Cultura e Spettacolo

Venezia regina del cinema, ma i fotografi trattati come intrusi

Venezia riesce ancora a fare quello che pochissime città al mondo sono capaci di fare: trasformarsi in un palcoscenico naturale. Dal 3 al 7 settembre, infatti, ho avuto ancora una volta la possibilità di vivere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica da fotografo, trascorrendo giornate intere al lido, aspettando arrivi, seguendo red carpet e fotografando alcuni dei volti più importanti del cinema internazionale. E ogni volta la manifestazione conserva qualcosa di unico. Il mare, il Palazzo del Cinema, l’attesa prima dell’arrivo degli attori, i fotografi pronti con le proprie macchine, il pubblico, gli abiti, i flash, quella tensione che precede ogni passaggio sul tappeto rosso. Insomma, per alcuni giorni il panorama cinematografico mondiale è tornato a parlare italiano e Venezia è diventata, meritatamente, una delle sue capitali.

È una sensazione straordinaria per chi vive di immagini, perché fotografare un grande evento non significa soltanto portare a casa il ritratto di un attore famoso, ma documentare un momento, raccontare ciò che sta accadendo e permettere, attraverso giornali, agenzie e mezzi di informazione, a migliaia di persone che non sono presenti di vedere quell’evento. Peccato solo, però, che non sempre ogni cosa vada come sperato.

Quattro giorni a Venezia, davanti ai volti del cinema mondiale

Rodney Hicks/Credit: Gennaro Piscopo

In quei giorni, dunque, davanti al mio obiettivo è passato un pezzo importante del cinema contemporaneo. Nello specifico, il 3 settembre Venezia ha accolto, tra gli altri, Orlando Bloom, Rooney Mara, Kate Mara e Domhnall Gleeson per Bucking Fastard di Werner Herzog. Poco dopo è stata la volta di Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Parker Posey, Mariana Di Girolamo e Ailín Salas.

Nei giorni successivi sono arrivati numerosi altri protagonisti del cinema e dello spettacolo internazionale. Poi il 5 settembre, una delle giornate più intense: Robert Pattinson, protagonista di Primetime, e successivamente Nanni Moretti, Louis Garrel, Jasmine Trinca e il cast di Succederà questa notte. Ma ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo avrebbe trasformato completamente l’atmosfera del Lido. E in effetti, se devo scegliere un momento capace di riassumere emotivamente questi quattro giorni, non ho dubbi. È stato l’arrivo di Liam e Noel Gallagher. Per qualche ora Venezia non sembrava più soltanto il Festival del cinema, ma uno stadio, o forse un concerto degli Oasis senza palco.

Un concerto senza palco

Sin dalle prime ore della mattina i fan avevano cominciato a occupare gli spazi intorno al Palazzo del Cinema. Alcuni erano arrivati all’alba. C’era chi aveva affrontato ore di viaggio soltanto per poter vedere Liam e Noel per pochi secondi. Ragazzi e ragazze arrivati da ogni parte d’Italia: San Benedetto del Tronto, Pordenone, Bologna, Trento. Altre cronache hanno parlato di migliaia di persone al Lido e alcune stime hanno superato addirittura le ventimila presenze.

Ma i numeri, questa volta, spiegano solo una parte di ciò che è accaduto. Bisognava essere lì, sentire quelle voci. Quando i due sono arrivati, davanti al Palazzo del Cinema si è alzato un boato. Centinaia di persone hanno cominciato a cantare Wonderwall. Poi le note di Don’t Look Back in Anger, Champagne Supernova, i cori, le mani alzate, le magliette della band, le bandiere, persone che aspettavano quel momento da ore. In quel momento il confine tra Festival del cinema e concerto rock è praticamente scomparso.

Per chi, come me, era lì con una macchina fotografica in mano, è stato qualcosa di completamente diverso dagli altri red carpet. Ho fotografato negli anni grandissimi attori, personaggi internazionali, star del cinema e della moda, ma l’energia che ho percepito quella sera era diversa. Non era soltanto l’arrivo di due celebrità, ma di due persone le cui canzoni hanno attraversato generazioni. Era una folla che non voleva semplicemente fotografarli, ma voleva cantare con loro, voleva ringraziarli e sentirsi, anche solo per qualche minuto, parte della storia degli Oasis. Per me, questo è stato il momento più emozionante di tutta la mia Venezia. Essere lì, circondato da migliaia di persone che cantavano quelle canzoni, mentre cercavo attraverso il mio obiettivo lo sguardo, il gesto, l’espressione dei due fratelli Gallagher, è una delle immagini che porterò maggiormente con me di questa edizione.

Maggie Gyllenhaal/Credit: Gennaro Piscopo

In Sala Grande il documentario Oasis: Don’t Look Back in Anger, dedicato alla reunion e al tour del 2025, avrebbe poi ricevuto una lunga standing ovation. Fuori, tuttavia, davanti al Palazzo del Cinema, il film sembrava essere già cominciato. Il pubblico ne era diventato parte. E chissà, magari è proprio questa la magia che un grande Festival dovrebbe custodire: la capacità di trasformare cinema, musica, persone e immagini in un unico momento collettivo.

Ore di attesa per pochi secondi: fotografi o persone da allontanare?

Quattro giorni intensissimi. Ore di attesa per pochi secondi. Perché questo è anche il lavoro di un fotografo durante un Festival: aspettare a lungo sapendo che, quando finalmente arriva il personaggio, tutto può accadere in un istante. Uno sguardo, una posa, un gesto, una frazione di secondo e bisogna essere pronti. Non esiste una seconda possibilità. Ed è proprio per questo che ciò che ho vissuto quest’anno lascia, accanto alla soddisfazione professionale e a momenti straordinari come quello degli Oasis, anche una profonda amarezza.

Durante quei giorni molti di noi hanno avuto la sensazione di essere considerati non professionisti presenti per lavorare, ma quasi persone da sorvegliare, contenere o allontanare. Fotografi fatti scendere dalle piccole scale utilizzate semplicemente per guadagnare qualche centimetro e superare visivamente le persone davanti. Colleghi invitati a non utilizzare neppure minuscole sedioline pieghevoli alte circa venti centimetri. Venti centimetri. Non stiamo parlando di impalcature né di strutture piazzate in mezzo a una via di fuga. Anzi, parliamo degli strumenti elementari attraverso i quali un fotografo cerca semplicemente di ottenere un’inquadratura utilizzabile quando davanti a lui ci sono decine di persone.

Riccardo Scamarcio/Credit: Gennaro Piscopo

Ciò che considero ancora più grave, però, è quanto accaduto ad alcuni colleghi. Ho assistito e raccolto testimonianze di fotografi fatti letteralmente scendere dalle proprie scalette, identificati e privati del supporto utilizzato per lavorare. Alcuni hanno poi dovuto presentarsi presso il comando indicato per poter ritirare successivamente la scala che era stata loro sequestrata. Una scena che considero francamente assurda. Vedere un professionista identificato e costretto successivamente a recarsi presso un comando per recuperare una piccola scala utilizzata per fotografare lascia un’immagine che difficilmente riesco ad associare a uno dei più importanti Festival cinematografici del mondo. La sensazione, in quei momenti, era quella di essere trattati quasi come se stessimo commettendo qualcosa di illecito, quando eravamo lì semplicemente per lavorare.

Cannes, Milano e gli altri grandi eventi: mai vissuta una situazione simile

Negli anni ho avuto la possibilità di fotografare eventi, festival e manifestazioni in Italia e all’estero. Ho lavorato a Cannes, alle settimane della moda, a Milano e in numerosi altri contesti internazionali nei quali sicurezza, organizzazione, pubblico e stampa convivono quotidianamente. Regole? Certamente. Controlli? Ovviamente. Zone nelle quali non è possibile sostare? Assolutamente comprensibili. La sicurezza viene prima di tutto, ma una cosa è stabilire regole chiare; un’altra è arrivare al punto di considerare problematici quei pochi centimetri che consentono a un professionista di vedere ciò che dovrebbe fotografare. Personalmente, con questa rigidità, non avevo mai vissuto una situazione simile. Ed è paradossale che accada proprio in Italia e proprio durante uno degli eventi culturali e cinematografici più prestigiosi al mondo.

C’è poi un altro aspetto che credo debba essere compreso. Molti dei fotografi che lavorano all’esterno sono professionisti. Alcuni possiedono anche un accredito ufficiale, ma scelgono deliberatamente di fotografare gli arrivi e altri momenti fuori dalle postazioni tradizionali. Perché? Perché la fotografia è anche punto di vista. Se cento fotografi vengono sistemati nello stesso punto, alla stessa altezza, davanti allo stesso fondale e nello stesso momento, il risultato inevitabile è avere cento variazioni della stessa fotografia. Lavorare esternamente significa invece cercare qualcosa di diverso. Un arrivo, uno sguardo improvviso, un saluto, un’espressione non costruita, l’incontro con il pubblico, un’inquadratura differente, significa provare a raccontare l’evento e non semplicemente registrarlo. È una scelta fotografica ed è anche una scelta giornalistica.

Sono proprio queste immagini diverse che permettono a un evento come Venezia di continuare a vivere sulle pagine dei giornali, nei magazine, nelle agenzie fotografiche internazionali e sui mezzi di comunicazione di tutto il mondo.

Robert Pattinson/Credit: web

Il paradosso del red carpet

C’è poi una contraddizione che quest’anno è diventata ancora più evidente. Il red carpet non è più soltanto il luogo nel quale sfilano gli interpreti del film presentato quella sera. Da tempo è diventato anche uno straordinario strumento di comunicazione: brand, testimonial, influencer, creator e ospiti utilizzano la passerella veneziana come una vetrina internazionale. Non vedo nulla di sbagliato in questo. Moda, cinema, comunicazione e spettacolo si contaminano da sempre.

Quello che trovo difficile da comprendere è il contrasto. Da una parte il Festival vive anche delle fotografie, dell’attenzione mediatica, dei social e della presenza di personaggi chiamati a creare immagini. Invece, dall’altra, chi quelle immagini deve produrle professionalmente incontra limitazioni sempre più rigide. E talvolta questa rigidità sembra riguardare persino chi sul tappeto rosso dovrebbe essere protagonista.

Il caso Nina Dobrev dovrebbe far riflettere

L’episodio più emblematico di questa edizione non riguarda neppure un fotografo. Riguarda Nina Dobrev. L’attrice, arrivata sul red carpet della serata inaugurale per la première di Ink di Danny Boyle, stava posando davanti ai fotografi quando un addetto alla sicurezza l’ha invitata ripetutamente ad accelerare e ad abbandonare la zona delle fotografie. Le immagini hanno fatto rapidamente il giro dei social.

Dobrev appare sorpresa e cerca inizialmente di concedere ancora qualche posa, mentre dalle postazioni fotografiche e dal pubblico arrivano proteste. Tanti voci hanno raccontato l’accaduto, sottolineando il paradosso di un’attrice internazionale sollecitata a lasciare rapidamente proprio quello spazio nel quale era arrivata per essere fotografata. Ed è qui che credo sia necessario fermarsi a riflettere. Se perfino un’attrice internazionale arrivata al Festival viene sollecitata in quel modo mentre sta facendo esattamente ciò che un red carpet dovrebbe consentirle di fare – fermarsi qualche secondo davanti ai fotografi – forse il problema non riguarda più soltanto noi che lavoriamo dietro le transenne. Probabilmente, riguarda il modo in cui stiamo concependo l’intero evento.

Meno grandi presenze, e Venezia non deve perdere il suo richiamo

Questa edizione mi ha dato personalmente anche la sensazione di un numero inferiore di grandissime presenze rispetto ad alcune annate precedenti. Una percezione che trova almeno in parte riscontro anche nelle analisi internazionali: il Financial Times, nel tracciare un bilancio della Mostra, ha parlato apertamente di una minore presenza delle grandi star hollywoodiane e dei blockbuster rispetto ad altre edizioni. Le ragioni possono naturalmente essere moltissime e sarebbe scorretto attribuire questa situazione esclusivamente alla gestione del Festival. Ma proprio per questo credo che Venezia debba interrogarsi sul futuro.

Non posso sostenere che la severità degli accessi o la gestione del red carpet abbiano provocato direttamente un calo delle presenze. Posso però dire ciò che ho visto e percepito lavorando sul posto: una gestione molto rigida, tanto nei confronti di chi cerca di documentare l’evento quanto, in alcuni casi, verso chi arriva per viverlo e animarlo. E quando un Festival compete con Cannes, Berlino, Toronto e con decine di appuntamenti internazionali per attirare cinema, star, brand, pubblico e attenzione mediatica, anche l’esperienza vissuta dalle persone conta. Conta moltissimo.

Il diritto di raccontare

Il punto non è pretendere anarchia. Nessun fotografo professionista può pensare che durante un evento internazionale non debbano esistere sicurezza, transenne, percorsi stabiliti, controlli e indicazioni da rispettare. Ci devono essere. Il problema nasce quando la regolamentazione diventa tale da rendere materialmente difficile svolgere il proprio mestiere. Almeno nelle situazioni che ho vissuto personalmente, non mi è stata mostrata una disposizione scritta specifica che spiegasse perché non fosse possibile utilizzare una piccola scala o persino un supporto alto pochi centimetri nelle aree esterne nelle quali stavamo lavorando.

E allora credo sia legittimo porre una domanda: dove termina la necessità di garantire la sicurezza e dove comincia una limitazione sproporzionata del lavoro di chi sta documentando un evento? Perché dietro una macchina fotografica non c’è necessariamente un fan alla ricerca dell’immagine del proprio attore preferito. Può esserci un professionista, può esserci un giornale, può esserci un’agenzia internazionale, può esserci qualcuno che quella fotografia dovrà selezionarla, editarla e inviarla a una redazione pochi minuti dopo. E in quel momento fotografare non è un passatempo. È lavoro, cronaca, informazione.

Venezia deve restare regina, ma anche libera

Oasis/Credit: web

Torno da questa edizione con migliaia di fotografie e con la soddisfazione di avere raccontato ancora una volta uno degli eventi cinematografici più importanti del mondo. E torno con alcune immagini che difficilmente dimenticherò. Gli attori. I red carpet. Gli sguardi catturati per pochi secondi. E soprattutto, quella folla che cantava le canzoni degli Oasis mentre Liam e Noel Gallagher arrivavano davanti al Palazzo del Cinema.

Quello, per me, resterà probabilmente il momento più emozionante di tutto il Festival. Venezia resta meravigliosa. Resta una cornice che il cinema mondiale può soltanto invidiarci. Vedere il Lido riempirsi di attori, registi, produzioni, giornalisti, fotografi e appassionati continua ad emozionarmi. Ed è proprio perché amo questo Festival e riconosco il suo enorme valore internazionale che credo sia giusto raccontarne anche ciò che non funziona.

Spero che nelle prossime edizioni si riesca a trovare un equilibrio diverso, che chiunque abbia il diritto e il compito di raccontare un Festival pubblico possa esercitarlo liberamente, naturalmente rispettando sicurezza, persone e regole, ma senza essere guardato o trattato come un criminale soltanto perché porta con sé una macchina fotografica e una piccola scala. Mi auguro che nessun collega debba più essere fatto scendere bruscamente da un supporto, identificato e poi costretto a presentarsi presso un comando per recuperarlo e che Venezia torni ad avere sempre più grandi presenze, sempre più pubblico e sempre più persone desiderose di vivere il Festival.

Perché ciò che è accaduto con gli Oasis dimostra esattamente quanto il pubblico sia fondamentale, così come le immagini che, pochi istanti dopo, partono dal Lido e raggiungono il resto del mondo. Non chiediamo privilegi, non chiediamo di occupare zone vietate e non chiediamo di ignorare le indicazioni delle forze dell’ordine o degli addetti alla sicurezza. Chiediamo semplicemente di poter fare il nostro lavoro, con una macchina fotografica in mano!

Leggi anche:

CasaLollo 4, quando il mondo della tv esce dal piccolo schermo e diventa una storia da ascoltare – L’Opinione

Minturno Musica Estate: 20 anni dopo la piazza conta ancora, parola di Pasquale Mammaro! – L’Opinione

Hollywood, tra IA e inclusione forzata: reinventare il futuro per non lasciare indietro il passato? – L’Opinione

Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sitoInstagramFacebook e LinkedIn

Gennaro Piscopo

Nato a Pompei, è un fotografo con oltre vent'anni di esperienza nel settore delle Cerimonie e degli Eventi. Riconosciuto per il suo stile pulito, preciso e per l'estrema cura dei dettagli, da circa dieci anni ha intrapreso una carriera nel mondo della Moda, affermandosi come fotografo ufficiale in numerosi eventi e sfilate e pubblicando attivamente editoriali su Magazine Internazionali. Oggi è titolare dello Studio Kromatica sito a Pompei, ma riceve anche a Milano per offrire servizi di Fotografia, Video e Grafica Pubblicitaria. Grazie a un ampio bagaglio di formazione professionale ed a una straordinaria versatilità, garantisce servizi fotografici di altissima qualità, capaci di soddisfare ogni esigenza creativa e tecnica.

Recent Posts

A Villa Borghese tornano a splendere l’Alpino e il mulo Scudela: il restauro raccontato al Museo Canonica

È iniziata questa mattina, al Museo Pietro Canonica di Villa Borghese, la giornata di studi…

2 ore ago

AfD vince in Sassonia-Anhalt: perché gli estremismi di destra riscuotono sempre più successo fra gli elettori?

La scorsa settimana il partito tedesco di estrema destra AfD (Alternative für Deutschland) ha vinto…

1 giorno ago

La fine del mondo è vicina, peccato che nessuno ce l’abbia detto!

La fine del mondo, tanto temuta da alcuni e altrettanto attesa da altri, potrebbe arrivare…

1 giorno ago

Ti rivuole quando ti perde, ma come ti tratta quando ritorni?

Quando trovi la forza di lasciare una relazione tossica, spesso accade qualcosa di destabilizzante: lui…

2 giorni ago

Tigre della Tasmania: l’uomo protegge gli animali solamente quando è ormai troppo tardi

La tigre della Tasmania, per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, aveva il…

2 giorni ago

Oroscopo Etico settimanale: le previsioni zodiacali dal 14 al 20 settembre 2026

Le giornate hanno già ripreso il loro ritmo e settembre non ha più l'aria di…

2 giorni ago