Il peccato è una cosa che si scrive sul volto dell’anima. Non vi è specchio che possa cancellarlo, se non quello della coscienza – Oscar Wilde ne “Il ritratto di Dorian Gray”
Vieni a cena con me? Ti faccio una foto? Ti posso riempire di regali? Beviamo una cosa insieme? Tu sei maggiorenne? Devo inviarti un messaggio? Ti chiamo? Ti aspetto sotto casa? A te piacerebbe lavorare qui? Vuoi un bacio? Vuoi passare la notte con me?
Ti va?
Ora rileggi tutte queste domande senza il punto interrogativo.
Quando si parla di molestie, l’immaginario collettivo tende spesso a rivolgersi immediatamente alle donne. Ed è comprensibile: per decenni le battaglie sociali e culturali hanno denunciato soprusi, discriminazioni e abusi subiti dalle donne in contesti lavorativi, familiari e pubblici. Ma oggi la realtà ci chiede di allargare lo sguardo: la molestia non conosce confini di genere.
Un ragazzo adolescente può diventare vittima di pressioni psicologiche, di bullismo a sfondo sessuale o di commenti offensivi sul corpo e sull’identità. Un uomo adulto può subire ricatti emotivi, avances indesiderate o vere e proprie molestie fisiche, spesso accompagnate da un silenzio imposto dal pregiudizio sociale secondo cui “un uomo deve saper difendersi da sè”. Allo stesso modo, le nuove forme di comunicazione online hanno reso più sottile e più pervasiva l’esperienza della molestia: messaggi indesiderati, foto non richieste, attacchi continui sui social, che colpiscono chiunque indipendentemente dall’età, dal sesso o dal ruolo sociale.
Parlare oggi di molestie significa quindi parlare di un fenomeno trasversale, che non riguarda solo la tutela delle donne – seppur fondamentale – ma anche la necessità di riconoscere e dare voce a chi, uomo o ragazzo, fatica a denunciare per paura di non essere creduto, o peggio, di essere ridicolizzato.
La parola molestia deriva dal latino molestia, a sua volta da molestus, che significa “fastidioso, gravoso, difficile da sopportare”. Già nell’antica radice linguistica si coglie l’idea di un peso imposto all’altro, di un’intrusione che genera disagio e sofferenza. Non è dunque un semplice fastidio passeggero, ma un’azione che limita la libertà, invade lo spazio personale e mina la dignità di chi la subisce.
Non vi è mostruosità più grande di un’anima che ha rinunciato a riconoscere l’umano nell’altro uomo – Primo Levi ne “I sommersi e i salvati”
Nel tempo, il termine ha assunto un significato sempre più specifico e articolato. Oggi possiamo distinguere diverse tipologie di molestie, che si intrecciano tra loro ma che vale la pena mettere a fuoco:
Queste forme hanno un tratto comune: non sono mai semplici interazioni maldestre, ma azioni che ledono il rispetto della persona. La molestia è sempre un abuso di posizione o di potere, talvolta sottile, altre volte evidente, che costringe chi la subisce a portarne il peso psicologico e sociale.
Ora che sappiamo nominare una molestia, altrettanto importante è riconoscere il profilo comportamentale di un possibile molestatore, per potersi -come direbbero le mie amiche psicologhe- “schermare”, proteggersi dai suoi attacchi. Quando si parla di molestie, soprattutto sessuali o psicologiche, si pensa quasi automaticamente a donne vittime e uomini aggressori. Ma la realtà è più complessa. Anche i ragazzi e gli uomini possono subire molestie, spesso in silenzio, invisibili agli occhi della società.
I molestatori non appartengono a un solo genere o a una sola categoria sociale. Possono essere donne, uomini o gruppi di coetanei. In generale, ciò che accomuna chi molesta è il bisogno di esercitare un potere sull’altro: sentirsi in controllo, dominare, ridicolizzare o sfruttare la vulnerabilità della vittima. A volte la molestia nasce da dinamiche di disparità professionale (un superiore che avanza richieste inopportune a un giovane dipendente), altre volte da relazioni di gruppo, come nei contesti scolastici o sportivi, dove i più deboli vengono presi di mira.
Un ragazzo o un uomo vittima di molestie tende a rimanere in ombra per vari motivi culturali. La società impone ancora un modello di mascolinità che esige forza, resistenza e invulnerabilità. Ammettere di essere stati molestati significa, per molti uomini, temere il giudizio di “non essere abbastanza forti” o di essere messi in discussione nella propria identità virile. Per questo spesso non denunciano.
Se per le donne denunciare una molestia è difficile, per gli uomini lo è spesso il doppio. Le statistiche raccontano che la percentuale di segnalazioni ufficiali da parte di vittime maschili è minima rispetto alla realtà del fenomeno. Non perché le molestie siano rare, ma perché chi le subisce teme di non essere creduto, di essere ridicolizzato o addirittura di sentirsi dire: “Ma dov’è il problema, sei un uomo!”.
La normativa italiana offre una protezione giuridica alle vittime di molestie, indipendentemente dal loro genere. Tuttavia, è fondamentale che le vittime, inclusi gli uomini, siano consapevoli dei loro diritti e delle risorse disponibili per denunciare e ottenere supporto. La sensibilizzazione e l’educazione sono strumenti chiave per prevenire e contrastare efficacemente le molestie in tutte le loro forme.
L’articolo 660 del Codice Penale italiano punisce chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, o tramite telefono, per petulanza o altro motivo biasimevole, reca molestia o disturbo a taluno. La pena prevista è l’arresto fino a sei mesi o l’ammenda fino a 516 euro. Questo reato è procedibile a querela della persona offesa.
L’articolo 609-bis del Codice Penale punisce chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali. La pena prevista è la reclusione da sei a dodici anni.
L’articolo 609-ter.1, introdotto dal Disegno di Legge n. 89, punisce chiunque, con minacce, atti o comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, in forma verbale o gestuale, reca a taluno molestie o disturbo violando la dignità della persona. La pena prevista è la reclusione da due a quattro anni. Se il fatto è commesso nell’ambito di un rapporto di lavoro, la pena è aumentata della metà.
In Italia, secondo un’indagine ISTAT, circa il 6,4% degli uomini tra i 14 e i 65 anni ha subito molestie sessuali sul luogo di lavoro negli ultimi tre anni. Le forme più comuni includono molestie verbali (8,2%) e contatti fisici indesiderati (3,6%).
Il termine “casting couch” si riferisce alla pratica di richiedere favori sessuali in cambio di opportunità professionali nel settore dell’intrattenimento. Sebbene spesso associata alle donne, anche gli uomini sono stati vittime di questa pratica.
Esempi noti:
Molti uomini vittime di molestie nel settore dell’intrattenimento temono ripercussioni sulla loro carriera e scelgono di rimanere in silenzio, come già evidenziato. Tuttavia, iniziative come il movimento #MeToo hanno incoraggiato anche gli uomini a denunciare tali abusi, evidenziando la necessità di un cambiamento culturale che promuova il rispetto e l’uguaglianza di genere in tutti gli ambienti di lavoro.
Una delle caratteristiche comuni a chi molesta — che si tratti di molestie verbali, psicologiche o fisiche — è l’incapacità di gestire un rifiuto. La risposta a un “no” viene spesso vissuta come una minaccia all’autorità, al controllo o all’autostima del molestatore, scatenando comportamenti aggressivi, insistenti o manipolatori.
Il rifiuto, per chi molesta, può scatenare una gamma di comportamenti aggressivi e manipolativi. Conoscere le dinamiche psicologiche dietro queste reazioni e applicare strategie di confine, documentazione e supporto consente di ridurre il rischio e tutelare la propria sicurezza e dignità.
L’amore è opaco come i vetri delle finestre dei cessi – Elena Ferrante ne “La vita bugiarda degli adulti”
Questa frase pur nella sua durezza, evidenzia come l’amore autentico sia trasparente, chiaro e mai confuso o violento.
Nei versi di Dante, l’amore non è possesso, ma guida verso la conoscenza di sé e dell’altro. Nei sonetti di Petrarca, ogni carezza, ogni parola è misura, ascolto, rispetto. Shakespeare ci racconta di amori travolgenti ma fondati su empatia e scambio, mentre Goethe nei Dolori del giovane Werther mostra quanto la passione possa essere autentica solo se accompagnata dalla dignità dell’altro.
Oggi, osservando chi molesta, ci accorgiamo di quanto questi ideali siano lontani: la molestia non è sentimento, non è passione, non è desiderio condiviso. È egoismo puro, incapacità di ascolto, prevaricazione, è atto violento. È un gesto che calpesta la libertà e la dignità, che trasforma il rapporto umano in terreno di dominio.
Leggere i classici ci ricorda che l’amore vero richiede rispetto, attenzione, pazienza. Che il sentimento non è sparito, ma resta vivo nei libri, nei poemi, nelle parole che ci insegnano a distinguere il vero affetto dall’abuso.
Molestare, in ogni sua forma, e verso uomo o donna che sia, è il contrario di tutto questo: è un eco distorto di ciò che l’umanità più alta ha sempre celebrato.
Amore.
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