Oltre Il Tempo: Storie di Grandi Vite

Alan Turing, il genio (gay) che la sua stessa società ha aiutato a distruggere

Diciamolo senza giri di parole: Alan Turing (1912-1954) – il genio che ha sconfitto gli ingegneri nazisti – è la prova che una società fondata sullo status, sui codici di ceto e sulla rispettabilità di facciata, è in grado di usare il tuo genio finché gli serve, ed è pronta a sbarazzarsene non appena si vanno ad intaccare le comfort zone della classe dominante, quindi, dopo aver usato la persona per quel che serviva, buttarla nella pattumiera. Perché?

La vita di Turing non è “solo” la storia di un grande scienziato. È la storia di un uomo perseguitato perché non rientrava nel modello di “gentleman”. È un caso esemplare di come un sistema classista e ipocrita, come lo era l’Inghilterra imperiale, sia riuscito a trasformare un fedele suddito che denunciava un furto, in un imputato da rieducare, colpevole non di ciò che aveva fatto, ma di ciò che era.

Quando l’Impero chiama, Alan Turing risponde!

Alan nasce nel 1912 in un mondo perfettamente ordinato, almeno in superficie. Scuole giuste, accento giusto, regole di comportamento non scritte ma rigidissime. Lui stona da subito: il ragazzo strambo che arriva a scuola in bicicletta durante lo sciopero dei mezzi, che disegna formule invece di darsi al cricket. È bravo (troppo bravo), ma fuori schema.

A Cambridge, negli anni Trenta, Turing non è “solo” un bravo studente: cambia le regole del gioco. Con l’idea di una macchina universale mette le basi della computazione moderna. Mentre l’Europa scivola verso fascismi e nazismi, lui scrive articoli scientifici che, decenni dopo, saranno letti come il certificato di nascita del computer.

Ad un certo punto lo Stato, quello con la S maiuscola, si presenta così:

Abbiamo bisogno del tuo cervello. Vieni a Bletchley Park. Farai qualcosa che nessun altro può fare

Turing accetta. Non per patriottismo retorico, ma perché ha un’idea semplice: se la sua mente può servire a evitare morti inutili, è giusto usarla. Nasce così il patto implicito: tu dai tutto, noi ti proteggiamo. Tu salvi noi, noi stiamo dalla tua parte.

Un eroe invisibile

Women Workers in one of Bletchley Park’s Huts/photo courtesy of Bletchley Park/Credits: nationalww2museum.org

Bletchley Park è un paradosso vivente: il luogo in cui si decide il destino della Seconda guerra mondiale… di cui nessuno deve sapere l’esistenza. Turing passa giornate a litigare con cifrari, rotori, combinazioni impossibili. Progetta macchine che passano in rassegna milioni di configurazioni, fino a trovare le chiavi dei messaggi cifrati della Germania nazista.

Ogni volta che la macchina si ferma sul settaggio giusto, da qualche parte nel mondo si sposta una nave, si devia un convoglio, si evita un massacro. Non è teoria. Sono vite umane salvate. Eppure, alla fine della guerra, niente statue, niente piazze, niente libri. Una medaglietta discreta, consegnata quasi di nascosto, e il solito “non parlare con nessuno di ciò che hai fatto”.

La società di classe funziona così: il tuo nome può essere leggenda al club, o può sparire nei dossier segreti. Turing finisce nella seconda categoria. E un eroe non riconosciuto, è già mezzo tradito.

Dopo la guerra le cose cambiano

Finito il frastuono delle bombe, arriva la pace, quella con la ‘p’ minuscola: stipendi, uffici, università, convegni. Alan continua ad aprire strade: computer elettronici, algoritmi, l’idea – folle per l’epoca – che una macchina possa simulare il pensiero. Il futuro dell’Intelligenza Artificiale è tutto lì, nascosto tra le sue righe.

C’è solo un dettaglio, piccolo per la vita reale, enorme per la morale dell’epoca: Alan Turing è gay. Non è un esibizionista, non fa politica, ma non si nasconde in modo ossessivo. Nel suo ambiente in molti lo sanno. Nella Gran Bretagna degli anni ’50, però, questo basta a trasformarlo in un criminale: non un semplice reo, ma un colpevole di “crimine morale”, sorvegliato e perseguito da un apparato di controllo dei costumi che, per logica e funzione, ricorda da vicino l’odierna polizia morale dell’Iran (in calce all’articolo si trova una tabella che prende in esame gli esempi più eclatanti di polizie morali contemporanee).

La famosa legge dell’Ottocento sulla “gross indecency” è ancora lì, pronta a trasformare in delinquente qualunque uomo ami un altro uomo.

È qui che la società fondata sullo status inizia a scaldarsi le mani: un genio sì, ma non “presentabile”. Un patriota sì, ma non da mettere in vetrina. Uno da tenere d’occhio.

23 gennaio 1952 e l’errore fatale: fidarsi del sistema

Ed eccoci alla scena chiave, quella che segna il punto di non ritorno. Gennaio 1952, casa di Alan Turing a Wilmslow. C’è Arnold Murray, un ragazzo di 19 anni con cui Alan ha una relazione. È un frammento di normalità: caffè, chiacchiere, affetto. Poi entra in scena il caos: la casa viene svaligiata. Un furto. Un reato. Di quelli banali, da cronaca locale.

Turing reagisce come qualunque cittadino perbene (suddito perbene): va in commissariato e denuncia.
Si presenta da matematico rispettabile, professore, ex uomo dei servizi (anche se nessuno può dirlo apertamente). Porta i fatti, non le sceneggiate. Spiega che Arnold conosce il possibile ladro. Qui, in teoria, dovrebbe partire il film classico: polizia che indaga, colpevole che viene rintracciato, fine della storia. Ma non succede.

La polizia è più interessata alla relazione tra Alan Turing e Arnold che agli oggetti spariti. Qualche domanda di troppo, qualche sguardo allusivo, la curiosità morbosa di chi fiuta lo “scandalo”. Turing, coerente con se stesso, non finge. Non vede perché dovrebbe:

“Sì, abbiamo una relazione. Non ho niente da nascondere.”

È esattamente lì che il patto si rompe. Non è più lo Stato alleato che protegge un cittadino danneggiato. È il sistema che ha trovato il pretesto perfetto per rimettere “al suo posto” un uomo che non rientra nel modello dominante. Il furto scivola sullo sfondo. In primo piano entra l’omosessualità di Turing.

Quando il sistema usa il tuo corpo di Alan Turing come messaggio

Da quel momento tutto si muove veloce: accuse di “gross indecency”, udienze, avvocati che consigliano di dichiararsi colpevole per limitare i danni. È un classico processo “esemplare”: colpire un singolo per mandare un segnale a tutti. La logica è brutale: se può essere inchiodato uno come Turing, con titoli, contributi alla Vittoria, reputazione accademica, figuriamoci gli altri.

La sentenza contro Alan è un gioiello di ipocrisia giuridica: niente prigione (troppo scandalosa per uno “della sua posizione”), ma “trattamento” ormonale per un anno. Castrazione chimica. Somministrata in nome della scienza, della medicina e del “tuo bene”.

Gli estrogeni lo trasformano lentamente: la libido si spegne, il corpo cambia, compaiono tratti femminili, nel frattempo, lo Stato gli toglie il nulla-osta di sicurezza. L’uomo che ha protetto i segreti del Paese diventa “persona a rischio”. Non perché sia davvero cambiato, ma perché il sistema ha deciso che la sua identità è incompatibile con il ruolo.

È qui che il marciume emerge con chiarezza: la stessa società elegante, piena di buone maniere, ha appena deciso di sacrificare uno dei suoi migliori cervelli per difendere la facciata di una moralità di classe.

La Gross indecency

La “famosa legge” non è un’astrazione: è la sezione 11 del Criminal Law Amendment Act del 1885, l’emendamento Labouchere, che introduce il reato di gross indecency tra maschi. È una norma figlia della morale vittoriana, pensata per colmare ogni “vuoto” del codice: non serve la sodomia né la violenza, basta qualunque atto intimo tra uomini, anche consensuale e in privato, per finire davanti a un giudice. È la stessa disposizione usata per condannare Oscar Wilde e, decenni dopo, migliaia di altri cittadini insospettabili.

Negli anni Cinquanta quella legge è ancora al suo posto, intatta. In un’Inghilterra che si presenta come faro di civiltà giuridica, la gross indecency trasforma in delinquenti uomini colpevoli solo di amare altri uomini. Tecnicamente il testo riguarda i maschi, ma l’amore tra donne non è per questo libero: viene reso invisibile, negato, ridotto a patologia o a scandalo da soffocare in famiglia e nei manicomi. In questo modo lo Stato si arroga, di fatto, il potere di definire quali forme di affetto siano lecite e quali debbano essere espulse nel territorio del crimine o della malattia – una funzione di “polizia morale” ante litteram, esercitata non con pattuglie nelle strade, ma con il codice penale e la vergogna sociale.

Un’alleanza segreta tra codice penale e psichiatria

Una legge per fabbricare delinquenti

La famosa legge ottocentesca sulla gross indecency non nasce per colmare un vuoto tecnico del diritto, ma per creare un nuovo tipo di delinquente. Non c’è bisogno di violenza, non c’è bisogno di scandalo pubblico: basta il fatto che un uomo ami un altro uomo (e, per estensione, che una donna ami un’altra donna) perché lo Stato lo possa trasformare in “caso giudiziario”. La norma non descrive un danno, descrive un nemico morale.

Giuridicamente è un capolavoro di ambiguità: l’espressione gross indecency è abbastanza vaga da includere tutto ciò che non rientra nell’idea eteronormativa di sessualità, e abbastanza solenne da suonare come un sacrilegio contro l’ordine sociale. La legge non si limita a punire comportamenti: delimita il confine simbolico di ciò che è umano “accettabile” e ciò che deve essere espulso.

La legge ha bisogno di un camice: entra in scena la psichiatria

Negli anni ’50-’60 il Maudsley di Londra (Photo credits: britishlistedbuildings.co.uk) è stato uno dei centri britannici in cui vennero sperimentate e praticate “terapie aversive” e altri trattamenti psichiatrici per “curare” l’omosessualità, all’epoca classificata come malattia mentale.

Altri nomi che spesso compaiono nel quadro più ampio della psichiatria britannica che patologizzava l’omosessualità (anche in contesto carcerario o medico-legale) sono:

  • The Tavistock Clinic
  • Broadmoor Hospital

Ma una legge così scopertamente moraleggiante rischia di apparire, prima o poi, per ciò che è: un atto di potere travestito da ordine pubblico. Qui entra in scena la psichiatria. Il diritto penale, da solo, può incarcerare; la psichiatria può “spiegare”, “curare” (in realtà non ha mai curato alcuno), “giustificare”. È il perfetto alleato: fornisce parole altisonanti, teorie apparentemente neutre, un lessico tecnico che trasforma il peccato (quindi reato) in patologia.

In questo passaggio avviene lo slittamento decisivo: l’omosessualità non è più solo ciò che la legge chiama “indecenza grave”, diventa un sintomo, una degenerazione patologica, una “inversione” da classificare, studiare, trattare. Il codice penale stabilisce che c’è un colpevole; la psichiatria si incarica di dimostrare che c’è anche un “malato”. La combinazione è letale: tra i due discorsi non si apre un conflitto, ma un circuito di reciproca legittimazione.

Come si costruisce un “malato” a partire da un reato?

La sequenza è più semplice di quanto sembri. Primo passo: si definisce un comportamento come reato, non perché produca un danno oggettivo, ma perché viola una norma morale condivisa dalle élite del tempo. Secondo passo: ci si accorge che il reo, spesso, non si percepisce come colpevole; vive il proprio desiderio come parte di sé. Terzo passo: serve una spiegazione che rassicuri la maggioranza. Ed ecco l’idea “geniale”: se qualcuno insiste a vivere qualcosa che la legge condanna, dev’esserci per forza un difetto nella sua mente.

Questa è l’architettura psichiatrica applicata all’omosessualità: partire da un reato per giustificare la diagnosi, poi usare la diagnosi per rafforzare il reato. Un circolo vizioso in cui il sapere medico non corregge l’ingiustizia giuridica, ma la consolida. La clinica psichiatrica diventa il prolungamento del tribunale: ciò che non si riesce più a punire solo come “delitto”, lo si punisce anche come “malattia”.

I “geni del male”: architetti in camice bianco

Dietro questa costruzione non ci sono solo burocrati distratti, ma una generazione di psichiatri che si sono candidati, con entusiasmo, al ruolo di ingegneri sociali.

Veri e propri “geni del male” nel senso più preciso del termine: persone apparentemente brillanti, dotate di strumenti concettuali sofisticati, che mettono il proprio talento al servizio di un progetto di normalizzazione violenta.

Li abbiamo visti del resto all’opera nella Germania nazista – accanto la copertina del libro del 2021 di Meotti.

Inventano classificazioni, scale, tipologie. Disegnano alberi genealogici della “perversione”, tracciano linee di confine tra desiderio “maturo” e desiderio “infantile”, tra affetto “sano” e affetto “degenerato”. Ogni nuova categoria diagnostica è un tassello in più di un grande dispositivo: quello che consente allo Stato di dire non solo cosa è legale, ma cosa è “normale”. L’omosessuale non è più solo colpevole di un atto: è portatore di una identità difettosa.

Il laboratorio delle vite rovinate: quando “la cura” in realtà è solo punizione

Una volta stabilito che l’omosessualità è una malattia, il passo successivo è “curarla”. Il laboratorio psichiatrico diventa allora il luogo in cui si sperimentano terapie che, a ben guardare, hanno un solo obiettivo: spezzare il soggetto. Terapie avversative, trattamenti ormonali, internamenti, sedute di “rieducazione” in cui il paziente viene sottoposto a un sistematico bombardamento di vergogna.

La legge offre il corpo del condannato; la psichiatria si occupa di marchiarlo in profondità, trasformando la pena in trauma duraturo. Il messaggio è chiaro: non basta obbedire alle norme esteriormente, bisogna interiorizzare il giudizio, imparare a odiarsi al punto da sentirsi grati se qualcuno ti promette di “guarirti”. In questo senso, la psichiatria funziona come una polizia morale a livello dell’anima: là dove il poliziotto non può arrivare, arriva il terapeuta.

Dal tribunale al manuale: la lunga coda della pseudoscienza

Anche quando il vento storico comincia a cambiare e le leggi più brutali vengono mitigate o abolite, la macchina psichiatrica non si ferma di colpo. Le categorie restano nei manuali, nelle università, nei protocolli. Intere generazioni di medici imparano che certi orientamenti, certe identità, sono “deviazioni” da correggere. Ci vogliono decenni perché le principali organizzazioni psichiatriche – pur non provando alcun rimorso o vergogna – ammettano l’ovvio: che non c’era nessuna scienza solida alla base di quelle diagnosi, ma solo la cristallizzazione, in veste clinica, di pregiudizi culturali.

Qui la critica non è contro la scienza in quanto tale, ma contro una pseudoscienza che ha tradito il metodo: invece di partire dai dati e dai vissuti delle persone, è partita dalle richieste del potere e della morale dominante. La psichiatria, in questo capitolo della sua storia, non è stata un sapere che libera; è stata un linguaggio sofisticato che ha reso più elegante l’oppressione.

Perché questa storia non è solo passato

Raccontare questo intreccio tra gross indecency e psichiatria non significa limitarsi a un capitolo di archeologia giuridica. Significa riconoscere un modello: ogni volta che uno Stato vuole colpire una minoranza senza confessare apertamente di farlo per ragioni morali o ideologiche, cerca un camice bianco disposto a tradurre il pregiudizio in diagnosi. È successo con le persone LGBT+, ma può accadere – e accade – con altre forme di dissenso, di non conformità.

Smascherare quel passato significa togliere l’aura di neutralità a una pseudoscienza che ha svolto il ruolo di genio del male: non il mostro che agisce nell’ombra, ma il tecnico brillante che, a partire da una legge ingiusta, progetta un intero apparato di controllo dei corpi e delle coscienze. Se vogliamo davvero parlare di “progresso”, dobbiamo avere il coraggio di chiamare per nome quella responsabilità storica, invece di nasconderla sotto la comoda formula degli “errori del passato”.

Per chi volesse approfondire, recentemente è stato prodotto un documentario sulla correlazione tra psichiatria e crimini violenti negli Stati Uniti “I letali effetti collaterali della psichiatria” (disponibile qui).

La tragedia

Dall’esterno, la biografia di Alan Turing procede: lui continua a lavorare, pubblica sulla morfogenesi, frequenta l’università di Manchester, scherza ancora con gli amici.

Ma sotto la superficie la tragedia è in corso:

  • il suo corpo non è più suo;
  • la sua carriera è limitata;
  • la sua reputazione è macchiata.

Nel giugno 1954 viene trovato morto, avvelenato dal cianuro. Una mela morsicata vicino al letto, abbastanza sinistra da diventare simbolo. Alla fine, anche la sua morte viene gestita con la solita miscela di pudore e distanza: suicidio, caso chiuso.

E il Paese? Il Paese va avanti come se niente fosse. La democrazia britannica continua a raccontarsi come faro di civiltà. Le leggi omofobe restano in vigore. La storia ufficiale della guerra celebra generali e politici. Turing resta nei sussurri.

Le scuse “reali”

Passano decenni. Cambiano i costumi, cambiano le leggi, cambia la percezione dell’omosessualità. Quello che prima era “vizioso” diventa, lentamente, solo umano. A questo punto il sistema fa ciò che sa fare meglio: si ripulisce l’immagine.

Arrivano le scuse ufficiali, il perdono reale, la legge che annulla le vecchie condanne. Il volto di Turing compare sui libri, sulle banconote, nei film.

Il punto, qui e ora

Raccontare la storia di Alan Turing forse è un modo per vedere in faccia una dinamica scomoda:

  1. Il sistema ti seduce con un patto
    “Se sei bravo, se servi, se produci, verrai protetto.”
  2. Ti usa finché gli sei utile
    La tua diversità viene tollerata finché resta invisibile o controllabile.
  3. Appena non rientri più nel ruolo, scatta la punizione
    Non per ciò che fai, ma per ciò che sei.
  4. Molti anni dopo, quando non rischia più niente, il sistema ti celebra
    Ti trasforma in simbolo della sua stessa presunta capacità di fare autocritica.

A chi stiamo facendo oggi quello che abbiamo fatto ieri a lui – con la stessa calma, la stessa burocrazia, lo stesso linguaggio pulito?

Finché non avremo il coraggio di rispondere, la storia di Alan Turing resterà solo il racconto di una vita spezzata, e non la sveglia che ci serve per non diventare, ancora una volta, la società rispettabile che distrugge, umilia, non comprende.

Le Polizie morali nel mondo contemporaneo

StatoBandieraDescrizione della “Polizia morale”
Iran🇮🇷Gasht-e Ershad, pattuglie di polizia morale che controllano velo obbligatorio, comportamento pubblico e “modestia” soprattutto delle donne; più volte annunciate come riformate ma di fatto ancora operative.
Afghanistan (regime talebano)🇦🇫Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio: impone abbigliamento, barba, partecipazione alla preghiera, presenza delle donne nello spazio pubblico, musica e spettacolo, con arresti e punizioni per le violazioni “morali”.
Arabia Saudita🇸🇦Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (mutaween), storica polizia religiosa che vigilava su segregazione di genere, preghiera e abbigliamento; poteri formali ridotti ma funzione di sorveglianza morale ancora presente.
Nigeria (Stati del Nord)🇳🇬Corpo di Hisbah, polizia islamica locale che interviene su consumo di alcol, feste ritenute “non islamiche”, abbigliamento e relazioni considerate improprie, spesso in coordinamento con la polizia ordinaria.
Indonesia – Provincia di Aceh🇮🇩Wilayatul Hisbah, polizia della shari’a provinciale che controlla abbigliamento, relazioni uomo-donna, alcol e osservanza del Ramadan, con poteri di fermo e sanzione, incluse pene corporali.
Malesia (diversi Stati)🇲🇾Unità di enforcement dei dipartimenti religiosi islamici (JAWI, JAINJ, ecc.), che effettuano raid in hotel e abitazioni perseguendo il reato di khalwat (prossimità sospetta) e altre violazioni della morale islamica.
Sudan (fino al 2019)🇸🇩Public Order Police, corpo incaricato di far rispettare leggi sull’“ordine pubblico” – abbigliamento femminile, alcol, condotta in spazi pubblici – poi formalmente sciolto e sostituito dopo la caduta di al-Bashir.
Credit: Compilazione a cura dell’autore.

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Renato Ongania

Studioso di comunicazione, semiotica e vessillologia. Esploratore, attivista culturale e saggista. Già consigliere comunale e militante radicale "contro la pena di morte". Laurea in relazioni pubbliche (Iulm, Milano), diplomi di alta formazione nel pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino e Anselmo d’Aosta presso atenei pontifici; “Esperto in criminologia esoterica”, master in bioetica. Tra i suoi interessi di ricerca: diritti umani, peace studies, hate speech online, analfabetismo religioso. Da oltre dieci anni Ministro della Chiesa di Scientology e rappresentante italiano dello scrittore statunitense L. Ron Hubbard.

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