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Buon compleanno Mamma RAI: quanto è cambiata la “voce” degli italiani?

Oggi accendiamo un televisore, ascoltiamo una trasmissione in radio o recuperiamo un programma sul nostro smartphone senza farci troppi problemi perché in fondo, per noi, si tratta di qualcosa che è ormai all’ordine del giorno. Una volta, però, ascoltare una voce che proveniva da una scatola di legno o ritrovarsi davanti ad uno schermo in bianco e nero era incredibilmente straordinario. Adesso la consideriamo una semplice e spesso banale abitudine, ma all’epoca era il simbolo di una rivoluzione che avrebbe cambiato, di lì a poco, il modo di conoscere il mondo e di trascorrere il tempo libero. Il 26 ottobre 1944, infatti, mentre l’Italia attraversava uno dei momenti più difficili della propria storia, l’EIAR cambiò denominazione e diventò Radio Audizioni Italia, quella che sarebbe poi divenuta la RAI che tutti conosciamo.

Certo, non stiamo parlando della nascita della comunicazione radiofonica italiana, già presente da vent’anni, ma sicuramente si trattò dell’inizio di una nuova fase in un Paese che aveva bisogno di ricostruire, oltre alle proprie città, il rapporto con l’informazione, con la cultura e con l’intera comunità.

Dalla radio al salotto di casa: Mamma RAI è ancora “una di famiglia”?

Il nome scelto quel 26 ottobre raccontava ancora una realtà legata soprattutto alla radio poiché la televisione sarebbe arrivata solamente più tardi, con l’avvio di una regolare programmazione il 3 gennaio 1954. Ciò nonostante, seppur in epoca fascista, la radio aveva dimostrato di poter fare molto più che trasmettere musica e notizie, dando prova di potersi trasformare in uno strumento di propaganda e di controllo dell’informazione. Di conseguenza, il passaggio alla nuova denominazione si inserì in una fase importante di cambiamento politico e culturale, nella quale la comunicazione pubblica doveva misurarsi con un’esigenza ben diversa, ossia quella di accompagnare un Paese diviso, impoverito e segnato dal conflitto.

Il “salto” con il piccolo schermo

D’altronde, si sapeva già che fosse uno strumento in grado di raggiungere persone lontane dai grandi centri urbani, entrare nelle cucine, nelle botteghe e nei luoghi di lavoro, e, in un’Italia in cui le possibilità di accesso alla cultura e all’informazione erano ancora molto diseguali, si rivelò particolarmente utile. Musica, varietà, quiz, rubriche e programmi culturali offrivano occasioni di svago e di apprendimento direttamente nel salotto degli ascoltatori, e le trasmissioni tornavano ad essere, pian piano, argomenti di conversazione. Il cambiamento fu lento e graduale, il che consentì a questo tipo di comunicazione di radicarsi nella quotidianità.

Chiaramente, il vero salto arrivò con il piccolo schermo, benché negli anni ’50 fosse ancora un oggetto costoso e tutt’altro che presente in ogni abitazione. All’inizio, ad esempio, per vedere un programma era necessario andare al bar o riunirsi in casa di chi ne possedeva uno, ma con la diffusione degli apparecchi, la situazione cambiò progressivamente e la televisione divenne un punto di riferimento per intere famiglie trasmettendo contenuti e contribuendo a creare un immaginario comunitario. Basti pensare che in molte regioni sopravvivevano (come sopravvivono tuttora) diversi dialetti e la tv favorì, tra le altre cose, una maggiore familiarità con l’italiano parlato. Naturalmente non cancellò quelle differenze, ma mise comunque milioni di persone nella condizione di poter ascoltare le stesse parole, conoscere gli stessi volti e discutere degli stessi avvenimenti.

La RAI che insegnava è la stessa che oggi viene accusata di essere “megafono di Governo”?

Nei suoi primi decenni, la televisione pubblica italiana si attribuì anche una funzione educativa. Accanto all’informazione e allo spettacolo, trovarono spazio format culturali e iniziative rivolte a chi aveva avuto meno opportunità per studiare. È il caso di Non è mai troppo tardi, il programma condotto dal maestro Alberto Manzi a partire dal 1960, che contribuì alla lotta contro l’analfabetismo degli adulti e che ci lascia un’idea di televisione sicuramente molto diversa da quella odierna, benché, operando comunque in un contesto monopolio, il rapporto tra informazione, istituzioni e potere politico non fosse così diverso da quello attuale.

Non a caso, le accuse di essere troppo vicino al governo di turno accompagnano dal tempo il servizio pubblico. In particolare, l’attuale RAI è spesso al centro di polemiche che riguardano la sua indipendenza, l’autonomia nel lavoro di informazione, le nomine, gli equilibri politici e il pluralismo. In fondo, una televisione finanziata anche attraverso il canone pagato dai cittadini non dovrebbe rispondere prima di tutto a loro e non alle convenienze di chi si trova momentaneamente al potere? Nel tempo è cambiata, per carità, così come sono cambiati coloro che usufruiscono della offerta dei suoi palinsesti. Tuttavia, quando si comincia a dubitare delle sue voci, delle sue opinioni e della sua sensibilità, credo che qualcosa andrebbe rivisto.

La televisione non è un genere artistico, ma un servizio – Umberto Eco

Il servizio pubblico dovrebbe essere quel luogo in cui il Paese, con tutte le sue differenze, possa riconoscersi e perfino dissentire. Una volta aveva conquistato un posto importante nella quotidianità degli italiani entrando nelle loro case. Oggi, forse, deve dimostrare di meritare ancora quella fiducia. Buon compleanno Mamma RAI!

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(L’immagine di copertina è stata realizzata attraverso un software di IA generativa)
Tonia Di Fabrizio

Classe 1997, abruzzese di nascita e bolognese d'adozione. La passione viscerale per il greco e il latino l’ha portata a conseguire una laurea in "Filologia, Letteratura e Tradizione Classica". Eclettica ascoltatrice di musica, avida divoratrice di serie tv, balla il tango (non benissimo), pratica yoga per sentirsi radicata e legge libri per vivere mille vite. Scrive di ciò che la affascina e incuriosisce, nella speranza che anche i lettori possano esserne ammaliati a loro volta

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