Cinghiale uccide cacciatore in pensione: rispettiamo gli animali e i loro habitat!

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Nelle scorse settimane Luigi Rotondo (74 anni), residente nella frazione di Sant’Angelo in Theodice, è rimasto vittima dell’aggressione di un cinghiale nei pressi dei boschi di Vallemaio. L’uomo è stato travolto dall’animale durante una battuta di caccia con degli amici, nel corso della quale credeva di aver abbattuto l’animale. Difatti, dopo aver esploso un primo colpo, si sarebbe voltato a ricaricare l’arma e il suo “bersaglio” ne avrebbe approfittato cogliendolo alle spalle e ferendolo alla gamba. Ciò gli ha causato seri danni all’arteria femorale, con copiose perdite di sangue sfociate in una terribile morte. In quel momento, era da solo e, nonostante l’allarme tempestivo degli amici, a nulla sono serviti i soccorsi.

Insomma, una tragica vicenda, dinanzi alla quale non si può non riflettere su quanto stia diventando liminale, oltre che disfunzionale, il confine tra uomo e fauna, su una mancata educazione al rispetto dell’ambiente e dei suoi abitanti, nonché alla convivenza con essi. Ma effettivamente a che punto siamo in Italia?

Il caso del “cinghiale” è sintomo di un problema più grande

Espansione urbana, uso del suolo, cambiamenti climatici e infrastrutture sono i principali fattori che compromettono gli habitat naturali. Come conseguenza gli animali sono costretti a spostarsi in cerca di risorse e col loro avvicinamento aumentano anche le probabilità di contatto con l’uomo.  In molte regioni, ad esempio, svariate specie selvatiche entrano in conflitto con comunità umane, soprattutto quando vengono meno gli spazi adeguati, il che porta a rischi tanto per gli animali quanto per le persone. La risposta a tale problematica è generalmente l’abbattimento di animali selvatici in nome della protezione delle comunità agricole o locali. Ma siamo sicuri che sia la più adeguata?

Rotondo è stato vittima, forse, non tanto del cinghiale in sé. Al contrario, è stato l’ennesima morte evitabile frutto di un pensiero antico e obsoleto, secondo cui l’animale continua ad essere visto come un oggetto o un bersaglio, anziché come essere vivente. Nel 2026 è vergognoso e imbarazzante che l’uccisione di una creatura per puro divertimento, o letteralmente “per sport”, sia un’abitudine o un hobby ampiamente accettato poiché, oltre a provocare sofferenze inutili, priva quella vita della sua dignità.

Se in passato la caccia era spesso una necessità di sopravvivenza, oggi, nella maggior parte dei Paesi sviluppati ovviamente, non è più indispensabile per nutrirsi e questo estingue qualsiasi interrogativo morale sul suo senso.

La caccia è sempre una forma di guerra ― Johann Wolfgang von Goethe

Non è più ammissibile

Casi come quello in questione fanno pensare che il rapporto con la nostra fauna in Italia sia decisamente conflittuale e che non venga attenzionato come dovrebbe. Stando ai dati, infatti, la caccia al cinghiale amplifica rischi da cariche di esemplari feriti, come di fatto è avvenuto, incidenti stradali causati da ungulati in aumento dell’81% con una media di una collisione ogni 41 ore. Senza contare che le mandrie di esemplari in espansione rendono l’attività ancor più pericolosa. Possiamo permettere che avvengano ancora queste tragedie in nome di una cultura dell’attività venatoria così inconcludente?

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Classe 2007, è la più giovane voce qui su L’Opinione. È una studentessa di liceo linguistico con una devozione sfrenata per la letteratura, il cinema, lo spettacolo, la musica e i viaggi che da sempre la accompagna. Nerd incurabile, la rapisce tutto ciò che fa parte del mondo geek e della cultura pop. Il suo tallone d’Achille è la matematica, disciplina che le è assolutamente indigesta. Ama tanto la compagnia degli altri quanto quella di se stessa, e intende proseguire gli studi per poter un giorno di intraprendere una carriera nell’editoria e nel giornalismo.

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