La scorsa settimana vi avevo parlato della seconda edizione degli World Humanoid Robot Games tenutasi a Pechino, una manifestazione che ci ha a mio avviso dimostrato quanto ci stiamo abituando ad osservare delle semplici macchine svolgere lavori, impiegarsi in mansioni e dedicarsi ad attività sportive ritenuti fino poco tempo fa esclusivamente umani. Ancor più assurdo, però, è il fatto che, mentre guardiamo quegli automi assomigliarci sempre di più, ci sia chi sembra aver iniziato a guardare alle bambole di plastica come proprio modello di umanità 2.0.
A New York, infatti, una recente mostra del Fashion Institute of Technology ha dato il via al Doll Dressing, un’esposizione che raccoglie oltre 170 bambole, abiti, accessori, opere d’arte e video per raccontare un rapporto che, a ben vedere, è molto meno innocente di quel che pare perché le bambole non avrebbero soltanto inseguito la moda, ma, in certi momenti, avrebbero addirittura contribuito a diffonderla, anticiparla e perfino ad influenzarla.
Più o meno tutti, da bambini prendevamo una bambola o un giocattolo e facevamo quello che a quell’età era per noi più naturale, ossia li vestivamo e li acconciavamo a nostra immagine e somiglianza, o comunque in base a quelli che erano i nostri gusti. Una gonna con una maglietta improbabile, una scarpa da principessa con qualcosa che non c’entrava assolutamente nulla, capelli raccolti in modi che farebbero impallidire qualsiasi parrucchiere, una spada ad un eroe che ne era sprovvisto, un’armatura tutt’altro che resistente e chi più ne ha, più ne metta. In fondo, non c’era una regola.
Al contrario, pur strano che si possa considerare, pare proprio che adesso le parti si siano invertite. Il doll dressing ha effettivamente trasportato nel mondo reale l’estetica delle bambole. Abiti, acconciature, trucco, accessori e persino un determinato modo di posare davanti all’obiettivo. Ed è questo fenomeno che la mostra newyorkese racconta, attraverso figure che hanno segnato epoche e immaginari diversi, dalla flapper alla dolly bird, passando per la cosiddetta “bambola vivente” e la moda Lolita. Senza contare che attorno alla rassegna espositiva è nato anche un concorso social dedicato, neanche a dirlo, a coloro che vogliono mostrare la propria interpretazione del mondo delle bambole.
Tuttavia, la cosa più strana è che non stiamo semplicemente tornando a giocare con le bambole, ma stiamo letteralmente facendo nostra la loro estetica. Fiocchi, pizzi, gonne ampie, silhouette studiate, visi che sembrano usciti da una confezione, fotografie costruite per restituire l’idea di un personaggio. Per carità, non che si sia qualcosa di male, sia chiaro. Eppure, non posso fare a meno di pensare che se fino a ieri le dolls sono state “copie dell’essere umano” (una versione più bella, più ordinata, più pettinata e indubbiamente più vendibile, s’intende), in quest’epoca siamo a noi a prendere ispirazione da loro.
Basta scrollare un po’ i social network per rendersene conto. Clean girl, coquette, old money, mob wife, cottagecore, Barbiecore, in altre parole, abbiamo trasformato il modo di vestirci in una serie di personaggi tra cui scegliere. Non compriamo soltanto vestiti, ma l’idea che vorremmo rappresentare. Una volta Coco Chanel disse che:
La moda passa, lo stile resta,
ma se la moda cambia continuamente, il rischio è che potremmo finire per cambiare con essa dal momento che di stile, qui, soprattutto in materia di originalità, se ne vedrebbe ben poco perché se ogni settimana siamo disposti a diventare qualcos’altro, alla fine, che ci rimane davvero?
Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Strano Ma Vero”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-
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