Tra rincari sui prodotti freschi e diffidenza verso le etichette “green”, i consumatori italiani chiedono più che sconti. Difatti, vogliono sapere cosa comprano, da dove arriva e perché costa. In quest’ottica, il passaporto digitale del prodotto, accessibile da un QR code, potrebbe diventare uno strumento concreto per riequilibrare il rapporto tra imprese e cittadini. Proprio per questo abbiamo deciso di incontrare il Segretario Federale di UCI – Unione Consumatori Italiani, l’avv. Massimiliano Albanese, per cercare di capire qualcosa in più a riguardo.
Del resto, la notizia arriva in un contesto difficile per le famiglie. Secondo le stime preliminari dell’Istat, a settembre l’inflazione italiana ha raggiunto il 4,2% su base annua, il livello più alto degli ultimi tre anni, mentre i prodotti alimentari non lavorati sono aumentati del 5,5% rispetto a settembre 2025.
Le associazioni di categoria segnalano inoltre rincari del 12% sull’ortofrutta, del 7% sulla carne e del 16% sulle uova, con i pomodorini saliti del 52%. In questo scenario, dunque, scegliere non significa soltanto confrontare il prezzo, ma anche poter verificare l’origine, la qualità, la sostenibilità e la tracciabilità di ciò che si porta a casa.
I consumatori moderni possono etichettare se stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e ciò che consumo – Erich Fromm
È la prospettiva del Digital Product Passport (DPP), il passaporto digitale previsto dal quadro europeo sull’economia circolare. Si tratta di un contenitore digitale di informazioni sul prodotto, pensato per rendere più trasparenti le filiere, favorire scelte d’acquisto consapevoli e agevolare gli adempimenti normativi nel mercato unico. In pratica, inquadrando un QR code con lo smartphone, il consumatore potrebbe accedere a dati sulla provenienza delle materie prime, sulle certificazioni, sulle caratteristiche del prodotto e sulle indicazioni per manutenzione e riciclo.
La Commissione europea ha lanciato a luglio il registro dei passaporti digitali, uno strumento che dovrà consentire di registrare e verificare i passaporti dei beni commercializzati nell’Unione.
L’opportunità è stata al centro dell’evento milanese “Oltre il Brand: l’identità̀ digitale del prodotto”, promosso da Antares Vision Group Italia e Genuine Way, durante il quale UCI – Unione Consumatori Italiani ha presentato la propria visione sul tema. Per l’associazione, il passaporto digitale non deve essere un esercizio di compliance per le imprese, ma una vera carta d’identità del prodotto agli occhi di chi lo acquista. «Il packaging del futuro avrà una doppia dimensione», ha spiegato in proposito l’avvocato Albanese, segretario federale di UCI. «La confezione continuerà a contenere e proteggere il prodotto, ma attraverso un semplice codice potrà diventare una porta di accesso alla sua storia e alla sua identità».
Secondo Albanese, il valore dell’innovazione sta nella sua capacità di ridurre l’asimmetria informativa tra chi vende e chi compra: «La tecnologia ha valore quando riduce l’asimmetria informativa tra chi vende e chi compra».
Il tema è particolarmente sensibile in un mercato saturo di dichiarazioni ambientali. Parole come “green”, “sostenibile” ed “eco-friendly” sono ormai ovunque, ma non sempre accompagnate da prove facilmente controllabili. Stando ad UCI, è proprio questa distanza tra comunicazione e realtà a alimentare il greenwashing. «Un dato, da solo, non significa trasparenza – ha avvertito Albanese – È utile quando è verificabile, attendibile, aggiornato e soprattutto comprensibile». Il consumatore, spesso, non dispone degli strumenti per distinguere una dichiarazione fondata da una semplice operazione di marketing.
La sfida, quindi, non è soltanto raccogliere informazioni, ma renderle fruibili: chiare, aggiornate e comprensibili anche per chi non ha familiarità con la tecnologia. Il passaporto digitale, se mal progettato, rischia infatti di diventare una nuova barriera invece che un diritto in più.
Per UCI, il test decisivo è semplice: il passaporto digitale serve solo a dimostrare che un’impresa rispetta le regole, oppure aiuta davvero il consumatore a sapere, confrontare e scegliere?
«Se serve soltanto a dimostrare che un’impresa è compliant, abbiamo risolto un problema dell’impresa», ha sintetizzato Albanese. «Se invece permette al consumatore di sapere, confrontare e scegliere, allora abbiamo risolto un problema del mercato». In un momento in cui ogni euro speso conta, la trasparenza non è un lusso: è una condizione per spendere meglio. Se il QR code riuscirà a trasformare l’etichetta in una fonte di informazioni affidabili, il consumatore italiano avrà finalmente uno strumento in più per difendere il proprio potere d’acquisto. «Il passaporto digitale non deve essere il passaporto del produttore. – ha concluso – Deve diventare il passaporto del prodotto agli occhi del consumatore».
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