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Papa Leone, peccato contro l’ambiente? Se distruggiamo il Creato, abbiamo dimenticato di farne parte

C’è qualcosa di profondamente significativo nel fatto che, proprio mentre continuiamo a parlare di crisi climatica, dissesto ambientale e perdita degli ecosistemi come fossero questioni prevalentemente tecniche o politiche, il Vaticano scelga di riportarle anche dentro il linguaggio della fede. Il nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale, pubblicato con l’autorizzazione di Papa Leone XIV, propone infatti di parlare di «peccato contro il creato e contro il Creatore», superando la più generica espressione di «peccato ecologico».

Naturalmente, al contrario di quel che in molti hanno pensato, non si tratta, almeno per ora, della nascita di un nuovo peccato da aggiungere ad un elenco, né significa che ogni comportamento quotidiano dannoso per l’ambiente diventi automaticamente materia da confessionale: è piuttosto il tentativo di attribuire alla devastazione della casa comune un peso morale, spirituale e persino teologico. Del resto, se distruggere ciò che ci circonda può essere considerato un’offesa anche nei confronti di chi lo ha creato, allora la questione non riguarda soltanto quanto inquiniamo, consumiamo o distruggiamo, ma anche (e soprattutto), l’idea stessa che abbiamo dell’essere umano.

Il problema, in fondo, potrebbe non essere soltanto che abbiamo trattato male il pianeta, ma che per troppo tempo abbiamo pensato di esserne separati. Come diceva Papa Francesco in Laudato si’:

Tutto è connesso

Il peccato come frattura e separazione dall’Uno

Credit: Lifeforstock/Magnific.com

Nella sua accezione più profonda e ontologica, il concetto di “peccato” esprime un’idea primaria di separazione, isolamento e alienazione. Considerare la distruzione dell’ambiente come una colpa grave nei confronti del creato e del Creatore significa riconoscere una frattura primordiale: l’illusione dell’uomo di potersi scindere dal resto del mondo naturale. Poiché la creazione costituisce un’unità organica e interconnessa — in cui ogni forma di vita partecipa del medesimo soffio e della medesima sostanza —, devastare l’ecosistema non è soltanto un atto sconsiderato, ma equivale a recidere il legame con la propria stessa natura profonda e con il principio unitario dell’essere.

Ci si potrebbe interrogare su dove risieda il consenso divino di fronte alla devastazione planetaria o all’istituzione formale di un nuovo peccato. La risposta risiede nella natura stessa della Creazione. Ebbene, non c’è, né c’è mai stato, alcun consenso divino verso la distruzione del pianeta. Dal punto di vista teologico, l’ingiustizia ambientale non diventa un’offesa soltanto nel momento in cui la Chiesa la codifica o la formalizza nel magistero. Il Creatore ha iscritto il rispetto, la cura e la custodia del creato nell’ordine stesso dell’universo fin prima dell’inizio dei secoli. La pronunciamento ecclesiale si limita a rendere esplicito e contingente ciò che era già ontologicamente ed eternamente stabilito.

L’intervento della Chiesa: svolta o fine epocale?

L’intervento della Chiesa giunge in un momento storico in cui il degrado della nostra casa ha raggiunto un punto di non ritorno e un livello di disastro inconfutabile. Di fronte a questo scenario si apre una duplice prospettiva. Innanzitutto, potrebbe trattarsi dell’inizio di una fine epocale, dal momento che il collasso degli equilibri naturali ed economici segna il tramonto irrimediabile di un modello antropocentrico e industriale basato sullo sfruttamento illimitato. Oppure, dell’inizio di una trasformazione, con la presa di coscienza spirituale, etica e istituzionale che può costituire l’innesco per una rigenerazione profonda del pensiero umano e del nostro modo di abitare il mondo.

Il passaggio decisivo per il futuro, a mio avviso, dell’umanità risiede nel superamento radicale del dualismo tra l’essere umano e l’ambiente che lo circonda. L’uomo deve finalmente iniziare a comprendere e interiorizzare il senso di profonda unità tra l’«io» e il «tutto». D’altronde, l’essere umano non può più considerarsi un dominatore esterno o uno spettatore distaccato, bensì parte integrante di un’unica realtà universale. La comprensione di questa interdipendenza non rappresenta unicamente una riflessione filosofica o teologica, ma la condizione indispensabile ed etica per garantire la continuità della vita e la riconciliazione tra l’uomo, il creato e il Creatore.

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Bartolomeo Di Giovanni

Bartolomeo Di Giovanni (detto Theo) è nato a Palermo il 2 Giugno 1975, ha conseguito la laurea in filosofia presso l’università di Palermo, docente di materie umanistiche. Ha collaborato con realtà poetiche dei paesi dell’Est, e del Messico, ha in attivo diverse pubblicazioni di silloge poetiche e saggi di filosofia psicopedagogica, le opere sono state tradotte in Spagnolo, Russo, Rumeno, Arabo. Scrive per alcune riviste articoli sulla cultura letteraria antica e contemporanea, esperto e studioso di Dante Alighieri e di Ebraico biblico. Nel 2013 fonda il movimento culturale “Una piuma per Alda Merini” per la salvaguardia del patrimonio poetico della poetessa dei navigli. Collabora con Wikipoesia per la estensione della nascente Repubblica dei Poeti, di cui è console e cavaliere con distintivo dell’ Ordine di Dante Alighieri. Ha ricevuto da parte della Ordine dei poeti della Bielorussia, e di altre realtà culturali l’appellativo di “Vate”. Nel 2024 gli viene conferito il premio : Cattedra della Pace, tenutosi ad Assisi, nello stesso anno diviene vicepresidente di WikiPace.

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