Per anni la domanda sui social network è stata sempre la stessa: quanto tempo ci passiamo sopra? Due ore al giorno? Quattro? Cinque? Quanto spesso prendiamo lo smartphone senza nemmeno rendercene conto? È una domanda legittima, ma forse non è più sufficiente perché probabilmente stiamo guardando il problema dal lato sbagliato. Due notizie arrivate a distanza di pochi giorni dagli Stati Uniti e dall’Australia suggeriscono infatti di spostare il fuoco del problema: non soltanto quanto tempo trascorriamo sui social, ma quanto controllo abbiamo sull’ambiente digitale nel quale quel tempo viene trascorso.
I social media hanno cambiato i comportamenti delle persone – Bong Joon-ho
Da una parte c’è l’accordo raggiunto da Meta con gli Stati americani dopo le accuse secondo cui Facebook e Instagram sarebbero stati progettati anche in modo da favorire meccanismi di dipendenza, soprattutto tra i più giovani. Dall’altra c’è la proposta del governo australiano di consentire agli utenti di scegliere se utilizzare un feed personalizzato dagli algoritmi oppure visualizzare soltanto i contenuti degli amici, dei creator e degli account che hanno deciso di seguire. Sembrano due questioni diverse. In realtà potrebbero essere due facce dello stesso problema, unite da una domanda molto precisa: quanto controllo abbiamo davvero sulla nostra esperienza sui social?
Il caso americano è interessante soprattutto perché mette in discussione una delle spiegazioni più diffuse sulla dipendenza digitale: se passi troppo tempo sui social, il problema sarebbe principalmente il tuo autocontrollo. Le accuse rivolte a Meta spostano invece l’attenzione sul prodotto. L’ipotesi contestata alla società è che alcune caratteristiche delle sue piattaforme siano state sviluppate anche tenendo conto della capacità di mantenere gli utenti coinvolti il più a lungo possibile. L’accordo raggiunto con gli Stati americani arriva dopo anni di contenzioso. Meta ha patteggiato e pagato, pur respingendo le accuse di illecito.
Al di là della multa e della battaglia legale, però, il punto è un altro. Se una piattaforma è progettata per catturare la nostra attenzione, dove finisce la responsabilità dell’utente e dove comincia quella di chi ha progettato la piattaforma? È una questione destinata a diventare sempre più importante, soprattutto quando si parla di adolescenti.
La proposta australiana parte proprio da qui. Non dice agli utenti semplicemente di usare meno i social. Cerca di dare loro una possibilità in più: scegliere come deve essere costruito il proprio feed. Il progetto “My Feed, My Way”, inserito nella più ampia Digital Duty of Care, prevede infatti la possibilità per gli utenti sopra i 16 anni di rinunciare ai contenuti selezionati attraverso sistemi di raccomandazione e visualizzare invece quelli provenienti dagli account che hanno scelto di seguire.
Detta così può sembrare una modifica tecnica. In realtà potrebbe avere conseguenze molto più ampie. Oggi, quando apriamo una piattaforma, il fatto di seguire cento persone non significa necessariamente che vedremo i loro contenuti. Il sistema decide quali mostrarci, quali mettere in cima, quali lasciare indietro e quali contenuti nuovi suggerirci. La proposta australiana introduce quindi un principio semplice ma tutt’altro che banale: l’algoritmo potrebbe diventare una scelta dell’utente, anziché una condizione inevitabile dell’esperienza.
È qui che il discorso diventa interessante anche per chi non considera affatto se stesso “dipendente” dai social.Immaginiamo di aprire Instagram e vedere un video di una persona che non conosciamo.Poi un altro.Poi un contenuto suggerito perché abbiamo guardato fino alla fine il precedente.Dopo dieci minuti, ci ritroviamo in un angolo della piattaforma che non avevamo mai cercato e che, probabilmente, non avremmo incontrato senza quelle “raccomandazioni”.Non c’è necessariamente nulla di sbagliato in questo meccanismo. Anzi, è una delle ragioni per cui i social possono essere divertenti e utili. Il problema, però, è capire quanto di questa esperienza sia una nostra scelta e quanto sia il risultato di una selezione che avviene dietro le quinte. E soprattutto quali siano gli obiettivi di quella selezione. Perché ciò che è interessante per noi e ciò che ci trattiene più a lungo sulla piattaforma non sono necessariamente la stessa cosa.
Qui sarebbe facile cadere nell’errore opposto: immaginare che basti eliminare gli algoritmi per risolvere tutto. Non è così. Un feed completamente non personalizzato potrebbe essere più difficile da utilizzare, meno interessante o persino più esposto a spam e contenuti pubblicati in massa. Anche l’ordine cronologico, spesso considerato l’alternativa più “neutrale”, non garantisce automaticamente un’esperienza migliore.
E poi c’è un paradosso. Gli algoritmi sono anche ciò che ci permette di scoprire persone, idee e contenuti che non avremmo mai cercato autonomamente. Il punto, quindi, non dovrebbe essere una guerra tra algoritmo sì e algoritmo no. La domanda più utile è un’altra: possiamo avere algoritmi che lavorano per noi senza dover necessariamente lavorare contro di noi? E, soprattutto, chi decide cosa merita la nostra attenzione?
Questa domanda porta il discorso fuori dal semplice tema della dipendenza. Un social network è, prima di tutto, una gigantesca macchina di selezione. Ogni giorno vengono pubblicati milioni di contenuti. È impossibile mostrarli tutti a tutti. Qualcuno, o qualcosa, deve decidere cosa mettere davanti ai nostri occhi. Per anni abbiamo considerato questa selezione quasi esclusivamente come una comodità. L’algoritmo ci conosce, ci suggerisce ciò che potrebbe piacerci e ci evita di perdere tempo.
Ma la stessa caratteristica può essere osservata da un’altra angolazione: se qualcun altro decide cosa vediamo, può anche influenzare ciò a cui prestiamo attenzione. Non significa che un algoritmo controlli automaticamente le nostre opinioni o determini ciò che pensiamo. Sarebbe una semplificazione. Significa però che la nostra dieta informativa quotidiana non nasce più soltanto dalle persone che scegliamo di seguire. Nasce anche da un sistema che ordina il mondo digitale davanti a noi.
Ed è probabilmente questo il punto più interessante delle due notizie. Il caso Meta porta al centro il design delle piattaforme: se alcune dinamiche di prodotto possono contribuire a comportamenti problematici, non possiamo continuare a considerare l’utente l’unico responsabile. La proposta australiana porta invece al centro la possibilità di scelta: se voglio un feed personalizzato posso averlo, ma se preferisco vedere soltanto ciò che ho scelto di seguire, dovrei poterlo fare.
Sono due approcci differenti che finiscono per incontrarsi sullo stesso terreno. Non si tratta di demonizzare Instagram, Facebook o gli algoritmi. Si tratta di capire se, in un ambiente digitale costruito intorno all’attenzione, l’utente abbia ancora la possibilità concreta di decidere come vuole essere coinvolto. Allora, alla fine, forse, il tempo resta una misura importante.
Sapere quante ore trascorriamo davanti a uno schermo può aiutarci a capire le nostre abitudini. Ma non racconta tutto. Due persone possono trascorrere un’ora sui social e avere esperienze completamente diverse. Una può vedere quasi esclusivamente contenuti scelti consapevolmente. L’altra può passare da una raccomandazione all’altra senza aver mai deciso davvero cosa cercare.
Ecco perché le due notizie di questi giorni meritano attenzione: forse il prossimo grande dibattito sui social dovrebbe riguardare il diritto di scegliere che tipo di esperienza vogliamo avere quando entriamo. Perché un conto è scegliere di passare tre ore su Instagram. Un altro è passare tre ore dentro un’esperienza che qualcun altro ha scelto, pezzo dopo pezzo, per noi.
Stop ai social per chi ha meno di 16 anni: sicurezza o cecità digitale? – L’Opinione
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