui, Peter Cushing. Il suo nome, per gli appassionati di cinema horror britannico, è quasi un genere cinematografico a sé. Cushing aveva già costruito una carriera straordinaria nella Hammer, interpretando il Barone Frankenstein, Van Helsing e numerosi altri personaggi che avevano contribuito a definire il volto dell’horror britannico moderno. Qui, però, Jimmy Sangster utilizza la sua immagine in maniera particolarmente intelligente. Cushing interpreta Michael Carmichael, il direttore della scuola. Non è un mostro, non è uno scienziato pazzo e non è un personaggio apertamente gotico. È un uomo apparentemente rispettabile, ed è proprio questo a renderlo inquietante.

Quando Peggy scopre che Carmichael possiede un braccio artificiale, il sospetto diventa inevitabile. Il pubblico conosce già Cushing, conosce il suo volto, conosce la sua storia cinematografica e la sua capacità di trasformare la calma in minaccia. Sangster sfrutta tutto questo senza bisogno di ricorrere a spiegazioni. Cushing entra in scena portando con sé una storia cinematografica che lo spettatore conosce già. Il suo Michael Carmichael non è un villain dichiarato, ma una presenza enigmatica che costringe continuamente a interrogarsi sulla sua reale natura.

Il dettaglio del braccio artificiale diventa quindi uno degli elementi più importanti del film. Peggy è stata aggredita da un uomo con un braccio artificiale e Carmichael possiede proprio quella caratteristica. La conclusione sembra inevitabile, ma in un thriller costruito sul dubbio ciò che appare evidente è proprio ciò di cui bisogna diffidare. Peter è perfetto per questa ambiguità perché non interpreta Carmichael come un uomo apertamente malvagio. Lo rende enigmatico. Ed è molto più efficace. Un cattivo dichiarato permette allo spettatore di sentirsi al sicuro; un uomo che non riusciamo a decifrare ci costringe invece a continuare a dubitare.

La presenza di Cushing si avverte anche quando non è in scena

Credit: YouTube

Una delle caratteristiche più affascinanti di Paura nella notte è che la presenza di Cushing sembra superiore al suo effettivo spazio narrativo. Non deve dominare ogni scena perché il suo personaggio continua a pesare sulla storia anche quando non compare. È sufficiente che il suo nome venga evocato, che si ricordi il suo braccio artificiale o che sorga un nuovo dubbio sulle sue intenzioni. Questa è una delle qualità più preziose di un attore come Cushing: la capacità di trasformare la propria presenza fisica in atmosfera. Non è necessario che minacci qualcuno o compia un gesto violento. La sua stessa immagine è sufficiente a generare inquietudine.

È anche uno degli aspetti più interessanti del rapporto tra l’attore e la Hammer. Cushing aveva contribuito a costruire l’immaginario dello studio e Sangster può quindi sfruttare quella memoria cinematografica direttamente a favore del thriller. Il pubblico vede Cushing e, prima ancora che il personaggio faccia qualcosa, è già portato a chiedersi se dietro quell’apparente rispettabilità si nasconda una minaccia.

Un intero cast costruito sul sospetto

Il quartetto formato da Geeson, Ralph Bates, Collins e Cushing è il vero motore della pellicola. Ognuno sembra custodire una parte della verità e nessuno appare completamente affidabile. Peggy possiede la propria versione degli eventi; Robert, il marito interpretato da Ralph Bates, dovrebbe rappresentare il suo principale punto di riferimento, ma il suo comportamento contribuisce progressivamente all’incertezza; Molly è sfuggente e apparentemente consapevole di dinamiche che Peggy non comprende; Carmichael, infine, è l’uomo che, con il suo braccio artificiale e il suo atteggiamento enigmatico, sembra incarnare il pericolo.

Il risultato è un piccolo universo chiuso nel quale ogni personaggio può essere osservato con sospetto. Ed è proprio questo che permette al film di funzionare ancora oggi come thriller psicologico più che come horror tradizionale.

Jimmy Sangster e la Hammer che cambia

Per comprendere il film nella sua interezza, bisogna ricordare anche chi è Sangster. Prima di sedersi dietro la macchina da presa, era stato uno degli sceneggiatori fondamentali della Hammer, contribuendo alla costruzione di una parte importante dell’horror britannico del dopoguerra. Fear in the Night nasce da un progetto molto più antico. La sceneggiatura originale, intitolata Brainstorm, era stata concepita da Sangster già nel 1963. Nel corso degli anni il progetto cambiò titolo e forma, passando anche attraverso il titolo The Claw, prima di essere riscritto insieme a Michael Syson e trasformarsi definitivamente nel lungometraggio che ormai conosciamo.

Questa lunga gestazione rende il film ancora più interessante. Sangster non stava semplicemente realizzando un altro horror della Hammer, ma portava sullo schermo un’idea che aveva attraversato quasi un decennio di trasformazioni. Il risultato è una pellicola nella quale il gotico tradizionale lascia spazio a una paura più domestica e psicologica.

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Una Hammer senza mostri e la psicologia come arma da guerra

L’opera è interessante proprio perché non sembra, almeno inizialmente, un classico film Hammer. Non ci sono castelli, vampiri o creature soprannaturali. Non c’è nemmeno la spettacolarità del sangue come principale strumento narrativo. Ci sono invece una casa, una scuola, un matrimonio e una donna che sostiene di essere stata aggredita. La normalità diventa così il terreno dell’orrore. Ed è questa una delle intuizioni più efficaci di Sangster: la paura non arriva da un mondo fantastico, ma da persone apparentemente normali.

Il vero campo di battaglia del film è la mente di Peggy, ma non soltanto la sua. Anche lo spettatore viene progressivamente manipolato. Ogni nuova informazione modifica ciò che pensavamo di sapere, ogni personaggio può assumere un significato diverso e ogni certezza viene rimessa in discussione. Il film utilizza quindi la fragilità psicologica della protagonista come strumento narrativo, un elemento che appartiene a una tradizione del thriller e dell’horror degli anni Sessanta e Settanta e che oggi può essere osservato anche con una maggiore distanza critica. Ciò che rende interessante questa gemma del cinema del passato non è soltanto la soluzione del mistero, ma il modo in cui Sangster riesce a far vivere allo spettatore l’esperienza di una persona alla quale gli altri continuano a non credere.

Il fascino di un film dimenticato

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A distanza di oltre cinquant’anni non ha naturalmente la stessa fama dei grandi classici della Hammer. Ed è proprio per questo che merita attenzione. Non siamo davanti a un titolo da riscoprire perché ignorato dalla storia e improvvisamente trasformato in capolavoro. Siamo davanti a un film che possiede un’identità precisa, una costruzione della suspense interessante e soprattutto un cast capace di valorizzare ogni sfumatura della storia. Geeson offre al film la sua dimensione emotiva, Joan Collins quella dell’ambiguità e Peter Cushing quella della minaccia. Jimmy Sangster costruisce attorno a loro un thriller nel quale la paura cresce lentamente, quasi senza farsi notare.

Per quel che riguarda la pellicola in sé, distribuita nel Regno Unito nel luglio del 1972, venne presentata in doppio spettacolo con Straight on Till Morning, all’interno di un programma promosso dalla Hammer con il titolo Women in Terror. Oggi quella definizione appare quasi riduttiva. Peggy Heller è molto più di una donna terrorizzata: è una protagonista che attraversa la paura, il dubbio e la manipolazione fino a trovare la forza di reagire, e Geeson riesce a renderne credibile il percorso. Joan Collins, con la sua presenza elegante e ambigua, aggiunge al film una dimensione di sospetto che non avrebbe avuto la stessa forza con un’interprete meno carismatica. Peter Cushing, infine, dimostra ancora una volta perché il suo nome sia diventato una parte indissolubile della storia dell’horror britannico: può trasformare la semplice presenza di un uomo in una fonte di inquietudine.

Sono stata aggredita, Robert…lo capisci? Tu non mi credi! – Judy Geeson

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Filippo Kulberg Taub

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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