Remake, spin-off, reboot, revival, sequel, prequel. Orientarsi nel nuovo lessico dell’intrattenimento cinematografico e della serialità appare sempre di più una sfida ardua per cuori impavidi. Tanti termini e un comune denominatore: la ripresa e il riadattamento di una storia, o di un suo particolare aspetto/personaggio.
Ma, se nell’ultimo secolo si è consumata una transizione di paradigma, per cui non più i libri, bensì il cinema e soprattutto le serie tv rappresentano lo specchio dei tempi, questa esigenza di ritorno al passato di cosa è sintomo e cosa dice della nostra società di oggi?
Non hanno più idee originali?
Il recupero e il riadattamento di archi narrativi consolidati e apprezzati dal pubblico non sono di certo una novità; tuttavia, nell’ultimo decennio l’industria dei prodotti audiovisivi ha sfruttato questa tendenza a rivedere, ripensare ed espandere le trame come modalità prediletta per sfornare contenuti e rimanere a galla, con risultati talvolta grotteschi e impietose spremiture fino all’ultima goccia di personaggi e narrazioni.
Sorge spontanea, allora, la domanda: abbiamo finito le storie da raccontare?
Ma le storie, ne è piena la strada: tutto è pieno di storie, pieni i commissariati, pieni i tribunali, piena la vostra vita. Tutto il mondo ha una storia, mille storie. – Louis-Ferdinard Céline
Se il mondo è pieno di storie, perché andiamo a recuperare quelle del passato? Dietro il fascino del “ritorno” si nasconde una dinamica complessa, che ha la sua genesi nell’intricato reticolo della psiche umana. Crisi economiche, guerre, instabilità climatica, la recente pandemia, sono le cause funeste di un’epoca dominata dall’incertezza, a cui il singolo e la collettività, nei momenti dedicati allo svago, reagiscono scegliendo di rifugiarsi in mondi noti, familiari, già esplorati. Il passato diventa, così, una sorta di ancora di salvezza, o quantomeno una divagazione rassicurante.
Il riadattamento come comfort zone
L’incertezza è foriera di ansia. Ritirarsi, dunque, nei prodotti culturali d’intrattenimento derivati da quelli che abbiamo amato in passato risponde a un bisogno emotivo di pacificazione, seppur momentanea.
Guardare il sequel di Freaky Friday o de Il Gladiatore, divorare puntate di The Paper (lo spin-off di The Office) o dell’ormai concluso And just like that (il reboot dell’iconico Sex and the City), può rientrare in quello che la psicologia definisce Avoidance Coping, cioè una strategia di evitamento, nella quale si mette in atto un tentativo di fuga – in questo caso solo mentale – da una condizione minacciosa o stressante. Non una negazione, quindi, ma un’innocua pausa consapevole da una realtà asfissiante, un modo di gestire lo stress di un presente incerto attraverso la nostalgia e la familiarità del passato, mediante l’assecondare un bisogno di qualcosa di inedito ma ancorato all’interno di coordinate riconoscibili e appartenenti alla comfort zone. Così, invece di affrontare il presente o immaginare il futuro, spesso torniamo a scavare nel già noto, con qualche aggiornamento.
Gonne, intrattenimento e lo stato psicologico della società
Negli anni ’20 del secolo scorso, l’economista George Taylor avanzò una teoria provocatoria, definita teoria dell’orlo (Hemline Index), secondo la quale la lunghezza delle gonne delle donne si accorcia nei periodi di prosperità economica e si allunga nei momenti di crisi. Il rinnovato ottimismo e il rifiorire di produzione e consumi conseguenti alla fine della Prima Guerra Mondiale avevano infuso una nuova audacia nel modo di abbigliarsi femminile, che si tradusse negli abiti corti e preziosi, espressione di libertà, leggerezza e audacia, delle mitiche flappers dell’epoca; al contrario, durante gli anni ’30 l’abbattimento in America della Grande Depressione e la condizione di recessione avevano tirato gli orli fin sotto il ginocchio, segnale sintomatico di un atteggiamento più conservatore. Di certo questa teoria non ambiva a rintracciare nessi economici causali, ma esplicava come la moda riflettesse lo stato psicologico collettivo.
Ecco, come la lunghezza delle gonne può indicare lo “stato dell’animo economico” di un’epoca, la tendenza culturale a produrre remake, reboot e affini può essere letta come un indice simbolico della fiducia collettiva nel futuro, della capacità di immaginare il nuovo e di affrontare l’incertezza. In questa correlazione (solo simbolica e semiotica) tra i due mondi, possiamo dire che l’universo dell’intrattenimento audiovisivo sta mostrando prudenza e conservatorismo. Insomma, ha allungato il suo orlo.
In definitiva, la mania del riadattamento non è altro che il prodotto del nostro tempo: incerto e instabile, ma anche vorace di contenuti. Non è mancanza di idee, ma sintomo di una cultura che, nel caos del presente, cerca di orientarsi attraverso il passato.
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