Il 21 giugno è il giorno più lungo dell’anno. Per molti coincide con l’inizio delle vacanze, con le serate all’aperto e con l’arrivo della bella stagione. Per le popolazioni antiche, invece, il solstizio rappresentava qualcosa di più di un semplice evento astronomico. Perché? Ebbene, perché si trattava di un momento di passaggio, un punto di svolta nel ciclo della natura. Dopo aver raggiunto il massimo della sua forza, il Sole intraprendeva infatti quel percorso che avrebbe portato all’accorciarsi delle giornate. E nel Lazio antico erano molte le figure mitologiche o realmente esistite legate a questo periodo dell’anno. Fra tutte, in particolare, emerge la figura di Cardea, una divinità oggi poco conosciuta ma particolarmente affascinante, associata alle porte, ai cardini e a qualsiasi cosa segni il confine tra un prima e un dopo.
Il solstizio e l’incarnazione di Cardea: un confine simbolico tra luce e trasformazione?
Nulla è permanente fuorché il cambiamento — Eraclito
Sebbene non si abbiano molte fonti storiche a riguardo e la maggior parte delle nozioni faccia riferimento più ad un corpus leggendario che a reperti effettivamente verificabili, sappiamo che il nome Cardea deriva dal latino cardo, ossia il cardine della porta. Un elemento strutturale e architettonico come un altro, penseranno in tanti. Tuttavia, per gli antichi rappresentava il passaggio, il cambiamento, la possibilità di entrare e uscire da uno spazio fisico e al tempo stesso simbolico. Difatti, secondo alcune interpretazioni, il legame tra Cardea e il solstizio d’estate non sarebbe casuale poiché, nell’ottica delle credenze e delle religioni del passato, il 21 giugno può essere visto come il “cardine” dell’anno, il momento in cui il ciclo solare raggiunge il suo culmine prima di invertire lentamente la direzione.
Come già accennato, le fonti che ne parlano sono poche e frammentarie, ma bastano a delineare una figura diversa dalle grandi divinità del pantheon romano. Roma, o perlomeno quella a cui si da maggiormente risalto, ci ha abituati alle grandi divinità della guerra, del potere o dell’amore, eppure esistevano alcune figure in grado di riservarci delle sorprese e che nella rosa degli dèi dell’epoca sarebbero potute apparire addirittura fuori luogo. La sfera cardiana, in effetti, riguardava la protezione della casa, della famiglia e dei momenti di passaggio della vita quotidiana.
La testimonianza di Ovidio e la concezione precristiana
Tra le testimonianze più importanti c’è forse quella di Ovidio, che nei Fasti racconta tradizioni e culti dell’antica città eterna. Anche nelle Metamorfosi egli descrive bene ciò che il 21 giugno rappresentava per gli antichi, citando qualche personalità ad esso collegata. Gli storici si mostrano, però, tuttora molto cauti in merito. Non esistono prove significative che il 21 giugno fosse celebrato con una festa dedicata a Cardea e molte ricostruzioni moderne si basano su collegamenti simbolici o su tradizioni arrivate fino a noi in forma frammentaria.
Quel che è certo, comunque, è che il fascino cardiano continua a sopravvivere proprio per la sua enigmaticità. Al di là delle poche informazioni disponibili, la dea dei cardini rappresenta comunque un simbolo di passaggio e rinnovamento, che, in relazione al momento del solstizio, incarna quella soglia ideale che nel Lazio precristiano individuava due fasi dell’anno, quando la natura raggiungeva il proprio apice prima di intraprendere un nuovo percorso.
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