La tigre della Tasmania, per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, aveva il corpo allungato di un cane, la testa che poteva ricordare quella di una volpe, una coda rigida e una ventina di strisce scure che partivano dalla parte posteriore del dorso e scendevano verso i fianchi. Eppure non era un canide, né un felino. Al contrario, era un marsupiale carnivoro, più vicino per storia evolutiva ai canguri e ai diavoli della Tasmania che ad una qualsiasi altra tigre. Il suo nome scientifico era Thylacinus cynocephalus, mentre “tigre della Tasmania” è il nome con cui è divenuta conosciuta. Gli inglesi la chiamavano thylacine o Tasmanian tiger, e in italiano è conosciuta anche semplicemente come tilacino.
Oggi, purtroppo, non esiste più e questo, con ogni probabilità, perché l’uomo puntualmente decide di tutelare gli animali soltanto quando è troppo tardi, tant’è che appena 59 giorni dopo essere stata dichiarata “specie protetta” si estinse in maniera definitiva.
Il tilacino poteva raggiungere circa un metro di lunghezza, esclusa la coda, e arrivare a pesare una trentina di chili. Il maschio era generalmente più grande della femmina. Il corpo era relativamente slanciato, le zampe posteriori erano più robuste di quelle anteriori e la lunga coda, poco flessibile, contribuiva a dargli quell’aspetto a metà strada tra un cane e qualcosa di decisamente più insolito. Le strisce erano sicuramente il suo tratto più riconoscibile. Erano più numerose nella parte posteriore del corpo e diventavano progressivamente meno evidenti avvicinandosi alla testa. Non servivano, naturalmente, a trasformarlo in una “tigre” in senso zoologico, ma erano semplicemente una delle caratteristiche del suo mantello. Persino la bocca era particolare. Poteva spalancarla in maniera impressionante, arrivando ad un’ampiezza decisamente notevole, con mascelle potenti e denti adatti alla sua dieta carnivora.
Era soprattutto un predatore opportunista. Si nutriva di animali di dimensioni diverse, tra cui piccoli mammiferi e uccelli, ma poteva cacciare anche prede più grandi. Non era fatto per inseguimenti brevissimi e velocissimi come potrebbe suggerire il suo aspetto. Anzi, le ricostruzioni sul suo comportamento indicano piuttosto un animale capace di muoversi per lunghi tratti e di adattarsi alle caratteristiche del territorio. Inoltre, pare avesse abitudini prevalentemente notturne e crepuscolari, mentre giorno tendeva a riposare in ripari naturali.
E poi c’era il marsupio, al cui interno le femmine portavano i piccoli in una tasca ventrale. Diversamente dalla maggior parte dei marsupiali più comuni, però, aveva un’apertura orientata verso la parte posteriore del corpo. La gestazione era breve e i cuccioli completavano una parte importante dello sviluppo fuori dall’utero, all’interno del marsupio materno. Una volta cresciuti, i giovani tilacini diventavano animali piuttosto indipendenti e capaci di percorrere il territorio.
Un tempo era presente in una porzione molto più ampia dell’Australia, ma la popolazione continentale scomparve migliaia di anni fa. La specie sopravvisse in Tasmania, dove trovò il suo ultimo rifugio. Quando gli europei arrivarono sull’isola, quindi, era già una specie e la sua presenza era consolidata nell’ecosistema del posto. Fu proprio il rapporto con le attività umane a cambiare radicalmente il suo destino.
Nel corso dell’Ottocento la cosiddetta tigre della Tasmania cominciò ad essere considerata sempre più spesso un problema per gli allevatori. Gli venivano attribuiti attacchi alle pecore e ad altri animali domestici. La percezione del rischio, unita alla volontà di proteggere gli allevamenti, contribuì a trasformarla in un bersaglio. Il governo tasmaniano arrivò addirittura ad offrire ricompense per gli esemplari abbattuti.
Nel corso dei decenni, poi, alla persecuzione diretta si aggiunsero la perdita e la trasformazione degli habitat e altri cambiamenti introdotti dall’essere umano nell’ecosistema tasmaniano. Anche le popolazioni di altre specie con cui il tilacino condivideva l’ambiente cambiarono nel tempo. La sua presenza diventò progressivamente più rara, finché il 10 luglio 1936 venne finalmente dichiarato specie protetta. Un provvedimento necessario, certo, ma che forse avrebbe avuto più senso molti anni prima. Non a caso, cinquantanove giorni dopo, più precisamente il 7 settembre 1936, morì Benjamin, l’ultimo esemplare conosciuto, nello zoo di Beaumaris a Hobart, e la scorsa settimana ne è ricorso il novantesimo anniversario.
Non sappiamo con certezza se fosse davvero l’ultimo tilacino ancora vivo in assoluto. In seguito alla sua scomparsa, infatti, continuarono ad arrivare segnalazioni di presunti avvistamenti, ma nessuno di questi episodi produsse una prova considerata definitiva. Per questo Benjamin viene indicato come l’ultimo esemplare conosciuto e documentato. La specie venne classificata come estinta dall’IUCN nel 1982, mentre la Tasmania ne riconobbe ufficialmente l’estinzione soltanto il 7 settembre 1986, cinquant’anni esatti dopo la morte di Benjamin.
Quella di Benjamin è senza ombra di dubbio una storia che mostra quanto l’uomo, spesso e volentieri, non sia in grado (o peggio, non abbia il men che minimo interesse) di prendersi cura degli altri esseri viventi che lo circondano. Basti pensare che secondo la Lista Rossa dell’IUCN, nella versione 2025-2, sono oltre 47 mila le specie considerate minacciate di estinzione. Tra gli anfibi la percentuale delle specie valutate come minacciate arriva a circa il 37%, mentre tra i mammiferi si aggira intorno al 26%.
Ciò nonostante, questi numeri ci dicono ben poco se non riusciamo ad inquadrare l’ambiente in cui gli animali vivono. Non ci raccontano niente sul loro modo di vivere, il loro habitat, cosa mangiano, dove si riproducono e cosa succede quando quel territorio si riduce. E chissà, magari è esattamente questo l’aspetto che più difficilmente siamo capaci di cogliere. D’altronde la tutela non riguarda soltanto l’animale in sé, perché proteggerlo significa intervenire sul luogo in cui vive, vale a dire, conservare foreste, zone umide, coste, praterie, corsi d’acqua e altri habitat; ridurre la frammentazione degli ecosistemi; limitare il bracconaggio; controllare le specie invasive; ridurre alcune forme di inquinamento e creare condizioni nelle quali una popolazione possa tornare a crescere.
Aldo Leopold, uno dei maggiori esponenti storici del pensiero conservazionista americano, scrisse che:
La prima regola del tinkering intelligente è salvare tutti i pezzi
Chiaramente non andrebbe letta in una sua possibile accezione politica, ma è esemplificativa di come, avendo a che fare con sistemi complessi, perfino il più piccolo degli elementi ha la sua importanza.
Al momento la scienza sta valutando la possibilità di riportare in qualche modo indietro specie scomparse. Difatti, la cosiddetta “de-estinzione” utilizza tecniche di genetica e biologia molecolare per cercare di ricostruire caratteristiche di animali che non esistono più, tra cui il tilacino dal momento che esistono campioni biologici ben conservati e una quantità relativamente consistente di materiale storico.
Esiste, in effetti, un progetto concreto per tentare di riportarlo in vita, portato avanti da Colossal Biosciences insieme al gruppo di ricerca di Andrew Pask dell’Università di Melbourne. L’idea non è clonare l’esemplare estinto, ma ricostruirne il patrimonio genetico utilizzando il DNA del tilacino e confrontandolo con quello del dunnart dalla coda grassa, un marsupiale australiano vivente. Attraverso tecniche di ingegneria genetica, tra cui il gene editing, i ricercatori puntano a modificare cellule del dunnart per ottenere un animale geneticamente molto simile al tilacino, arrivando poi alla nascita di nuovi esemplari. Non sarebbe quindi una vera “resurrezione” di Benjamin, ma la ricostruzione di un animale molto vicino alla specie scomparsa. Secondo l’attuale tabella di marcia del progetto, il primo possibile esemplare potrebbe nascere entro 5-10 anni.
Tuttavia, qualora qualcuno riuscisse in quella che personalmente ritengo una missione impossibile, dove potrebbe vivere ora la tigre della Tasmania? Quale ambiente troverebbe oggi? Con quali altre specie dovrebbe confrontarsi? Il territorio della Tasmania è identico a quello di novant’anni fa? E soprattutto, quanto sarebbe davvero simile all’animale originario? Non era meglio darsi da fare per preservarla quando era ancora in vita? Dopotutto, abbiamo raggiunto un livello tecnologico tale da poterci permettere quasi il lusso, lo stesso paventato da Elon Musk, di creare un vero e proprio Jurassic Park, eppure non sappiamo neppure proteggere quei pochi animali che restano sulla Terra!
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