Ottant’anni fa l’Italia insorse contro il nazifascismo e conquistò la libertà. Fu il governo provvisorio guidato da Alcide De Gasperi, con il decreto del 22 aprile 1946, a stabilire che ogni 25 aprile sarebbe diventato festa nazionale: memoria collettiva di un Paese risorto dalle macerie. Eppure, in quella storia di riscatto manca ancora il giusto posto per migliaia di donne partigiane, invisibili durante la guerra e troppo spesso rimosse nel dopoguerra.
Le fonti concordano su una forza resistenziale oscillante tra le 20 e le 25 mila unità: 12 600 combattenti in montagna, 9 000 nel Settentrione urbano, 3 600 nel Centro-Sud. Una frazione consistente era femminile. Alcune imbracciarono il fucile sulle Alpi, altre operarono nell’ombra come staffette, infermiere, staff logistico: raccoglievano cibo, medicinali, informazioni, mantenevano in vita famiglie divise e, spesso, identificavano i caduti perché avessero un nome e una sepoltura.
Tra le figure simbolo spicca Anna Cherchi, staffetta diciottenne dei boschi piemontesi. Catturata il 19 marzo 1944, subì un mese di torture alle “Nuove” di Torino e la deportazione a Ravensbrück, campo di concentramento femminile. Nemmeno le scariche elettriche e la rottura di quindici denti riuscirono a strapparle un’informazione. Resistette in silenzio, per sé e per l’Italia.
Ma la Resistenza fu anche meridionale. A Ragusa, la proletaria Maria Occhipinti, incinta, si stese davanti a un camion militare urlando «Non si parte!» per impedire la leva forzata dei contadini siciliani. Quel gesto solitario innescò un’intera rivolta popolare contro il fascismo, passata alla storia come il movimento “Non si parte”. Un atto di disobbedienza civile antesignano che dimostrò come la lotta alla dittatura avesse radici profonde anche al Sud.
Nonostante l’abnegazione, solo una trentina di partigiane ricevette una medaglia al valor militare. Una sproporzione che racconta la fatica di far emergere “l’altra metà” della Resistenza. Oggi storici e istituzioni stanno colmando quel vuoto, ma la strada è lunga: servono manuali scolastici aggiornati, targhe nei luoghi di battaglia, borse di studio dedicate.
L’80° anniversario non è dunque soltanto celebrazione: è l’occasione per costruire una memoria comune, inclusiva e non divisiva, come auspicato dalla Costituzione che proprio dalla lotta partigiana trasse linfa. Ricordare le donne della Resistenza, dalle armi in pugno all’assistenza medica ai feriti, significa rinsaldare le fondamenta stesse della democrazia. A loro, e a tutti i partigiani, il grazie di un Paese che deve la propria libertà al coraggio di chi scelse di rischiare tutto per un futuro di pace.
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