Mentre l’Italia affronta la fase decisiva degli investimenti europei e continua a fare i conti con una crescita debole e con divari territoriali mai davvero colmati, l’economista Santi Tomaselli pone una questione destinata ad andare oltre le cifre: spendere i Fondi Europei non significa necessariamente produrre sviluppo. E annuncia una lettera aperta a Governo e opposizione per cambiare il modello italiano di gestione delle risorse UE. Per anni ci siamo chiesti se l’Italia sarebbe riuscita a spendere i soldi dell’Europa. Forse è arrivato il momento di porci una domanda diversa: che cosa abbiamo ottenuto spendendoli?
È una domanda che acquista un peso particolare proprio adesso. L’Italia attraversa una stagione nella quale PNRR, Fondi Europei e politiche di coesione hanno messo a disposizione del Paese una quantità di risorse difficilmente paragonabile al passato recente. Eppure la crescita continua a rimanere debole: per il 2026 la Commissione europea prevede un aumento del PIL dello 0,5 per cento.
Il contrasto è evidente. Le sole politiche di coesione del ciclo 2021-2027 mobilitano oltre 135 miliardi di euro, dei quali 96,5 miliardi destinati al Mezzogiorno. E sul fronte della capacità di spesa qualche risultato è arrivato: alla fine del 2025 l’Italia aveva certificato alla Commissione europea 8,9 miliardi di euro, superando il target comunitario previsto. Ma è proprio qui che i numeri smettono di essere una risposta e diventano una domanda. Perché un fondo può essere assegnato. Può essere impegnato. Può persino essere speso nei tempi previsti. Ma nessuna di queste tre cose garantisce, da sola, che abbia prodotto sviluppo. Spendere bene e spendere tutto non sono necessariamente la stessa cosa.
Lo dimostra soprattutto il Mezzogiorno. Dopo decenni di politiche europee destinate anche a ridurre i divari territoriali, il Sud continua a confrontarsi con fragilità strutturali e con l’emigrazione di una parte del proprio capitale umano. È quindi legittimo domandarsi se il parametro con cui abbiamo giudicato il successo delle politiche europee sia stato quello corretto.
È da questa contraddizione che parte Santi Tomaselli, economista, presidente dell’Osservatorio Romano ai Fondi Europei e del Centro Studi di Economia Internazionale ai Fondi Europei. La sua proposta è cambiare paradigma: non valutare più il successo sulla base di quanto denaro siamo riusciti a spendere, ma misurare quanto quella spesa abbia prodotto in termini di PIL, occupazione, riduzione della disoccupazione e sviluppo dei territori.
E Tomaselli vuole portare la questione direttamente alla politica, annunciando una lettera aperta indirizzata tanto al Governo quanto all’opposizione. Perché, sostiene, sui Fondi Europei dovrebbe esistere un interesse che precede gli schieramenti: quello della collettività. Ne abbiamo parlato con lui.
Professore, partiamo da lei. Chi è Santi Tomaselli e come nasce il suo interesse per i Fondi Europei?
Sono un economista che da oltre quindici anni studia il rapporto tra economia e Fondi Europei. Ho sempre cercato di andare oltre la semplice analisi dei numeri, studiando come le diverse variabili economiche possano influenzare l’efficacia delle risorse europee. Sono presidente dell’Osservatorio Romano ai Fondi Europei e del Centro Studi di Economia Internazionale ai Fondi Europei, oltre a ricoprire incarichi accademici e scientifici in Italia e all’estero. Sono autore di oltre 50 pubblicazioni e del nuovo Manuale di Economia ai Fondi Europei.
Perché ha sentito la necessità di scrivere un Manuale di Economia ai Fondi Europei? Cosa manca, secondo lei, nell’approccio tradizionale?
Perché ritengo che parlare soltanto di “Europrogettazione” sia riduttivo. Non basta riuscire a ottenere e spendere i Fondi Europei: dobbiamo capire quale effetto producano realmente sull’economia. Il mio Manuale, pubblicato da Aracne, propone un approccio interdisciplinare e introduce strumenti matematici ed econometrici per valutare l’impatto delle risorse europee su PIL, occupazione e disoccupazione.
Arriviamo allora al paradosso da cui siamo partiti: l’Italia dispone da anni di miliardi di euro di risorse europee, eppure continua a crescere poco. Perché?
Questa è la domanda centrale. L’Italia vive da oltre vent’anni una sostanziale stagnazione e non credo sia sufficiente attribuirla al Covid, alla crisi energetica o alla situazione internazionale. Il vero problema è che per troppo tempo ci siamo concentrati sulla spesa dei Fondi Europei, senza misurare adeguatamente ciò che quella spesa produce realmente. Il caso del Mezzogiorno è emblematico: dopo oltre trent’anni di programmazione europea, molte regioni meridionali continuano a essere tra le più fragili d’Europa, mentre migliaia di giovani, soprattutto laureati, continuano a lasciare il territorio.
Quindi il problema non è soltanto spendere i Fondi Europei, ma capire come e con quali conseguenze vengono spesi. Cosa dovrebbe cambiare concretamente?
Dobbiamo passare da una logica basata sulla semplice spesa a una logica basata sui risultati. Prima di utilizzare una risorsa europea dovremmo essere in grado di stimarne l’impatto economico; dopo averla utilizzata, dovremmo misurarne concretamente gli effetti. I Fondi Europei devono smettere di essere percepiti come un adempimento burocratico e diventare una vera leva strategica di crescita.
Una trasformazione del genere richiede anche una diversa capacità di analisi. Quale può essere, in questo senso, il ruolo delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale?
Lancio una provocazione costruttiva: una lettera aperta al Governo e all’opposizione, con proposte concrete per cambiare il modo in cui il nostro Paese gestisce i Fondi Europei. In questo percorso considero fondamentale anche il confronto con il professor Gerardo Iovane, esperto di Finanza Computazionale e Intelligenza Artificiale. Il dialogo tra economia dei Fondi Europei e innovazione digitale può offrire nuove prospettive per affrontare le sfide del futuro. Come ha osservato il professor Iovane, l’Intelligenza Artificiale può essere considerata una “raffineria cognitiva”, capace di superare il concetto tradizionale di produttività e ricchezza, ampliando i nodi di partenza e di arrivo dei processi economici.
Lei annuncia quindi una lettera aperta indirizzata tanto al Governo quanto all’opposizione. Perché scegliere entrambi come interlocutori?
Perché questa materia non ha colore politico. L’unico vero colore che dovrebbe interessarci è quello del benessere della collettività.
Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato
— William Bruce Cameron
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