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Referendum sul divorzio: nel 1974 l’Italia era più presente a se stessa di quanto non lo sia oggi

Sono passati ormai cinquantuno anni da quando, nel 1974, il Referendum sul divorzio sancì la volontà popolare di mantenere tale pratica nell’ordinamento giuridico italiano. Uno strumento che tanto in quell’occasione quanto in altre risultò fondamentale, dal momento che, almeno formalmente, il quesito referendario abrogativo rappresenta una delle più alte espressioni della democrazia diretta, e che oggi torna a far parlare di sé, ma neanche così tanto a dire il vero, in vista delle votazioni che avranno luogo l’8 e il 9 giugno 2025.

Non a caso, i cinque punti su cui gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sembrano essere sprofondati nel silenzio generale. Nessuna grande mobilitazione, nessun tipo di campagna di sensibilizzazione e, peggio ancora, una scarsissima copertura mediatica, tant’è che i cittadini a malapena ne conoscono i contenuti! Una situazione che colpisce, dunque, ancora di più se messa a confronto con la carica simbolica, politica e civile che si ebbe negli anni ’70: una partecipazione altissima, un Paese diviso ma attento, e un dibattito che coinvolse davvero ogni singolo membro della società dell’epoca.

Perciò, viene spontaneo domandarsi che cosa sia cambiato in mezzo secolo. Perché oggi i referendum lasciano l’impressione di non riuscire più a scuotere l’opinione pubblica, al punto da passare quasi inosservati? È solo una questione di disillusione politica o si tratta di un segnale più profondo di distacco dalla partecipazione democratica? Riflettere su questi interrogativi alla luce di uno dei primi, storici, referendum della Repubblica – quello che difese il diritto al divorzio – forse può aiutarci a capire non solo come si è trasformata la nostra percezione delle cose, ma anche (e soprattutto) se stiamo ancora onorando gli strumenti della nostra Costituzione o li stiamo lentamente abbandonando.

Credit: web

Il contesto storico, politico e sociale del “Referendum sul divorzio”

Il referendum abrogativo del 12 e 13 maggio 1974, richiesto per cancellare la legge sul divorzio introdotta quattro anni prima, costituisce un paragrafo fondante nella storia della Repubblica Italiana. Non si trattò di un semplice confronto tra favorevoli e contrari ad una norma, ma di uno scontro tra due visioni dell’assetto sociale e comunitario, due concezioni del diritto e, cosa più importante, tra Stato laico e influenza religiosa. Comprenderne appieno il significato richiede naturalmente un’indagine che intrecci la cronaca storica, l’evoluzione del diritto e la coscienza democratica del popolo italiano.

L’Italia tra dopoguerra e rivoluzione civile

Innanzitutto, è bene ricordare che, nel secondo dopoguerra, l’Italia si dotò di una Costituzione repubblicana (entrata in vigore nel 1948) fondata su valori di libertà, uguaglianza e laicità. Ciò nonostante, la società rimase (e rimane tutt’ora) profondamente segnata dalla tradizione cattolica, in parte per la forte presenza della Chiesa e in parte per il radicamento politico della Democrazia Cristiana, forza dominante nel panorama politico per decenni.

In effetti, il matrimonio era, fino agli anni ’60, considerato indissolubile nella prassi sociale e politica. Il Codice Civile del 1942, nato in epoca fascista, non prevedeva il divorzio e si limitava alla separazione personale, che non permetteva nuovi legami giuridici. Solo nel 1970, dopo anni di battaglie politiche e culturali, venne approvata la legge n. 898/1970, detta “legge Fortuna-Baslini”, che introdusse in Italia lo scioglimento del matrimonio civile. Ma cosa prevedeva la normativa?

Il contenuto della legge Fortuna-Baslini: un compromesso tra progresso e cautela

La legge fu un compromesso tra esigenze moderne e sensibilità tradizionali. Difatti, non sanciva un diritto immediato al divorzio, ma comunque prevedeva:

  • una fase di separazione legale di almeno cinque anni, poi ridotta a tre, come periodo di riflessione;
  • la possibilità di chiedere il divorzio solo in presenza di motivazioni gravi, come violenze, adulterio, abbandono, condanne penali;
  • il ruolo centrale del giudice, che valutava caso per caso.

Si trattava quindi di una legge prudente, pensata per non urtare troppo la cultura dominante. Eppure, la sua sola esistenza fu considerata inaccettabile da molti ambienti cattolici, che ne fecero una battaglia di principio. La Democrazia Cristiana, con il sostegno esplicito della Conferenza Episcopale Italiana, promosse il referendum abrogativo con l’obiettivo di cancellare la legge.

Una questione giuridica, ma anche costituzionale e culturale

Come ben sappiamo ed è opportuno sempre rammentare, il meccanismo del referendum abrogativo, introdotto dall’art. 75 della Costituzione, consente ai cittadini di chiedere l’eliminazione totale o parziale di una legge. Era la prima volta nella storia della Repubblica che questo strumento veniva utilizzato. La Corte di Cassazione ammise il quesito referendario e fissò la data per maggio 1974.

Il quesito era tecnico ma dal significato dirompente: «Volete voi l’abrogazione della legge 1° dicembre 1970, n. 898, concernente disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio?»

Dietro questa formula, si celava uno scontro tra:

  • diritto positivo e diritto naturale (lo Stato può disciplinare la fine del matrimonio o è un vincolo sacro e indissolubile?)
  • diritto individuale e morale collettiva (il singolo ha il diritto di liberarsi da un vincolo che non rispecchia più la sua volontà?)
  • laicità dello Stato e influenza confessionale.

La sua portata giuridica dell’esito del Referendum sul divorzio

Il 59,3% degli italiani votò NO all’abrogazione, confermando la legge sul divorzio. È essenziale notare che si trattò non di un’introduzione del divorzio tramite referendum, ma della sua legittimazione popolare a posteriori. Si trattò dunque di un raro esempio in cui il popolo, chiamato a giudicare una legge già in vigore, decise di mantenerla.

La conseguenza diretta fu la definitiva affermazione del principio di autodeterminazione familiare nel diritto italiano. Il matrimonio, da istituzione rigidamente sacrale, diventava anche un contratto civile scioglibile secondo la volontà delle parti, seppur sotto il controllo del giudice.

Il divorzio come diritto

Nei decenni successivi, la giurisprudenza costituzionale e ordinaria ha consolidato il principio secondo cui il diritto al divorzio è parte integrante del diritto alla libertà personale (art. 2 e 13 Cost.) e alla dignità dell’individuo.

  • Nel 1987 si introdusse il cosiddetto “divorzio breve” con ulteriori semplificazioni;
  • Nel 2015 fu approvata una riforma organica che ridusse i tempi a sei mesi (in caso di consenso) o un anno;
  • Infine, la recente riforma Cartabia (2022) ha accorpato separazione e divorzio in un unico procedimento accelerato, confermando la tendenza a garantire effettività e rapidità.

Un atto di fondazione democratica

Il referendum sul divorzio fu più di un voto su una legge: fu l’emergere maturo della laicità repubblicana. Dimostrò che la volontà popolare, se informata e consapevole, può essere il migliore baluardo contro derive confessionali o moralismi imposti dall’alto. Fu anche una straordinaria prova di cittadinanza attiva, con un’affluenza superiore all’87%, segno di un popolo che prendeva coscienza del proprio potere sovrano.

Chi voleva abrogare la legge pensava di restaurare un’idea di famiglia fondata sull’obbligo. Chi votò “no”, invece, difese la possibilità di scegliere, di ricominciare, di vivere relazioni basate sulla libertà e non sulla necessità. Ora, ben mezzo secolo più tardi, quel “no” suona ancora come un sì alla democrazia, al pluralismo e alla dignità della persona. Caratteristiche che, oggi più di ieri, faremmo meglio a tenere a mente!

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Diego Lanuto

Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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